L'intervento
28 giu 2026
"DC storia di un Paese", bilancio della mostra fotografica che ha ripercorso non solo la vita del partito, ma anche cinquant'anni di storia italiana
Ripensare oggi alla storia della Democrazia Cristiana significa squarciare una cortina fumogena e superare una ingiusta damnatio memoriae. È stato questo l'obiettivo principale di "DC storia di un Paese", la mostra fotografica che ripercorre cinquant'anni di vita del partito (1942-1994), inaugurata lo scorso martedì 26 maggio nell'atrio della sede di via Nirone dell'Università Cattolica.
L'evento è stato curato dal Dipartimento di Storia dell'Economia, della società e di scienze del territorio "Mario Romani", in stretta collaborazione con il Comitato Nazionale per le celebrazioni dell'Ottantesimo anniversario della nascita della Democrazia Cristiana.
Le ragioni profonde che hanno portato questa esposizione proprio all'interno della sede milanese dell'Ateneo sono state illustrate da Maria Bocci, Docente di Storia contemporanea, la quale ha evidenziato come la parabola della DC coincida, inevitabilmente, con la storia dell'Italia repubblicana, della Prima Repubblica e della tenuta dell'ordine democratico persino negli anni bui del terrorismo.
«La DC è stata un baricentro della storia nazionale», ha spiegato la docente, evidenziando come le immagini in mostra – che ritraggono anche le varie sezioni locali – testimonino un profondo radicamento sul territorio.
Il partito, insomma, è stato uno specchio fedele della società italiana: «Ha saputo ben rappresentare con realismo le speranze e le attese di moltissimi italiani (anche non cattolici), con la capacità di rispecchiarli come erano e non come dovevano essere, secondo le utopie o ideologie del XX secolo».
Pur 'inchiodata al potere', alla necessità di governare (da una democrazia bloccata, zoppa, incompiuta, a causa della guerra fredda), ha costantemente lavorato per consolidare la democrazia, ne è stata "presidio" (A. Giovagnoli), non governando mai da sola, fin dai tempi di De Gasperi, coinvolgendo i partiti laici nella fase del 'centrismo' e poi allargando ulteriormente lo spazio della democrazia con il centro-sinistra e l'ingresso dei socialisti nell'area governativa; addirittura, da "impareggiabile perno del sistema dei partiti è riuscita a tener dentro anche forze anti sistema, come i comunisti e il MSI" (L. Ornaghi).
Proprio per questo il lavoro del Comitato Nazionale – che vede in uscita un'opera in sei volumi – risulta fondamentale per elaborare una memoria collettiva differente.
Non è un caso, inoltre, che la mostra sia stata allestita a Milano e in via Nirone: fu proprio in casa Falck che nacque la DC milanese e i locali dell'Università Cattolica che hanno ospitato la mostra sono stati la storica sede del partito. Un legame, quello tra l'Ateneo e la DC, che affonda le radici nella storia, sia in termini di persone che di idee.
Basti pensare che nel settembre del 1943 Alcide De Gasperi si rivolse direttamente a padre Agostino Gemelli, fondatore della Cattolica, per perorare la causa del neonato partito presso Papa Pio XII, ottenendo il suo sostegno; senza dimenticare il contributo che i "professorini" dell'Ateneo - Fanfani, La Pira, Dossetti, Lazzati - offrirono in seguito all'Assemblea Costituente e al partito stesso.
Il filo rosso della memoria ha guidato anche l'introduzione di Andrea Covotta, giornalista e responsabile Rai del Quirinale, che nel moderare gli interventi ha voluto ricordare come l'inaugurazione coincidesse con l'anniversario della scomparsa di un illustre statista ed esponente democristiano come Ciriaco De Mita, alumnus della Cattolica e studente dello storico Collegio Augustinianum.
Nel merito dell'analisi storiografica è entrato Agostino Giovagnoli, storico dell'Università Cattolica, che ha illustrato cosa abbia rappresentato la DC per il Paese, evidenziando una singolare anomalia: se sulla DC sono stati scritti tanti libri, mancano ancora vere interpretazioni e la storiografia mostra una certa riluttanza a fare una sintesi di un'esperienza così originale.
Eppure, parlare di DC significa parlare dell'Italia stessa, attraverso un partito capace di «rappresentare il tutto, pure dentro una dialettica democratica che affermava l'importanza del pluralismo». Una scelta di campo precisa, poiché «la democrazia è importante per la pace, dato che sono i poteri totalitari a scatenare la guerra».
