L'intervento

20 mag 2026
Panorama Cremona Foto Gaimarri

"Il problema non è Arvedi, ma una politica che sembra aver rinunciato ad avere la stessa forza del privato". Le reazioni dei lettori all'intervista con Pizzetti

Ha riscosso moltissime reazioni, attraverso mail e messaggi diretti al direttore, l'intervista con il presidente del Consiglio comunale, Luciano Pizzetti, che Cremona Libera ha pubblicato ieri (qui il link diretto).

E' un ottimo segno, perché al di là dell'idea di città che ogni cittadino può avere, il confronto costruttivo e argomentato non può che essere positivo per la comunità.

Ed è esattamente ciò che questo giornale di opinione, pur con tutti i suoi limiti, tenta di stimolare.

E' dunque con questo spirito - in antitesi al dibattito social, spesso limitato a insulti e frasi sprezzanti senza alcun costrutto - che volentieri pubblichiamo uno degli interventi più articolati che abbiamo ricevuto da un nostro lettore subito dopo la pubblicazione dell'intervista (naturalmente ringraziandolo per il prezioso contributo).

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L'intervista di Luciano Pizzetti è interessante perché, forse senza volerlo, fotografa perfettamente il punto in cui è arrivata Cremona oggi. Da una parte riconosce apertamente una "debolezza istituzionale" del territorio. Dall'altra difende il ruolo centrale di Arvedi come imprenditore-mecenate.

Ed è proprio qui che nasce il nodo vero della questione. Perché quando un territorio ammette di essere debole istituzionalmente e contemporaneamente concentra sempre più peso economico, culturale e sociale attorno a un solo uomo, il problema non è più il singolo imprenditore. Il problema diventa il sistema.

Pizzetti dice una cosa vera: Cremona è frammentata, divisa, spesso incapace di fare squadra. Ma allora la domanda è: questa debolezza è stata combattuta o, col tempo, è diventata terreno fertile per accentrare tutto attorno a poche figure forti?

Perché oggi Arvedi non è solo un industriale. È presente nella cultura, nello sport, nelle opere pubbliche, nell'università, nei restauri, nel sociale. Ovunque. E attenzione: non è una critica all'intervento in sé. Il problema nasce quando il pubblico sembra arretrare e quasi abituarsi all'idea che senza il privato "salvatore" certe cose non possano esistere.

Ed è qui che il discorso diventa delicato.

Pizzetti parla di "imprenditore di comunità". Una definizione affascinante, ma che apre anche interrogativi enormi. Perché una comunità sana non dovrebbe dipendere dalla volontà, dalla visione o dalla presenza di una singola persona, per quanto capace e generosa. Una comunità sana costruisce equilibri, pluralità, autonomia.

Invece a Cremona si è arrivati a un punto in cui chiunque osi porre una domanda viene subito etichettato come "lamentoso", "invidioso", "uno che non ce l'ha fatta". Ed è gravissimo. Perché il confronto democratico funziona proprio quando si possono fare domande anche scomode senza essere delegittimati.

E qui emerge un altro passaggio chiave dell'intervista: il continuo richiamo ai "lagnoni". È una narrazione pericolosa, perché sposta il focus. Non si discute più il merito delle questioni, ma si scredita chi le solleva. Se chiedi trasparenza sei un lamentoso. Se chiedi equilibrio sei contro la città. Se critichi sei uno che rosica.

Ma una città viva non è quella dove tutti applaudono. È quella dove esiste ancora uno spazio libero per il dubbio.

Poi c'è il tema più grande di tutti: il futuro.

Perché va bene oggi. Ma domani? Pizzetti stesso ammette che il territorio è fragile. E allora cosa succede quando un sistema si abitua per decenni a ruotare attorno a una sola figura?

Cosa resta quando quella figura non ci sarà più? È questa la domanda che nessuno vuole affrontare davvero.

Perché un conto è avere un grande imprenditore che investe sul territorio. Un altro è costruire un'intera identità cittadina attorno alla sua presenza.

E attenzione: riconoscere questo non significa negare i meriti. Nessuno sano di mente può negare ciò che Arvedi ha fatto per Cremona. Ma i meriti non possono trasformarsi in uno scudo totale, né in una forma di intoccabilità morale o politica.

Anche perché, diciamolo chiaramente: nessuno fa nulla completamente "per niente". Esistono visioni, interessi, ritorni, consenso, influenza. È normale. Succede ovunque. Fingere che non esista questa dinamica significa essere ingenui oppure non voler vedere.

E allora il vero problema non è Arvedi. Il vero problema è una politica che sembra aver rinunciato ad avere la stessa forza del privato. Una politica che troppo spesso appare grata invece che autonoma. E quando il pubblico diventa dipendente dal privato, il confine tra collaborazione e sudditanza diventa sottilissimo.

Nel frattempo Cremona continua a perdere abitanti, tanti giovani se ne vanno, il lavoro resta concentrato in poche grandi realtà, il dibattito pubblico si impoverisce e chi prova ad alzare la testa viene subito riportato all'ordine.

Questa non è una città che cresce serenamente. È una città che rischia di convincersi che senza un uomo solo non possa esistere.

Ed è forse questo il segnale più preoccupante di tutti.

 

La foto in alto è di Mauro Gaimarri, che si ringrazia per la gentile concessione.

Luigi Mastrofilippo

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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