Cultura
22 mar 2026
La storia dell'Italia scorre anche tra le edizioni del "Corriere della Sera": quattro volumi, quattro punti di vista, per ripercorrere 150 anni di vita
Il 5 marzo il Corriere della Sera - di cui la Biblioteca dell'Università Cattolica del Sacro Cuore possiede l'archivio storico completo - ha compiuto 150 anni, un traguardo raro nel mondo dell'informazione. Dalla sua fondazione nel 1876, ha accompagnato i passaggi decisivi della nostra vita nazionale: dall'età liberale ai due conflitti mondiali, dalla ricostruzione al miracolo industriale, dalla crescita europea alla società globale.
Giorno dopo giorno, raccontando i fatti con rigore, indipendenza, pluralismo, qualità e responsabilità civile, si è costruito un patrimonio di credibilità grazie al quale ha saputo affrontare il passaggio al digitale e si prepara a raccogliere la nuova sfida dell'intelligenza artificiale, che sta già cambiando il modo in cui le notizie vengono prodotte e condivise.
Per onorare tale prestigioso anniversario il Corriere, avvalendosi di tante sue illustri firme, ha pubblicato quest'anno un poderoso volume celebrativo, "Corriere della Sera 150: la nostra storia", già presente nel Catalogo d'Ateneo.
L'apertura è affidata a Paolo Mieli, che si occupa delle origini del "Corriere", "fatto di quattro pagine, come tutti i quotidiani dell'epoca", sottolineando il contesto assai movimentato in cui Eugenio Torelli Viollier - un napoletano unitosi nel 1860 alle truppe garibaldine e poi trasferitosi a Milano - fondò, nel 1876, il "Corriere della Sera": a marzo era uscito di scena l'ultimo governo della Destra guidato da Marco Minghetti, subito rimpiazzato dal gabinetto presieduto dal leader della Sinistra Agostino Depretis che, trascorsi alcuni mesi, era andato alle elezioni e aveva conquistato la maggioranza. Nasceva un "modello" - l'alternarsi continuo dei governi in Parlamento - che avrebbe generato il fenomeno del trasformismo.
Nel giorno dell'esordio in edicola, Eugenio Torelli Viollier scrisse un editoriale in cui prese con i lettori l'impegno di parlare chiaro e informare con esattezza e "di mantenere, anche con gli amici migliori, la libertà di giudizio e quel diritto al frondismo ch'è il sale del giornalismo". Interessante notare come, nel 1901, Luigi Albertini, il direttore che fece diventare il "Corriere" un grande quotidiano italiano ed europeo, si ponesse ancora pienamente nel solco delle indicazioni del fondatore: "Un grande giornale deve essere libero da vincoli e parlare schiettamente agli amici e ai nemici".
Torelli - che aveva a Milano i riferimenti del paludato giornale conservatore "Perseveranza" e dell'aggressivo occhieggiante a sinistra "Secolo" - si distinse subito per spirito battagliero e voglia di sperimentazione: se il bacino dei lettori e la linea politica erano quelli della "Perseveranza", il vero modello, da sconfiggere, era il "Secolo", brillante e incline all'innovazione; un'idea che si sarebbe rivelata vincente.
Nonostante la crescita il giornale dovette affrontare ripetute crisi economiche. Il 1882 fu l'anno della svolta: il "Corriere" - che vendeva una media giornaliera di 12.700 copie - si mosse, tramite il suo direttore, alla ricerca di nuovi soci. E fu in tale contesto che, nel 1885, entrò in scena Benigno Crespi - appartenente a una famiglia di cotonieri di Busto Arsizio - l'altra figura determinante per il successo dell'impresa. Una delle prime decisioni del duo Torelli-Crespi - fondamentale per lo sviluppo del giornale - fu quella di gestire la pubblicità in proprio, consentendo al "Corriere" di non riprendere più gli articoli da altri quotidiani, di inventare la figura del "redattore viaggiante" (l'odierno 'inviato'), di iniziare a battere la via dell'ampliamento.
