Cultura

12 apr 2026
Viadana Borgo

"Il Borgo non esiste più". Uno straordinario racconto sul tempo che scorre e sulla società che cambia. Un invito a riflettere sulle nostre vite

Me ne sono andato da Viadana nel 1971, con una valigia e la certezza che Milano mi avrebbe dato tutto quello che il Borgo non poteva darmi. E così è stato. Trent'anni in banca, un appartamento in zona Navigli, una moglie brava e due figli che vivono all'estero. Il progresso, si chiamava. Il futuro.

Oggi sono tornato, non so nemmeno io perché. Forse l'età, forse quella malinconia strana che ti prende quando i capelli sono bianchi e le giornate sembrano più corte. Ho preso il treno da Milano Centrale a Casalmaggiore e ho chiesto al conducente del taxi di passare sull’argine prima di portarmi a Viadana; mentre il Po si allargava fuori dal finestrino ho sentito qualcosa muoversi nel petto, come un vecchio motore che prova ad accendersi.

Via Garibaldi. Il Borgo.

Ricordo tutto come fosse ieri. Le mattine d'estate quando si usciva di casa alle otto e si rientrava solo per mangiare. Il cortile della Norma, dove si giocava a pallone fino al buio. La voce della Giuseppina che chiamava il figlio dal secondo piano, e quella voce si sentiva fino all'angolo. I vecchi seduti davanti alle porte, in canottiera, che commentavano il mondo con la stessa autorità con cui oggi si commenta su internet, ma con più saggezza, almeno così mi sembra.

Adesso cammino in via Garibaldi e mi chiedo se ho sbagliato strada.

Le botteghe sono chiuse, le saracinesche abbassate con su scritti nomi di attività che non esistono più da anni. La merceria della Tilde è un vano vuoto con le ragnatele. L'osteria è diventata un centro estetico con le luci al neon rosa. I portoni blindati, i citofoni anonimi o con nomi che non riconosco, nomi stranieri. La gente cammina con gli occhi sul telefono, i ragazzi con le cuffie in testa isolati dal mondo come palombari sott'acqua, nessuno si saluta, nessuno si ferma.

È colpa loro, penso. Di questi giovani che non sanno cosa si sono persi. Che hanno avuto tutto e non hanno saputo tenerlo.

Mi fermo davanti al numero civico dove abitavo. Il palazzo è stato ristrutturato, la facciata color crema, i balconi rifatti in alluminio. Bello, si, ma asettico. Non trovo quella crepa nel muro dove nascondevo le figurine, è sparita, e con lei qualcosa che non so definire.

Il caldo di aprile è strano quest'anno, pesante. L’afa mi taglia le gambe, le sento un po' molli, mi sento fiacco. Devo bere qualcosa. Devo sedermi. Penso troppe cose in rapida successione e poi smetto di pensare.

Il selciato di via Garibaldi mi viene incontro velocemente.

Quando apro gli occhi c'è una faccia a pochi centimetri dalla mia. Un ragazzo, quindici anni forse, capelli ricci e una felpa con un nome inglese sopra. È uno di quelli che avevo visto con le cuffie. Le cuffie adesso però sono sul collo, e mi sta parlando con una voce ferma, da adulto.

«Signore. Signore, mi sente? Ho già chiamato il 118. Stia fermo, non si alzi.»

Ha una mano sulla mia spalla e con l'altra tiene il telefono, quel telefono che avevo condannato e sta dando la posizione, l'indirizzo esatto, con una precisione che io, a quindici anni, non avrei saputo avere.

Intorno a noi si sono fermati altri due ragazzi. Una ragazza gli chiede se serve qualcosa. Un altro è già corso al bar all'angolo a prendere dell'acqua.

L'ambulanza arriva in sei minuti, ma il ragazzo dai capelli ricci aspetta con me fino alla fine, senza che nessuno glielo abbia chiesto.

Il secondo giorno in ospedale, nel pomeriggio, sento bussare piano alla porta della stanza. È lui. I capelli ricci un po' in disordine, la stessa felpa di quel giorno, uno zainetto sulle spalle come se venisse dritto da scuola, perché probabilmente veniva dritto da scuola.

«Volevo solo vedere come stava», dice dalla soglia, con quella timidezza improvvisa che hanno i ragazzi coraggiosi quando il pericolo è passato e non sanno più bene come comportarsi.

Lo faccio accomodare. Si siede sul bordo della sedia, le mani sulle ginocchia. Si chiama Hamid, mi dice, e abita in via Garibaldi da quando aveva tre anni. Suo padre gestisce il bar all'angolo, quello che non avevo notato, ancora aperto.

«Tuo padre è il barista», dico, e lui annuisce con un mezzo sorriso.

Restiamo in silenzio un momento. Poi gli chiedo perché si era fermato, perché non aveva tirato dritto come fanno tutti. Mi guarda come se la domanda fosse strana, quasi offensiva.

«Perché stava male», risponde semplicemente. Non c’era altro da spiegare.

Me ne sto un po' a fissare il soffitto dopo che se n'è andato, con quella risposta che mi ronza in testa. Perché stava male. Niente di eroico, niente di calcolato. Solo la cosa più ovvia del mondo, per lui. Quella cosa semplice che io avevo creduto perduta, sepolta sotto le generazioni e i telefoni e l'individualismo attuale. E invece era lì, in via Garibaldi, quando io avevo bisogno.

Sono rimasto tre giorni all'ospedale Oglio Po. Nel letto, con il tempo che finalmente si fermava, ho avuto modo di pensare davvero, forse per la prima volta da tanto tempo.

Chi ha svuotato il Borgo? Non loro. Siamo stati noi, la generazione del boom, quella che aveva finalmente i soldi in tasca e non voleva più saperne di cortili condivisi e vite strette. Siamo stati noi a scegliere la villetta con il garage invece della vecchia casa in centro. Noi a comprare al supermercato perché costava meno della bottega sotto casa. Noi a mandare i figli all'università lontano e a dirgli non tornare, qui non c'è futuro. Noi a votare per chi prometteva capannoni e tangenziali come se fossero l’unico futuro possibile. Noi a costruire un mondo così efficiente e così comodo da non aver più bisogno del vicino di casa.

Abbiamo scelto l'individuo al posto della comunità, il benessere al posto dei legami. E poi abbiamo avuto il coraggio di chiamare egoismo quello dei nostri figli.

Il Borgo che rimpiango non è stato distrutto dal tempo o dai giovani. L'ho abbandonato io, con la mia valigia, convinto di andare verso qualcosa di meglio. E forse era meglio, per me. Ma ogni scelta ha il suo prezzo, e il prezzo lo paga sempre qualcuno che non era ancora nato quando la scelta è stata fatta.

Hamid non saprà mai quanto mi ha salvato, quel giorno. Non solo da un malore che poteva spedirmi all’aldilà, ma da qualcosa di più sottile e più vile, dalla comoda menzogna di poter dare sempre la colpa agli altri.

Stefano Superchi

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