Attualità

25 apr 2026
25 Aprile 2026 copertina

"Il 25 aprile come domanda sul presente, perché l’idea che i diritti siano un intralcio e il disprezzo per le istituzioni e per le minoranze sono pericoli concreti"

"Il 25 Aprile è una domanda sul presente. Perché anche oggi viviamo in un tempo in cui la vita in qualche modo si restringe, in cui la paura viene usata per coltivare rancore. Anche oggi vediamo crescere parole d’odio parole  violente. Certo che la storia non si ripete uguale. Ma i meccanismi, quelli sì, possono tornare. L’idea che i diritti siano un intralcio. Il disprezzo per le istituzioni, per le minoranze, per chi abita lo spazio pubblico in modo diverso da noi".

Questo uno dei passaggi più densi dell'intervento del sindaco Andrea Virgilio dal palco del 25 Aprile, in piazza del Comune. Anche quest'anno la celebrazione ha richiamato moltissimi cremonesi, che hanno riempito la piazza quasi integralmente (forse, a una stima approssimativa, le presenze erano leggermente inferiori rispetto allo scorso anno).

Il corteo preceduto dalla banda è arrivato puntuale sulla tabella di marcia, poco prima delle 11, sbucando da via Solferino. Un ingresso inedito che ha seguito un percorso alternativo, dal momento che quest'anno la ricorrenza ha dovuto "convivere" con il mercato del sabato.

Nessun problema e nessun disagio, però: tutto si è svolto come da programma. Sul palco le autorità locali: oltre al sindaco, il presidente della Provincia, Roberto Mariani, il presidente del Consiglio Comunale Luciano Pizzetti, poi i vertici delle autorità civili e militari.

Ad aprire il momento culminante della celebrazione, partita come sempre alle ore 9 dal civico Cimitero, è stata una rappresentazione direttamente sul palco allestito di fronte a Palazzo Comunale, con uno scambio di riflessioni su qello che è stato il fascismo, la resistenza e l'oppressione.

A seguire, gli interventi delle autorità.  

Di seguito, per chi volesse approfondire, ecco l'intervento integrale del sindaco Andrea Virgilio.

Care cittadine, cari cittadini, autorità civili e militari, voglio parlarvi di una bambina, Giulia. 

Giulia andava a scuola, aveva i suoi compagni, i suoi insegnanti. Poi un giorno arrivò una legge. E quella legge le disse che non poteva più entrare in classe. Non perché aveva commesso qualcosa, ma perché era ebrea. Quante volte abbiamo ascoltato storie come queste. Il nemico del

Fascismo era il popolo italiano, persino i bambini. Il fascismo ha soffocato questo Paese. Non gli ha concesso più l’aria per respirare. Lo ha fatto in tanti modi: quando escludi un bambino dalla sua scuola, dai suoi amici, stai togliendo ossigeno al futuro. 

Ma il Fascismo ha colpito anche un’altra cosa: la legalità. Perché l’ha svuotata. L’ha separata dalla giustizia. Perché anche le leggi possono essere ingiuste. Il fascismo svuotava il senso delle istituzioni, le divorava da dentro. 

Escludeva chi non rientrava nei suoi recinti. Il Fascismo è  stato violenza. Violenza fisica, quella dei picchiatori. Ma non solo. E’ stato l’ipocrisia della classe economica di questo Paese, quei padroni che non volevano concedere terreno alla dignità del lavoro di contadini e operai. 

È stato pressione sulla vita di tutti. Perché il controllo entrava nelle case. Entrava nell’intimità. Entrava nelle scuole fino ad arrivare a una bambina: Giulia. 

Il fascismo non lasciava respirare le persone. E dobbiamo continuare a raccontarlo non solo per qualche nostalgico, ma soprattutto per questi portartori di quel patriottismo bolso, che derubrica il ventennio a un autoritarsimo leggero, ben riassunto nelle frasi: il fascismo non era come il nazismo, Mussolini ha fatto anche cose buone…… denigrando in questo modo le vittime del regime e l’Italia stessa. 

E’ da qui che bisogna partire per capire il 25 Aprile: non è solo la caduta del regime, è il momento in cui l’Italia si è liberata da un potere che entrava nelle vite delle persone, in quella pubblica e in quella privata. 

La Liberazione è stata il recupero del diritto al respiro, un respiro civile! Di un popolo capace di riscattarsi, di riconquistare il proprio destino sulle macerie materiali e morali di un regime nemico dei suoi stessi concittadini.

Ed è per questo che il 25 Aprile parla a noi, parla di noi, perché la libertà non è una cosa che si eredita. Non è una fotografia appesa al muro. La libertà vive se una comunità la difende e la rinnova.

E il 25 Aprile ci ricorda che la democrazia nasce quando donne e uomini, decidono di non vivere dentro la menzogna, di non piegarsi alla paura, nasce quando scatta la consapevolezza di avere una postura, che c’è la dignità sopra a ogni cosa. 

Tutti conosciamo le gesta dei partigiani, tra le montagne e nelle città, e le molteplici forme di solidarietà popolare.

