Gentile Direttore,
ho letto con attenzione il vostro articolo, a firma dell'ex consigliere regionale M5S Marco Degli Angeli, relativo alla presentazione del libro di Simone Uggetti a Crema (qui il commento in questione; ndr). Poiché ero presente all'incontro, ritengo necessario chiarire alcuni punti che nel vostro editoriale risultano distorti o ricostruiti in modo fuorviante.
Innanzitutto, la presentazione del volume, "Storia di un sindaco", non aveva alcun intento autoassolutorio o celebrativo.
È stata, piuttosto, una riflessione sul funzionamento della giustizia e sulle sue distorsioni: la custodia cautelare usata come pena anticipata, la gogna mediatica che trasforma l'indagato in colpevole, la durata abnorme dei processi, che diventa essa stessa una sanzione, l'impatto umano devastante che tutto ciò produce.
Ridurre questo a un'operazione di "riabilitazione politica" significa non aver colto il senso dell'incontro.
Il paragone con la vicenda giudiziaria e politica di Silvio Berlusconi che proponete, sostenendo che destra e sinistra "si riflettono l'una nell'altra" è improprio e fuorviante. È un parallelo che non regge né sul piano giuridico né su quello politico.
Le due vicende sono radicalmente diverse: per natura dei fatti contestati, per dimensione economica e sistemica, per contesto personale e istituzionale.
Nel caso di Simone Uggetti si parla di un bando da 5.000 euro, con un affidamento che si sarebbe potuto benissimo fare direttamente, e comunque concepito senza alcun vantaggio economico personale o di terzi, con una contestazione basata su un confronto tecnico sui criteri di valorizzazione delle offerte, uno su tutti, il "radicamento territoriale".
Nel caso di Silvio Berlusconi si parla di vicende societarie, fiscali e patrimoniali di tutt'altra scala e con risvolti giudiziari totalmente differenti per consistenza ed esiti.
Mettere sullo stesso piano queste due storie non è un esercizio di analisi: è una forzatura che altera la realtà!
Nel vostro articolo si suggerisce, poi, che la particolare "tenuità del fatto" imputata a Simone Uggetti equivalga a un'ammissione di colpa. È un'interpretazione scorretta.
Quella formula significa che il comportamento contestato non è penalmente rilevante, che esso non merita una risposta punitiva, che non c'è un disvalore tale da giustificare la macchina penale. Non è un marchio d'infamia, né una condanna mascherata.
E soprattutto non giustifica, a posteriori, né la custodia cautelare né la gogna mediatica subite.
Il tema strutturale che questa vicenda pone, invece, è il confine delle responsabilità dei sindaci, punto centrale emerso ieri durante la presentazione, un problema che tocca tutti gli amministratori locali, indipendentemente dal colore politico: la confusione tra responsabilità politica e responsabilità penale.
Il nostro ordinamento distingue chiaramente atti di indirizzo politico (di competenza degli amministratori) e atti di gestione (di competenza dei dirigenti). Eppure, nella prassi, i sindaci continuano a ricevere avvisi di garanzia "per presenza", ne sono diretta testimone, solo perché legali rappresentanti dell'ente, anche per fatti che attengono alla gestione tecnica.
Questo squilibrio produce un clima in cui fare il sindaco significa esporsi a una responsabilità illimitata e spesso impropria.
Durante la presentazione non è stata avanzata da nessuno dei presenti alcuna richiesta di immunità o zone franche per gli amministratori, sia ben chiaro. È stato ribadito, al contrario, in primis proprio da Uggetti, che reati come peculato, concussione e malversazione devono essere perseguiti con severità.
La richiesta è un'altra: definire con chiarezza le responsabilità, evitare che i sindaci rispondano di atti che non competono loro, garantire che chi amministra possa farlo senza vivere sotto la minaccia costante di una responsabilità penale impropria.
Non è una difesa corporativa, una questione di equilibrio istituzionale.
Da Responsabile P.A. del Partito Democratico, un ultimo punto mi sta a cuore. Nel vostro articolo si suggerisce una convergenza tra destra e sinistra sul terreno della giustizia. È un'affermazione infondata, e non solo per l'imminente referendum sulla magistratura.
Il Partito Democratico, in occasione della recente Legge che ha abolito il reato di abuso d'ufficio, si è opposto in modo netto e in Parlamento ha espresso voto contrario. Vero che alcuni sindaci PD erano favorevoli alla abolizione, ma la posizione del Partito è stata netta, denunciando che con tale misura il rischio reale era quello di indebolire gli strumenti anticorruzione e sostenendo che il problema non si risolve cancellando reati, ma chiarendo le responsabilità nel TUEL.
Attribuire al PD una posizione ufficiale che non ha avuto significa, anche qui, alterare il dibattito.
Chiudo sulla vicenda di Simone Uggetti, e sul perchè abbia (avuto) senso parlarne: non è un'agiografia né un'operazione di marketing politico. È un monito democratico. Ci obbliga a chiederci se vogliamo un Paese in cui la giustizia è lineare e trasparente, la custodia cautelare non diventa una pena anticipata, i sindaci possono esercitare il loro ruolo senza essere trasformati in capri espiatori.
Raccontare questa storia in modo onesto, significa interrogarsi su come evitare che simili vicende si ripetano, non costruire paralleli impropri o narrazioni distorte.
Per correttezza verso i lettori e verso la verità dei fatti, vi chiedo di pubblicare questa replica.