Agli inizi degli anni Novanta la missione di Torelli poteva dirsi compiuta: il "Corriere" vendeva 65.000 copie ed era in continua espansione; pur mantenendosi su posizioni conservatrici, per andare incontro al grande pubblico, mostrava una significativa attenzione alle questioni sociali. Nel frattempo, tuttavia, uno dei più attivi esponenti dell'imprenditoria tessile lombarda, Ernesto De Angeli, acquisiva da Torelli una parte della sua partecipazione alla proprietà del "Corriere", un investimento che si sarebbe rivelato politico, più che economico. Seguì una sfortunata serie di avvicendamenti alla guida del giornale fino a che, nel 1900, l'anconetano Luigi Albertini - assunto e fatto crescere da Torelli - divenne direttore del "Corriere della Sera", per un periodo equivalente a quello torelliano: il successo fu tale da rendere, agli occhi dei posteri, mitico il "Corriere" di Albertini.
È, invece, Stefano Folli a incaricarsi di indagare il legame, storicamente acquisito ma complesso, tra l'affermazione dei principi liberali nell'Italia post-unitaria - dalla fine dell'Ottocento agli sconvolgimenti prodotti dalla prima guerra mondiale - e la direzione di Luigi Albertini in via Solferino. Una stagione politica in cui la figura dominante - almeno nei primi tre lustri del Novecento - fu quella di Giovanni Giolitti. Albertini, uomo idealmente della Destra storica, liberale con un senso profondo delle istituzioni e dell'equilibrio costituzionale, era il personaggio meno adatto per andare d'accordo con i metodi di Giolitti, un pragmatico non privo di spregiudicatezza e, all'occorrenza, incline a un certo trasformismo. A stabilire, invece, un rapporto amichevole con Albertini, proprio nel segno dell'antigiolittismo, fu Gaetano Salvemini, figura la cui storia e vicenda umana erano certamente distanti dal direttore del "Corriere".
In ogni caso, la frizione tra Albertini e Giolitti raggiunse il punto più alto con l'approssimarsi della guerra. Il "Corriere" sosteneva la partecipazione italiana al conflitto, Giolitti - un liberale attento alla necessità di governare a piccoli passi - era per la neutralità. Il giornale - immerso nello spirito risorgimentale - vedeva nella guerra il compimento del processo unitario, con l'agognata conquista di Trento e Trieste e la sconfitta dello storico nemico asburgico. Se nel 1915 il "Corriere" aveva superato le ottocentomila copie giornaliere il merito andava ascritto alla capacità di interpretare i sentimenti di un'Italia desiderosa di riscatto. E in quel preciso momento storico l'ipotesi della neutralità non smuoveva le coscienze; molto più popolari erano la causa nazionale e la prospettiva interventista. La guerra appariva inoltre, a una porzione assai ampia della classe dirigente, un passaggio doloroso ma essenziale per costruire il profilo di una nazione in via di modernizzazione.
Fu così che il "Corriere" affiancò senza esitare lo sforzo bellico, diventando il punto di riferimento privilegiato dell'opinione pubblica. Resta, comunque, merito di Albertini aver impresso al "Corriere" una precisa linea politica. Se con il fondatore, Torelli Viollier - ex garibaldino stretto collaboratore di Alexandre Dumas -, la linea del giornale era per così dire progressista, fu merito di Albertini definirne la posizione liberale, in una chiave di "conservatorismo illuminato" destinata a essere mantenuta fino all'epilogo della stagione albertiniana, nel 1925: a quel punto la luce della stampa libera sarebbe stata spenta dal regime mussoliniano, ormai saldo avendo superato la crisi indotta dal delitto Matteotti, determinando anche la conclusione della parabola dell'ideatore del giornale più moderno e completo che l'Italia potesse vantare, di colui che - forte del successo delle vendite - aveva annullato ogni tentazione della proprietà di ingerire nella linea del "Corriere", modellandola secondo la propria sensibilità. Un "Corriere", quello albertiniano, in grado ormai di stare alla pari delle grandi testate estere, che aveva sullo sfondo non Roma - la capitale politica - ma la 'seconda capitale', Milano, dove c'erano l'industria, l'economia, la cultura.