La Resistenza è stata questo.

È una scelta morale. E quella scelta è passata attraverso gesti concreti. Un messaggio portato di nascosto. Un rifugio offerto. Un foglio clandestino distribuito. Un silenzio tenuto sotto interrogatorio.

Per questo la Resistenza non appartiene solo al mito. Appartiene alla responsabilità popolare di avere la schiena dritta. “A un certo punto bisognava scegliere” racconta Nuto Revelli, ne La guerra dei poveri.

Perché il fascismo era prima di ogni cosa una scuola dell’obbedienza che ha insegnato a diffidare del pensiero libero.

A cercare il nemico. A confondere l’ordine con la sopraffazione, a considerare normale che lo Stato giudicasse le persone per ciò che erano, per chi frequentavano. Questo è stato il fascismo: un regime che ha ristretto la vita. Che ha impoverito la libertà.

Dunque il 25 Aprile è una domanda sul presente. Perché anche oggi viviamo in un tempo in cui la vita in qualche modo si restringe, in cui la paura viene usata per coltivare rancore. Anche oggi vediamo crescere parole d’odio parole  violente. Certo che la storia non si ripete uguale. Ma i meccanismi, quelli sì, possono tornare. L’idea che i diritti siano un intralcio. Il disprezzo per le istituzioni, per le minoranze, per chi abita lo spazio pubblico in modo diverso da noi.

E allora noi dobbiamo riconoscere per tempo ciò che ferisce la democrazia. Non solo quando si presenta in forme estreme,  perché è già troppo tardi. Ma quando entra lentamente nelle parole, nei comportamenti, nel linguaggio pubblico. Una democrazia non muore quando crollano le istituzioni. Comincia a indebolirsi molto prima, quando il rispetto viene svalutato.

Quando la libertà di qualcuno viene raccontata come un pericolo per tutti, o ridotta a una mancia di 615 euro per accompagnare uno straniero a casa sua. La Costituzione ridotta a un pugno di soldi e la coscienza a libero mercato.  E qui troviamo il senso della memoria, la memoria deve spazzare via questa barriera alle idee. Non basta commemorare …. Non bastano lapidi, cerimonie, corone.

La memoria serve quando respira quando diventa coscienza. Quando ci aiuta a capire il presente.

Per questo i luoghi della memoria sono importanti e sono gli spazi che abitiamo, che calpestiamo  tutti giorni: sono le piazze, i teatri, le associazioni, la cultura diffusa, il lavoro di chi ogni giorno tiene aperto uno spazio pubblico di libertà, sono la scuola di Giulia… non la scuola ridotta a un magazzino di talenti per fornire lavoratori competenti, ma come spazio che alimenta la coscienza civile di un Paese.

La memoria deve vivere nelle comunità. Deve passare tra le generazioni… diventare un fatto collettivo. Altrimenti si indebolisce. Altrimenti si svuota.

E soprattutto, la memoria deve parlare ai giovani.

Quando si vede un’ingiustizia. Quando il razzismo viene banalizzato. Quando la violenza entra nel linguaggio pubblico. Quando ci rivolgiamo al popolo palestinese, all’Ucraina, alle donne iraninane, a chi soffre in qualunque angolo del mondo, a chi lotta per i diritti delle persone, a Teresa Mattei, donna della costituente, ragazza madre che difese i diritti delle donne in alula rompendo gli schemi di una società patriarcale.

Dobbiamo essere consapevoli che i valori di pace, sviluppo e libertà non possono essere patrimonio soltanto di alcuni popoli ma riguardano l’umanità intera.

Essere fedeli al 25 Aprile significa questo. Significa libertà e giustizia sociale.

Perché se la libertà non incontra la vita delle persone, si indebolisce e lascia spazio a chi promette scorciatoie autoritarie.

E noi sappiamo dove portano quelle scorciatoie. Lo abbiamo già visto. E lo ricordiamo proprio oggi.

Per questo il 25 Aprile è il giorno in cui l’Italia ha scelto da che parte stare. E allora oggi, qui, in questa piazza, ricordando i partigiani, i deportati, tutte le donne e tutti gli uomini che hanno resistito, dobbiamo dirci in questa piazza bellissima che tocca a noi non sprecare quella eredità.

Tocca a noi trasmetterla…..tenerla viva.

Non esiste una generazione della Resistenza e una generazione che guarda. Esiste una stessa storia, ed è la nostra storia che continua…noi siamo questa storia….una storia ancora giovane!

E i giovani ci sono. Sono qui. Quando sentono che questa libertà li riguarda. E capiscono che non è memoria lontana, perché l’antifascismo è una scelta giovane:
parla di libertà …Parla di diritti….Parla di futuro.

È giovane ogni volta che qualcuno non accetta un’ingiustizia.

È giovane ogni volta che qualcuno non si gira dall’altra parte.

E allora oggi, qui, in questa piazza, diciamolo insieme, con forza: viva il 25 aprile, viva la Resistenza, viva l’Italia antifascista.

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Guarda le immagini a scorrimento (clicca sulla foto per ingrandire)

f.c.

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