L'intervento
12 feb 2026
Dagli scontri di Torino a quelli di Milano passando per una riflessione su Cremona: la vera sicurezza nasce dal dialogo e non dalla strumentalizzazione
Nel Paese si è acceso un confronto particolarmente vivace dopo i recenti scontri avvenuti a Torino e Milano tra manifestanti, gruppi violenti infiltrati e Forze dell’Ordine. L’opinione pubblica è stata investita da una spettacolarizzazione continua delle violenze – sia quelle agite, sia quelle subite – immediatamente seguita da strumentalizzazioni politiche, dichiarazioni incendiarie e campagne mediatiche di rara aggressività.
Il punto più alto di questa escalation è stato raggiunto quando la Presidente del Consiglio Meloni ha definito “nemici dello Stato” in modo generalizzato coloro che esprimono dissenso, confondendo deliberatamente la legittima protesta con le derive violente, che restano sempre e comunque da condannare.
Per molti osservatori, il Governo ha colto l’occasione per alzare i toni e tentare di introdurre norme liberticide. Un tentativo prontamente bloccato dal Quirinale, che ha evidenziato i profili di incostituzionalità presenti nel cosiddetto “pacchetto sicurezza”.
Parallelamente, i partiti di maggioranza stanno sfruttando in modo strumentale l’iter giudiziario avviato nei confronti degli autori delle violenze di Torino per alimentare una campagna contro la Magistratura, arrivando perfino a utilizzare slogan infondati per sostenere il Sì al prossimo referendum sulla riforma costituzionale promossa dal Governo.
Infine, è emerso addirittura che l’immagine simbolo delle violenze di Torino sarebbe stata modificata con l’intelligenza artificiale per mettere in risalto aspetti capaci di suscitare maggiore empatia negli osservatori. Come se ce ne fosse bisogno.
Personalmente, penso che peggio di così non si potesse impostare il dibattito.
Per provare a uscire dalla logica della contrapposizione feroce – in cui ogni ragionamento viene piegato all’appartenenza politica – vorrei proporre alcune riflessioni di merito prendendo spunto da un recente intervento dell’ex capo della Polizia Franco Gabrielli. Durante una puntata di Piazza Pulita, gli è stato chiesto di commentare le inquietanti dichiarazioni di un funzionario di Pubblica Sicurezza che, in forma anonima, ha affermato che il Governo avrebbe “deliberatamente interrotto il dialogo con gli organizzatori delle manifestazioni di piazza”.
Gabrielli ha definito questa eventualità “estremamente grave” e ha ricordato, con la sintesi di chi conosce a fondo la materia, che nella gestione dell’ordine pubblico esistono da sempre due momenti: un “prima” e un “durante”.
Il “durante” è inevitabilmente esposto a variabili incontrollabili; il “prima”, invece, è la fase decisiva.
Come raccontava Luigi Manconi nel suo libro “Corpo e anima”, quel “prima” è fatto di confronto, mediazione, ascolto reciproco tra organizzatori e Forze dell’Ordine. È lì che il più delle volte si costruiscono le condizioni per evitare che una protesta degeneri, ed è lì che contemporaneamente si tutela il diritto costituzionale a manifestare.
Un lavoro che non ha nulla a che vedere con l’idea del “fermo preventivo”, ma che si fonda sulla responsabilità e sulla fiducia reciproca.
Alla luce di quanto emerso nella trasmissione, sembra invece che l’obiettivo del Governo non sia garantire la sicurezza nel rispetto delle libertà costituzionali e dell’incolumità di cittadini e agenti. Al contrario, pare quasi che si voglia creare deliberatamente un clima di tensione, così da poter sfruttare eventuali degenerazioni come strumento di propaganda. Una strategia meschina, utile solo a distogliere l’attenzione dall’assenza nel panorama politico nazionale (e non solo) di un progetto sociale capace di contrastare le disuguaglianze e il dominio dei più forti sui più deboli.
Senza minimizzare la gravità di questo scenario – che, se confermato, a mio avviso basterebbe da solo a giustificare le dimissioni del Ministro degli Interni – credo sia necessario allargare lo sguardo. Occorre recuperare la cultura e la pratica del dialogo tra Istituzioni e corpi intermedi, in un tempo segnato da individualismo crescente e da una sfiducia profonda nei confronti dei partiti.
E questo porta inevitabilmente a riflettere sulla legittimazione del dissenso, sempre più spesso criminalizzato da governi che rappresentano una quota sempre più ridotta della società, complice l’astensionismo dilagante.
In questa prospettiva, il “prima” evocato da Gabrielli diventa la dimensione strategica per chi vuole costruire davvero sicurezza – sociale, prima ancora che di ordine pubblico – e non limitarsi a brandire slogan dal retrogusto cileno contro chi non si allinea alle parole d’ordine del potere.
Manconi attribuisce a quel “prima” anche un valore autobiografico: partecipare alle mediazioni tra manifestanti e Forze dell’Ordine ha rappresentato per lui una palestra di militanza democratica che gli ha consentito di acquisire competenze che ancora oggi rappresentano uno strumento per fare politica nel senso più pieno del termine.
Non si tratta di questioni astratte. Basti pensare a quante celebrazioni del 25 Aprile, anche nella nostra città, hanno visto gruppi autonomi, organizzatori e Forze dell’Ordine trovare accordi su percorsi e spazi, permettendo a tutti di esprimere le proprie visioni senza intaccare la sacralità della ricorrenza.
E queste riflessioni risuonano ancora più forti se lette alla luce della crescente inquietudine dei cittadini, registrata anche da un recente sondaggio pubblicato da Repubblica, secondo cui molti temono un restringimento degli spazi di espressione del dissenso.
Nel mio piccolo, in oltre trent’anni di attivismo, ho sperimentato più volte il valore del dialogo. Durante la lunga battaglia contro la costruzione dell’inceneritore di via San Rocco, per anni abbiamo organizzato manifestazioni, assemblee, presìdi (Forte Apache) e iniziative pubbliche per informare la cittadinanza, nonostante la campagna di delegittimazione portata avanti dalla maggioranza politica.
Fu proprio il confronto costante con la Digos a permettere alla Questura di garantire la sicurezza di tutti, prevenendo il rischio di degenerazione delle manifestazioni che, per lo più, beneficiavano del supporto logistico dei militanti del disciolto centro sociale Dordoni.
Una gestione equilibrata del “prima” ha sempre contribuito anche a responsabilizzare gli stessi organizzatori, favorendo la crescita di gruppi dirigenti credibili, dotati di una leadership capace di tutelare gli spazi democratici e di collaborare, a loro volta e nel proprio ruolo, alla salvaguardia dell’ordine pubblico.
Oggi, in un contesto segnato da crisi ambientali, climatiche e sociali sempre più gravi, e dall’assenza di un progetto politico realmente all’altezza delle sfide, è fondamentale che i cittadini riconoscano quanto siano inconcludenti e in malafede gli “incantatori di serpenti” che vendono ricette securitarie per ogni problema.
La sicurezza autentica nasce dal dialogo, cresce attraverso percorsi partecipati e si consolida nella costruzione di reti di prossimità capaci di intercettare i bisogni e prevenire il disagio. L’alternativa, purtroppo, è la barbarie.
Luigi Lipara
© RIPRODUZIONE RISERVATA