Dopo l'uscita di scena di Albertini e la cosiddetta "fascistizzazione" del giornale, il "Corriere" non cessò di essere depositario dell'identità italiana, specchio in cui la nazione poteva riconoscersi, con le sue virtù e con i suoi difetti. Aldo Borrelli - chiamato alla direzione nel 1929 -, pur con un giornale sotto il controllo del regime, seppe far tesoro del lascito albertiniano. Il "Corriere" evitò di immiserirsi grazie al patrimonio di firme e alla qualità giornalistica che doveva al suo direttore storico e che Borrelli ebbe l'intelligenza di non disperdere, anzi di incrementare, con l'ingresso di Indro Montanelli, Guido Piovene, Gaetano Afeltra, Dino Buzzati, Corrado Alvaro, Curzio Malaparte, Bruno Fallaci, zio di Oriana... La caduta del regime, il 25 luglio del '23, trovò una redazione ancora vitale.
Dopo i mesi della Repubblica sociale - con la direzione collaborazionista di Ermanno Amicucci - il giornale, ancora una volta, riuscì a superare la crisi e a ritrovare lo slancio grazie a Mario Borsa, antifascista, una direzione breve, aperta alla nuova Italia e alle speranze coltivate dalle forze democratiche, in particolare dal Partito d'Azione; una direzione capace di ripescare il filo di un liberalismo adatto ai tempi, con una punta di radicalismo democratico, che fu quello che salvò l'anima del "Corriere" nella lunga stagione del dopoguerra, fino agli anni di Giovanni Spadolini (1968-1972) il quale, alla soglia del centenario del giornale, si presentò come il più "albertiniano" dei direttori, nel senso di un idea altissima e liberale delle istituzioni e della funzione del giornale.
Ferruccio De Bortoli, nell'evidenziare a Sua volta "lo spirito indomito del giornale" e la sua capacità di superare le crisi più acute e i tornanti più delicati della vicenda storica nazionale, si spinge fino ai giorni nostri: ne esce il ritratto di un organo d'informazione che, con molte luci e qualche ombra, ha raccontato, ispirato e stimolato l'Italia, difeso la libera iniziativa privata dall'invadenza dello Stato, incoraggiato la scelta europea, interpretato una linea convintamente atlantista, favorito il dialogo tra parti politiche anche ideologicamente distanti, mantenuto il proprio spirito critico, mai fiancheggiando alcuno in particolare, piuttosto collocandosi a fianco del Paese.
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"Il garibaldino che fece il Corriere della Sera: vita e avventure di Eugenio Torelli Viollier", di Massimo Nava - pubblicato nel 2011 e sempre disponibile alle/agli utenti del Sistema bibliotecario e documentale d'Ateneo - racconta, invece, più specificatamente, la vicenda malinconica ed esaltante di un uomo che, agli albori del giornalismo moderno, ha incarnato lo spirito di un'Italia giovane e rissosa, ambiziosa e imperfetta, spesso divisa, ma animata da generosi ideali, come quelli di obiettività e indipendenza, essenziali per fare un grande quotidiano. Emblematica in tal senso una dichiarazione proprio di Eugenio Torelli Viollier: "Lei sa la differenza fra un piccolo e un grande giornale? Il grande giornale è quello che pubblica anche le notizie che dispiacciono. S'intende, la notizia che ci dispiace la si commenta come più ci piace".
L'autore intreccia biografia privata di Torelli Viollier, affresco sociale, storia del costume, aneddoti, gustose citazioni. Dalla Napoli borbonica alla Milano post-unitaria, dalla fondazione del "Corriere" alla battaglia per difenderne l'indipendenza, vengono ripercorsi i momenti salienti della straordinaria avventura di un uomo che dopo l'Italia provò a fare gli italiani. Nato a Napoli il 26 marzo 1842, Eugenio Torelli Viollier visse da protagonista una stagione di fermento civile e culturale in cui si compì l'unità nazionale.
