Attualità
15 lug 2026
Sesto ed Uniti, impianto agrivoltaico grande come 73 campi da calcio. Il progetto di "Juwi" prevede quasi 40 MW di potenza nell’area di Cascina Pandolfa
Quanto sono 52 ettari? È una misura che, letta su una relazione tecnica, rischia di non trasmettere immediatamente la dimensione reale dell’intervento.
Parliamo di oltre 520 mila metri quadrati, l’equivalente di circa 73 campi da calcio regolamentari. Immaginando un’unica figura compatta, sarebbe come un quadrato con lati superiori ai 700 metri.
È questa la scala del progetto agrivoltaico presentato da Juwi Energie Rinnovabili S.r.l. in località Cascina Pandolfa, nella parte meridionale del territorio di Sesto ed Uniti, tra la linea ferroviaria Pavia-Cremona e la Strada provinciale 234 “Via Milano”, poco distante dal confine con Spinadesco.
L’impianto avrebbe una potenza di picco pari a 39,99 MWp, praticamente 40 megawatt, e una vita utile prevista di circa 30 anni. I pannelli bifacciali sarebbero collocati su strutture mobili capaci di seguire il movimento del sole, con un’altezza massima di circa 3,1 metri.
Non tutta l’area sarebbe occupata materialmente dai pannelli. Secondo la sintesi non tecnica, la superficie dei moduli sarebbe di circa 183 mila metri quadrati, mentre oltre il 76 per cento dell’area resterebbe coltivabile durante la fase di esercizio.
È proprio la compresenza tra produzione elettrica e attività agricola a consentire al proponente di definire l’opera come agrivoltaica e non come un semplice campo fotovoltaico.
La produzione annua stimata è di circa 62,7 milioni di kilowattora, equivalenti a 62,7 gigawattora.
Per comprendere la dimensione, si può confrontare questo valore con il consumo medio di una famiglia italiana. Considerando circa 2.700 kWh all’anno per nucleo familiare, la produzione teorica dell’impianto sarebbe equivalente al fabbisogno elettrico annuale di circa 23 mila famiglie.
Non significa che quell’energia sarebbe destinata direttamente agli abitanti di Sesto ed Uniti. L’elettricità verrebbe immessa nella rete nazionale e distribuita attraverso il sistema elettrico.
Il confronto serve però a capire che non siamo davanti a un piccolo impianto al servizio della sola azienda agricola o delle utenze locali. Si tratta di una vera infrastruttura energetica di scala industriale, capace di produrre una quantità di elettricità largamente superiore ai consumi domestici del Comune ospitante.
I quasi 40 MW rappresentano la potenza massima raggiungibile nelle condizioni migliori. Di notte l’impianto non produrrebbe nulla e nelle altre ore la produzione varierebbe in base alla stagione, alla copertura nuvolosa e all’irraggiamento solare.
Le strutture sarebbero distanziate di circa 5,4 metri, per permettere il passaggio dei mezzi agricoli e lo svolgimento delle lavorazioni tra una fila e l’altra.
Il progetto prevede colture erbacee e mellifere, oltre ad aree dedicate all’apicoltura. Sono inoltre previste opere a verde con funzione di mitigazione paesaggistica e ambientale.
Rimane tuttavia da verificare quale attività agricola sarà concretamente svolta per l’intera durata dell’impianto, quale produzione sarà ottenuta e con quali controlli verrà garantita la continuità della funzione agricola.
La stessa Provincia ha rilevato alcune incongruenze nella documentazione relative all’impiego di fertilizzanti, diserbanti e prodotti chimici e ha chiesto che le diverse previsioni progettuali vengano rese coerenti.
Ha inoltre osservato che un impianto di queste dimensioni determina comunque una forma di “artificializzazione” dell’ambiente agrario preesistente, anche quando rimane possibile coltivare tra i pannelli.
Uno dei passaggi più importanti del parere provinciale riguarda la classificazione urbanistica dell’area.
La Provincia di Cremona ha precisato che i terreni interessati dal progetto rientrano in un Ambito destinato all’agricoltura di interesse strategico previsto dal Piano territoriale di coordinamento provinciale, il PTCP, e disciplinato dall’articolo 19 bis delle norme del Piano.
In termini semplici, non si tratta soltanto di campi che oggi vengono coltivati. La Provincia considera quelle aree importanti per la funzione agricola complessiva del territorio: per la qualità e continuità dei terreni produttivi, per la struttura delle aziende agricole e per la conservazione di un paesaggio rurale ancora riconoscibile.
La definizione di “agricolo strategico” non equivale però a un vincolo di inedificabilità assoluta e non comporta automaticamente il divieto di realizzare un impianto agrivoltaico. Significa che la funzione agricola ha un valore sovracomunale e che eventuali trasformazioni devono essere valutate tenendo conto delle tutele previste dal PTCP e dalle normative regionali.
Quando la Provincia scrive che questa classificazione ha “efficacia prescrittiva e prevalente” sui PGT comunali, vuole dire che il Comune non può semplicemente decidere, attraverso il proprio piano urbanistico, di ignorare o cancellare quella destinazione.
Le regole provinciali sugli ambiti agricoli strategici si impongono alla pianificazione comunale e devono essere considerate anche nel procedimento autorizzativo.
È quindi un elemento di tutela importante, ma non un “no” automatico al progetto.
Questo passaggio va chiarito perché il parere provinciale, dopo avere elencato le tutele e le criticità da approfondire, conclude che, limitatamente alle competenze urbanistiche attribuite al PTCP, non emergono motivi ostativi alla fattibilità dell’intervento.
L’area ricade inoltre nel geosito della Valle dei Navigli, indicato nel PTCP con grado di tutela 1.
Si tratta di una forma geomorfologica antica, collegata alle cosiddette paleovalli, cioè tracce lasciate nel territorio dall’evoluzione storica dei corsi d’acqua e della pianura.
Per queste aree il PTCP richiede la conservazione e la valorizzazione degli elementi caratteristici del paesaggio, come scarpate morfologiche, corsi d’acqua naturali e forme relitte. Le trasformazioni non sono necessariamente vietate, ma non devono snaturare gli elementi geomorfologici e paesaggistici tutelati.
La Provincia segnala inoltre una possibile interferenza con un piccolo tratto di viabilità storica secondaria, pur osservando che dalle fotografie aeree quel percorso non sembrerebbe più materialmente presente.
Precisa invece che, contrariamente a quanto riportato in alcuni elaborati del proponente, nell’area non risulterebbe presente un areale della Rete ecologica provinciale.
Non soltanto pannelli
Il progetto comprende anche otto cabine di trasformazione, cavidotti interrati e una stazione elettrica di trasformazione da media ad alta tensione.
La stazione avrebbe una superficie di circa 6.000 metri quadrati, quasi quanto un campo da calcio, e servirebbe a elevare la tensione fino a 132 kV per consentire il collegamento alla rete elettrica nazionale.
L’impianto va quindi considerato nel suo insieme: pannelli, infrastrutture elettriche, opere di connessione e gestione agricola dell’area.
Un progetto immenso? Per la scala territoriale di Sesto ed Uniti, la risposta è sì: si tratta di un intervento molto grande.
Cinquanta ettari rappresentano oltre mezzo chilometro quadrato di territorio. Quaranta megawatt sono la potenza di una centrale elettrica di rilievo industriale.
Numeri che sollevano molte domande. Perché la vera sfida non è soltanto produrre energia pulita, ma farlo senza cancellare, pezzo dopo pezzo, il paesaggio e la vocazione agricola che definiscono questo territorio.
(Immagine in alto di repertorio)
Marco Degli Angeli
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