Attualità
07 lug 2026
Studio epidemiologico, un'occasione persa. A Mantova il record delle anomalie congenite, e a Cremona chi studia davvero la salute dei cittadini?
Il rapporto del progetto Sentieri pubblicato nel 2023 e coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità, assegna al SIN (Sito di Interesse Nazionale) di Mantova il valore più elevato tra quelli analizzati per anomalie congenite maggiori: 526 casi ogni 10.000 nati, il dato più alto tra i 21 siti monitorati sotto questo profilo.
Nel periodo 2008-2017, nell'area del SIN mantovano dell'ex petrolchimico sono stati registrati 270 casi di anomalie congenite maggiori su 5.128 nati, con un'incidenza significativamente superiore rispetto al resto della provincia. Le anomalie più frequenti riguardano il sistema nervoso, gli organi genitali, l'apparato digerente e quello cardiovascolare.
Numeri che non si possono ignorare e rappresentano un segnale che richiede ulteriori approfondimenti scientifici. La letteratura sul rapporto tra esposizioni ambientali e anomalie congenite è ancora limitata e proprio per questo la risposta non può essere ridurre la ricerca, bensì rafforzarla.
L'epidemiologia serve a prevenire, non solo a fotografare il passato
Troppo spesso si pensa che gli studi epidemiologici servano soltanto a contare morti o malati, ma questa è una visione profondamente sbagliata.
L'epidemiologia è uno degli strumenti fondamentali con cui una Regione dovrebbe programmare la sanità pubblica. Serve a individuare precocemente i fattori di rischio, orientare gli screening, rafforzare la prevenzione, pianificare gli interventi sanitari e ambientali e valutare se le politiche adottate stanno producendo effetti.
In altre parole, dovrebbe guidare le decisioni pubbliche. Eppure continua ad essere uno degli ambiti più trascurati.
Negli ultimi mesi si è molto discusso del futuro del progetto Sentieri. Il Ministero della Salute ha chiarito che il progetto, dopo essersi interrotto nel 2024 in seguito all'esaurimento dei precedenti finanziamenti, è stato rifinanziato dalla legge di bilancio 2026 con 300.000 euro all'anno per il biennio 2026-2027, destinati all'Istituto Superiore di Sanità per garantirne la prosecuzione.
È un segnale importante, perché riconosce il valore scientifico del progetto. Ma è difficile non osservare come il principale programma nazionale dedicato allo studio degli effetti sanitari dell'inquinamento ambientale continui a vivere grazie a risorse limitate, discontinue e lo diciamo senza timore di smentite, del tutto insufficienti.
Se davvero l'epidemiologia rappresenta uno strumento strategico per la tutela della salute pubblica, dovrebbe poter contare su finanziamenti strutturali e adeguati, non su rifinanziamenti periodici che ne rendono incerta la continuità.
E Cremona?
È qui che il ragionamento diventa inevitabile. Cremona convive da decenni con alcune delle peggiori condizioni ambientali della Pianura Padana.
Il caso Tamoil continua periodicamente a riemergere e ci fa capire che non è un capitolo del passato. Eppure il monitoraggio epidemiologico del nostro territorio resta ai margini del dibattito pubblico.
Si parla di risarcimenti, si parla di rigenerazione urbana ma si parla molto meno della salute delle persone.
Secondo il professor Paolo Ricci, epidemiologo ed ex direttore dell'Osservatorio Epidemiologico dell'ATS val padana, lo studio epidemiologico Tamoil presentava alcune criticità metodologiche. La popolazione osservata comprendeva circa 800 lavoratori, esclusivamente uomini, distribuiti nell'arco di quarant'anni senza una puntuale distinzione delle mansioni svolte. Inoltre risultavano esclusi i lavoratori delle ditte in appalto, anch'essi potenzialmente esposti agli inquinanti.
Secondo Ricci, impostare l'analisi quasi esclusivamente su questa coorte rischiava di produrre una sottostima del rischio sanitario, poiché una popolazione lavorativa non è rappresentativa della popolazione generale.
Ma non finisce qui. Anche lo studio epidemiologico Cremonese ha sollevato molte polemiche. Il prof. Ricci ha più volte sostenuto che le analisi disponibili non consentono ancora una valutazione sufficientemente approfondita degli effetti sanitari dell'inquinamento sulla popolazione residente.
Tra le principali osservazioni formulate figurano la mancata valutazione specifica delle categorie più vulnerabili, come bambini, donne e soggetti fragili, l'assenza di periodi di osservazione sufficientemente lunghi per evidenziare patologie caratterizzate da una lunga latenza — come i mesoteliomi — e la necessità di approfondire ulteriormente l'eventuale correlazione tra le diverse esposizioni ambientali e alcune patologie osservate sul territorio.
Si tratta di osservazioni scientifiche che non dimostrano automaticamente un rapporto di causa-effetto tra inquinamento e malattia, ma pongono una domanda legittima: le conoscenze disponibili sono oggi sufficienti oppure occorre investire in nuovi studi epidemiologici?
Da anni ritorna una domanda rimasta sostanzialmente senza risposta.
Perché il sito Tamoil non è mai stato accompagnato da una valutazione politica e tecnica finalizzata all'eventuale riconoscimento come Sito di Interesse Nazionale, qualora ne ricorressero i presupposti previsti dalla normativa?
Essere un SIN non significa soltanto poter accedere a finanziamenti per le bonifiche. Significa entrare in un sistema strutturato di monitoraggio ambientale ed epidemiologico.
Brescia lo ha ottenuto con il sito Caffaro e Mantova con il petrolchimico. Per Cremona questo percorso non è mai realmente decollato.
La salute pubblica non può vivere di emergenze
Le bonifiche procedono lentamente, o nemmeno sono in agenda. Gli studi epidemiologici vengono finanziati con continuità insufficiente. Le discussioni pubbliche si riaccendono soltanto quando emerge una nuova criticità ambientale.
Ma la salute non dovrebbe essere affrontata in questo modo, al contrario, dovrebbe poggiare su monitoraggi permanenti, dati aggiornati, ricerca indipendente e una programmazione sanitaria capace di anticipare i problemi invece di limitarsi a rincorrerli.
Il caso Mantova dimostra quanto sia importante conoscere. Il caso Cremona dimostra quanto sia ancora necessario farlo.
Perché nessuno pretende che uno studio epidemiologico dimostri automaticamente una responsabilità ambientale. La scienza richiede rigore, tempo e prudenza.
Ma proprio per questo, rinunciare a raccogliere dati significa rinunciare a capire e a cambiare.
Marco Degli Angeli
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