Ancora ragazzo fu a fianco di Garibaldi sui monti dell'Irpinia, apprese i rudimenti del giornalismo sotto l'ala di Alexandre Dumas, respirò il progresso nella Francia di Napoleone III e scelse la Milano della Scapigliatura per creare quello che sarebbe diventato il più importante quotidiano d'Italia. Domenica 5 marzo 1876 uscì la prima edizione del "Corriere della Sera", che sull'esempio di Parigi e Londra si proponeva di coniugare notizie minute e aggiornamenti politici dalla capitale, eleganza di stile e sobrietà di contenuti, interessi del pubblico e imparzialità delle voci. Nato con poche migliaia di lire, si rivelò un giornale d'avanguardia, capace di esprimere lo spirito fattivo e concreto dello Stato nascente, ma anche aperto al mondo, con i primi reportage dall'America e i dispacci degli inviati sui pogrom in Europa orientale.
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È sempre Massimo Nava, ma più recentemente (nel 2023), a tornare sul tema delle origini del "Corriere" con il volume, pure presente nel Catalogo d'Ateneo, "Quella sera in Galleria: come nacque il 'Corriere della Sera'". Si tratta di un ulteriore omaggio - basato su fonti storiche, scritti e testimonianze di Alexandre Dumas, dello stesso Eugenio Torelli Viollier e di quanti lo conobbero -, da parte dell'editorialista del giornale, a una figura poco conosciuta, anche dai lettori del "Corriere".
"In quasi mezzo secolo di lavoro in via Solferino, ho toccato con mano quanto la sua lezione di libertà, onestà intellettuale e spirito di servizio sia rimasta nei cromosomi del giornale. Torelli Viollier fu il primo a buttare nel cestino il giornalismo autoreferenziale ed elitario e a importare i modelli dei grandi giornali europei, basati sul primato della notizia e su inchieste e reportage accurati".
Eugenio Torelli Viollier era un giovane napoletano, timido e orfano di entrambi i genitori, che tuttavia divenne un adulto con il gusto della sfida, la passione civile, l'amore per la patria, che servì da volontario con Garibaldi. Divenne giornalista sotto le ali affettuose di Alexandre Dumas, di cui fu segretario e traduttore, scoprendo Parigi e i salotti letterari e studiando segreti e regole delle grandi imprese editoriali. Amava le lettere, il melodramma, il teatro e scrisse poesie, romanzi e libretti d'opera, che non ebbero il successo sperato. Ma era anche un visionario, che immaginò di fare, con quattro precari colleghi e pochi soldi, quello che sarebbe diventato il più grande quotidiano italiano.
La sua biografia è straordinaria nello svolgimento, dalla Napoli borbonica alla Milano della classe dirigente unitaria, e nella sua attualità, perché è la storia di un successo costruito in giro per l'Europa e nella metropoli lombarda, dove i talenti del sud vengono a cercare fortuna e valorizzazione. Alla guida del "Corriere", il direttore seppe esaltare i talenti che incontrava, chiamandoli a scrivere per il giornale; fra questi, Giovanni Verga, Luigi Capuana, Matilde Serao. Seppe anche scoprire l'uomo adatto alla successione: Luigi Albertini, il direttore del nuovo secolo, il grande giornalista il cui nome si sarebbe legato per sempre alla storia del "Corriere". Il successo del quotidiano, sbocciato nel giorno di Quaresima sotto le volte della Galleria di Milano, fu negli ultimi tempi segnato da contrasti interni alla redazione, maldicenze messe in giro dalla concorrenza e peripezie economiche.
