L'intervento

15 giu 2026
Lipara

"Colpisce la distanza di sensibilità mostrata dal sindaco tra il caso del manifesto pro-vita e il finanziamento all'evento con un cantante dai testi degradanti"

«E non importa se non me la dai, ti distruggo il culo mentre dormirai». Tony Pitony è questa roba qui!

Da qui occorre partire, senza giri di parole. Perché quando un artista che pronuncia versi del genere viene inserito nella programmazione di un festival finanziato con 100.000 euro di risorse pubbliche — come riportato nell'interrogazione annunciata dal consigliere Alessandro Portesani — la questione non può essere liquidata come una banale schermaglia politica. Non lo è, e non può esserlo.

Il punto centrale riguarda la coerenza. Quella che il mondo degli adulti deve pretendere da sé stesso prima ancora che dai giovani.

Non possiamo permetterci di trasmettere ai ragazzi l'idea che opporsi alla violenza sulle donne sia un esercizio retorico, una bandiera da sventolare solo quando conviene, salvo poi chiudere un occhio quando a diffondere messaggi degradanti è qualcuno che rientra in un progetto culturale che si preferisce non mettere in discussione.

Chi lavora ogni giorno accanto agli adolescenti — sostenendone fragilità, talenti, fatiche — sa bene che la violenza verbale e simbolica non resta confinata nei testi di certi artisti che spopolano tra i più giovani. Entra nelle chat, si insinua nelle relazioni, alimenta dinamiche di sopraffazione che generano disagio profondo.

Solo una minima parte di questo malessere emerge in forma di denuncia; il resto rimane sommerso, ma non per questo è meno reale.

E mentre ci interroghiamo su ciò che normalizziamo nel quotidiano, non possiamo ignorare che la violenza sessuale è oggi utilizzata in modo sistematico anche nei conflitti armati: secondo il rapporto ONU del 2024 sulla Conflict-Related Sexual Violence, i casi documentati sono aumentati del 50% rispetto all'anno precedente, con centinaia di episodi accertati in Ucraina, Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Myanmar.

Lo stupro viene descritto come "arma di guerra" e "strumento di terrore", un richiamo drammatico a quanto la cultura della sopraffazione, se tollerata, possa estendersi fino ai suoi esiti più estremi.

Per questo derubricare certi messaggi a semplice provocazione artistica è l'ultima cosa da fare. E diventa ancora più grave quando la loro diffusione avviene grazie a fondi pubblici, in un periodo segnato da una crisi economica e sociale che richiederebbe ben altre priorità e ben altra attenzione alla qualità educativa delle scelte culturali.

In questo senso, colpisce la distanza tra la sensibilità mostrata dal sindaco in un'altra vicenda — quella del manifesto pro‑vita, in cui ha affermato che «un manifesto non può conoscere la storia di una donna e l'ospedale non è un luogo qualunque» — e l'assenza di una presa di posizione altrettanto chiara di fronte a contenuti che oggettificano e svalutano la donna.

Sarebbe questo, ad avviso di molti, un gesto di coerenza necessario.

Ridurre tutto a una sterile polemica delle opposizioni, come alcuni interventi della maggioranza sembrano suggerire, significherebbe inviare ai giovani un messaggio devastante: che la violenza è condannabile solo quando proviene da chi ci è politicamente distante, mentre può essere tollerata, giustificata o minimizzata quando arriva da chi appartiene alla propria area o da un evento che si preferisce difendere a prescindere.

Ma la dignità delle donne non può essere materia di schieramento. Non può essere negoziata, né piegata alle convenienze del momento. E non può essere difesa a intermittenza.

Chi ricopre ruoli pubblici ha il dovere di essere esempio, non eccezione. Di essere guida, non spettatore. Di essere coerente, sempre.

A ricordarcelo, con parole che non hanno perso forza, è Rosa Luxemburg, che scriveva: «Chi non si muove, non può rendersi conto delle proprie catene» (Lettere dalla prigione, 1917).

Ecco: muoversi, prendere posizione, scegliere la coerenza partendo dalle piccole scelte quotidiane. È questo che, a parer mio, oggi servirebbe per provare a costruire prospettive alternative alla barbarie dilagante.

Luigi Lipara

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