Cultura
02 mag 2026
"Quella volta che Mina mi volle parlare al telefono: la riconobbi subito e mi sentii Fantozzi!". Intervista in esclusiva con Mario Biondi, atteso domani a Crema
Grazie alla giornalista Valentina Ricciuti, Cremona Libera è in grado di offrire ai suoi lettori un'intervista in esclusiva al celebre Mario Biondi, che proprio domani, domenica 3 maggio, con la "data zero" darà il via al suo nuovo tour per festeggiare i vent’anni del singolo “This is what you are”. Il cantante lo farà partendo da Crema, in particolare dal teatro San Domenico, con l'atteso concerto in agenda per le ore 21,00.
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Buonasera Mario Biondi e bentornato a Crema. Sono molto felice di averti nuovamente qui con noi. Ci eravamo lasciati a novembre 2024, con tuo figlio Milo che, a otto anni, ascoltava “O Pato”. Volevo aggiornarti: nel frattempo mia figlia ha compiuto tre anni e ascolta in loop “Pata Pata” di Miriam Makeba! Avrei tanto voluto ascoltare interamente il tuo ultimo album, ma da giorni stiamo ascoltando in loop “Cielo stellato”!
Cos’è che ti ha folgorato tra i tuoi ascolti, attuali e passati? Quali sono, per te, gli elementi importanti — unicità, clima, groove — che poi sono diventati il tuo faro artistico?
«Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia di musicisti, quindi la musica non è mai mancata. In macchina, dai miei, c’erano sempre dei dischi e, ancor prima, le stereo otto. Ricordo che da piccolo avevo il giradischi, anzi il mangiadischi Penny, con i 45 giri e ascoltavo in loop, come tutti i bambini. Crescendo, compravo e ascoltavo tutti i dischi di Al Jarreau: lì non c’era soltanto il loop della canzone, ma anche quello sulle varie parti. Andavo a riascoltare 27 volte l’assolo di scat di Al, finché mio padre o mia madre mi dicevano: “Bastaaaaa!”. Poi ho scoperto le cuffie e passavo tantissimo tempo ad ascoltare tutte le sfumature e le sfaccettature, i soli di synth e di piano, tanto che ancora oggi li ricordo a memoria».
Mentre parlavi stavo proprio pensando a un cervello plastico, come quello di una bambina che rimane folgorata ascoltando Etta James in “Something's Got a Hold on Me”. Prima rimane ferma e poi si scatena in un ballo, connettendosi in modo viscerale e limbico a quella musica.
«È proprio come dici tu: c’è un’età in cui la nostra mente è molto più ricettiva, come una spugna. Mi accorgo ancora oggi che, a distanza di 50 anni, ricordo chiaramente, in maniera vivida, molte cose di quel periodo».
Ascoltando il tuo ultimo album “Prova d’autore”, si percepisce che questa, per te, è una sfida gratificante, che ti dà piacere e che rappresenta davvero te stesso, senza seguire un percorso prestabilito o altrui, senza voler raggiungere qualcun altro. Si sente tutta la musica che è dentro di te, quella che hai ascoltato sin da quando eri abbracciato dai tuoi genitori; si sente quanto abbia influenzato la tua vita e il profondo rispetto che nutri nei suoi confronti. Si percepisce che anche in questo disco hai “soltanto” lasciato che emergesse.
Hai raccontato che alcuni brani hanno più di ventisei anni: hai scelto di concederti il tempo di lasciar decantare la tua musica nell’inconscio, in modo da connetterla ad altre esperienze e ad altri pensieri e, parafrasando Oliver Sacks, in modo che “si organizzeranno da soli in una successione spontanea, vestendosi all’istante con le parole appropriate”.
Alcuni brani hanno pochi mesi, ma per quanto riguarda quelli più vecchi: li hai tirati fuori dal cassetto dando soltanto gli ultimi tocchi, oppure hai operato modifiche profonde perché, nel frattempo, eri cambiato?
«In realtà il brano “Lo so” è stato stravolto, perché la parte musicale l’ha fatta un batterista che collabora con me (Santangelo) e inizialmente mi aveva mandato un provino molto alla “This Is What You Are”. L’ho stravolto perché ho percepito nella melodia qualcosa che poteva essere caratterizzante e che poteva anche rendere omaggio al linguaggio battistiano, di Mogol e Panella, che a me è sempre piaciuto tantissimo».
A proposito di “This Is What You Are”: stiamo celebrando il ventennale di quello che è stato il tuo “cavallo di Troia”, come lo hai definito in altre occasioni. Lo riascoltiamo in una veste piena di musicisti straordinari, sapientemente dosati. A tal proposito, volevo approfittarne per chiederti: come si fa a “sentire” che un musicista è davvero quello giusto per incidere quel brano?
Sei davanti al microfono e parte l’intro che ha fatto la storia, il giro del mondo, questa volta dal contrabbasso di John Patitucci… poi l’accordo di 'Fa sesta' di Antonio Faraò insieme al piatto di Denis Chambers… vuoi raccontarci cosa hai provato vent’anni dopo?