E il suo protagonista finì per uscire di scena in punta di piedi, in solitudine e dimenticato. Il fondatore del "Corriere" non ha conquistato un posto nella galleria dei 'milanesi' illustri. La sua tomba al cimitero monumentale è oggi spoglia e abbandonata.
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Anche "Alle origini del 'Corriere della Sera': da Eugenio Torelli Viollier a Luigi Albertini (1876-1900)", scritto da Andrea Moroni, con prefazione di Paolo Mieli e pubblicato nel 2005, è nella dotazione del Sistema bibliotecario e documentale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.
Il libro analizza le scelte editoriali e imprenditoriali che consentirono al "Corriere della Sera" di affermarsi come uno dei principali quotidiani italiani. L'esame verte sui primi trent'anni di vita del giornale, dal 1876 all'inizio del Novecento, anni in cui una moderna opinione pubblica di massa era ancora lontana dal costituirsi. La stragrande maggioranza dei quotidiani italiani era espressione di ristretti gruppi politici e non parte di un tessuto connettivo dell'informazione e di divulgazione politico culturale.
Nato, quindi, nel contesto di una realtà giornalistica arretrata, il "Corriere" si distinse subito per la volontà di creare non solo un giornale politico vicino alle posizioni moderate della nuova borghesia milanese, ma anche un'impresa capace di alimentarsi con gli introiti delle vendite e della pubblicità e in grado di produrre un profitto. L'affermazione del "Corriere della Sera" avvenne in virtù di un'alleanza inedita - per quegli anni - tra un giornalista e un imprenditore, e grazie alla capacità del direttore, Eugenio Torelli Viollier, di trasformare il "Corriere" da foglio politico rivolto a un'élite a giornale d'informazione di massa. Fu invece Luigi Albertini a farlo evolvere nella principale testata di un più ampio gruppo editoriale che pubblicava periodici di carattere e natura diversi, indirizzati a pubblici eterogenei: il popolare settimanale 'Domenica del Corriere', il mensile 'La Lettura', il 'Romanzo Mensile', il 'Corriere dei Piccoli'.
E fu ancora Albertini a trasformare, in pochi anni (tra il 1900 e il 1908), il quotidiano milanese in un grande e moderno giornale di comunicazione di massa, di stile e prestigio europei. L'importanza di Luigi Albertini, non solo nella storia del "Corriere" ma in quella d'Italia, ha finito per oscurare i precedenti venticinque anni, il lavoro svolto da Torelli Viollier per introdurre quelle innovazioni senza le quali non sarebbe stata possibile la trasformazione dei primi anni del '900. Gli stessi valori dichiaratamente anglosassoni connessi con l'esercizio del giornalismo moderno (indipendenza economica e politica, obiettività dell'informazione, rispetto della notizia e del lettore, massima considerazione per le competenze intellettuali di chi è chiamato a collaborare a un giornale), la cui sottolineatura viene usualmente attribuita ad Albertini, furono proprio i punti di forza dell'opera di Torelli.
Il libro si occupa dei primi decenni di vita del giornale - quelli meno noti - dal 1876 all'ascesa di Albertini, alla cui gestione è dedicato solo l'ultimo capitolo, che consente di far emergere gli elementi di continuità e quelli innovativi tra il "Corriere" di Torelli e quello di Albertini.
Il lavoro condotto da Andrea Moroni si basa sulla documentazione custodita presso l'archivio storico riordinato e valorizzato dalla "Fondazione Corriere della Sera", un ricco materiale che gli ha consentito di analizzare l'assetto proprietario, la gestione economica, i cambiamenti intervenuti nella veste grafica, il modo di presentare le notizie, le fonti di informazione, insomma tutti gli elementi che contribuirono al successo di un'impresa editoriale.
Aspetti diversi che, tra le altre cose, mettono in luce come i giornali fossero, fin dall'Ottocento, la complessa espressione dell'intreccio tra azienda industriale e strumento della lotta politica.
La foto in alto è tratta dal sito ufficiale della FNSI - Federazione Nazionale Stampa Italiana
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Antonio Agazzi
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