«Sicuramente è uno di quei brani che, eseguendolo da 23 anni a questa parte, ogni volta mi obbliga a fare ricorso alla mia umiltà e a chiedermi: “Com’è questa canzone?”. Sembrerà strano, ma per me la canzone — come la musica e, molto spesso, anche la vita — è, come ha scritto Nelson Motta in una canzone che ha scritto per me, “Bom de Doer” (contenuta nell’album Dare, 2024): come se la vita fosse sempre cominciare, ricominciare daccapo. Mi sono posto in quella visione, con l’entusiasmo di avere artisti incredibili all’interno del progetto. Ricantarla è stato impressionante, nonostante io la canti da una vita: ogni volta devi metterti in discussione, anche per il discorso della lingua, che non è esattamente la mia madrelingua. Sono spesso in difficoltà con le vocali inglesi o americane, o con la “t” più americana o più inglese: talvolta faccio la t all’italiana, Mario!».
Hai realizzato un album che contiene tantissime sonorità. Questo sembra quasi in controtendenza rispetto al clima musicale attuale. Analizzando circa mezzo milione di brani prodotti tra il 1955 e il 2010, alcuni ricercatori di Barcellona, (ricerca pubblicata nel 2012 sulla rivista Nature), hanno individuato tre tendenze principali nell’evoluzione della musica occidentale: l’aumento del volume a discapito della dinamica, la minore sperimentazione timbrica — quindi una tavolozza sonora sempre più ristretta — e, infine, una maggiore semplificazione armonica.
Come si resiste a queste “semplificazioni”? Credi che la semplicità di un brano ne pregiudichi necessariamente il valore emotivo, oppure ritieni che la complessità tecnica sia un requisito fondamentale per la musica?
«Ah, che bella domanda, me la godo! Intanto ci sto prendendo gusto a essere l’outsider o, come dice “Bluey” degli Incognito, la scheggia impazzita e, di conseguenza, accetto il fatto di non essere omologato a quello che succede nella musica, a livello nazionale e mondiale. Riguardo alla complessità armonica: io cerco di ragionare molto spesso di pancia. Se una canzone nasce come “This Is What You Are”, sono due accordi, in fin dei conti; nasce con un certo tipo di attitudine e non lavoro con i musicisti in modo tale che sembri più di quello che è. Anche perché la semplicità è già bellezza di per sé. Talvolta, invece, un lavoro più ricco sulle parti armoniche non serve ad abbellire qualcosa, ma a seguire una linea melodica che avevo in testa e alla quale deve necessariamente corrispondere un certo tipo di accordo — un delta, un sus — qualcosa che rappresenti bene la melodia. Per me la melodia è il capo della canzone; l’armonia è ciò che garantisce un certo carattere e che rafforza la melodia».
Sono rimasta colpita — come tanti — dalla copertina del tuo ultimo lavoro: appena l’ho vista ho subito pensato al “mammifero” patafisico, Eric Satie. Visto che prima hai parlato di semplificazione, c’è una connessione con lui — l’ironia, la sospensione, la multiplanarietà?
«E’ molto bello. Sai, io non mi rifaccio ad altri artisti o, quantomeno, ciò che ho interiorizzato e recuperato nella mia esperienza emerge spontaneamente, e mi accorgo di accostamenti o similitudini anche anni dopo».
Sin dai primi palchi, cantavi e catalizzavi l’attenzione, riempivi i locali e macinavi più di 160 mila km all’anno. Vuoi raccontarci di quella volta che suonasti a Crema, in un club che si chiamava Paparazzi (in via Macello)?
«Fu un’occasione bellissima. Con Benedetta Mazzini ci eravamo visti in diverse occasioni all’interno del Paparazzi; probabilmente ci eravamo salutati, ma non le avevo chiesto la carta d’identità ed il nostro era un approccio amicale: probabilmente non avevo nemmeno sentito il suo cognome. Lei dimostrava stima verso ciò che stavo proponendo musicalmente, tanto che a un certo punto mi disse: “Ti voglio passare mia mamma al telefono, che vuole farti i complimenti anche lei”. Nella mia testa c’era già l’immagine di una mamma, una persona “qualsiasi” semplicemente affascinata dalla mia vocalità… ma quando sentii la voce di Mina al telefono la riconobbi subito e mi sentii Fantozzi. È stato bellissimo: mi disse “Finalmente uno che canta come me”… o forse l’ho sognato! Ho questo ricordo scolpito nella memoria, spero sia vero — non vorrei portare avanti una bugia. Lo ricordo come un input fortissimo: per me fu impressionante e da lì mantenemmo un certo tipo di contatto. Mina mi chiamava: quando vedevo un numero sconosciuto pensavo “o è Mina o è Renato (Zero ndr)”.».
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Valentina Ricciuti
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