In questo contesto, l'unità politica dei cattolici ha garantito un valore aggiunto, un «di più» fondamentale per compiere scelte storiche altrimenti impraticabili, come il tentativo di abolire le distanze tra Nord e Sud.
Secondo lo storico, la politica dell'epoca aveva un progetto a lungo termine e poteva permetterselo perché «poteva contare su risorse morali e ideali, facendo così riforme non legate ai singoli interessi, ma che riguardavano l'interesse del Paese».
Il sogno profondo era quello di completare il Risorgimento dal punto di vista economico e sociale, trovando il proprio programma naturale nell'attuazione dell'articolo 3 della Costituzione e nell'abolizione delle disuguaglianze. Una storia alta, in cui non sono comunque mancate pagine problematiche, come le pesanti difficoltà vissute negli anni Settanta, gli anni del terrorismo, i cosiddetti "anni di piombo".
A focalizzare l'attenzione sulla capacità di tenuta delle istituzioni è stato Lorenzo Ornaghi, politologo, già Rettore dell'Università Cattolica e Ministro dei Beni culturali. Il suo intervento si è soffermato su quanto lo scudo crociato abbia contribuito a ricucire un Paese disarticolato e profondamente diviso.
In un'epoca caratterizzata da feroci fratture – il dualismo tra fascismo e antifascismo, o la scelta tra monarchia e repubblica – la governabilità autentica, affidabile e credibile era data dal sistema dei partiti, all'interno del quale la DC si poneva come perno egemone.
Il partito era riuscito a contenere una gamma di posizioni forte e divaricata, dimostrando una straordinaria inclusività. Un partito interclassista "capace di tenere insieme anche interessi configgenti, grazie a un universo valoriate allora condiviso; di rispecchiare quella che era 'una società di società' orientandola, perseguendo l'inclusione e l'elevazione sociale; di impedire che diventasse troppo grave il male sottile della democrazia, il populismo".
Ornaghi ne ha evidenziato la forte specificità: rispetto agli altri partiti europei, la DC mostrava una peculiarità non omologabile, priva di ideologie totalitarie ma nutrita da un solido sistema di valori. La forza del partito stava nel considerare che la politica, «se vuole e deve migliorare il mondo, non deve semplicemente rispecchiare la società ma orientarla, impedendo che gli interessi di alcuni settori diventino prevaricanti rispetto ad altri».
In questo modo, «la DC non ha solo fotografato l'Italia, ma ha compiuto un'operazione di democrazia straordinaria».
Le conclusioni dell'evento sono state affidate a Ortensio Zecchino, già Ministro della Ricerca scientifica e Presidente del Comitato per le celebrazioni dell'Ottantesimo anniversario della nascita della Democrazia Cristiana.
Zecchino ha rimarcato come la mostra sia solo una delle tappe per "fare finalmente storia", intendendo la DC come un lungo processo evolutivo. Il Comitato non intende scadere nella mera celebrazione, ma vuole sfruttare questa ricorrenza per spezzare due condizioni negative che ancora gravano sul partito.
Da un lato, occorre arginare l'effetto di ricostruzioni spesso cinematografiche, ma non solo, che sono all'origine della «vulgata stravolgente di una DC di assassini, che dipinge il partito come un antistato fatto di complotti e manovre oscure che avrebbero offuscato il senso della democrazia».
Al contrario, la DC si è fatta carico della conservazione della democrazia, avendo come antagoniste realtà ideologiche del tutto antitetiche al mondo occidentale. Dall'altro lato, l'obiettivo è invertire una tendenza "all'oblio" che deve uscire dall'ambito meramente storiografico, contesto nel quale è fortunatamente in fase di superamento.
Le fotografie delle sezioni in mostra sono la rappresentazione visiva di questa storia: un partito radicato, ben organizzato, con sezioni in cui amministratori, dirigenti, iscritti passavano giornate e nottate a confrontarsi su tematiche politico-amministrative, luoghi dove si raccoglievano le persone solo per tenere fede a un impegno politico volontario (esiste ancora tutto ciò?).
La tesi finale di Zecchino è netta: la DC non è crollata sotto i colpi di Tangentopoli; la sua fine non è da ascrivere a "morte naturale, all'esaurimento della sua funzione, alla consunzione delle sue ragioni storiche, piuttosto alla virorum penuria", se è vero come è vero che "continua a vivere in Europa" e che, all'atto del suo scioglimento - come amava ricordare Ombretta Fumagalli Carulli -, aveva qualcosa come 40.000 amministratori (tra cui il sottoscritto) sparsi sul territorio nazionale.
La sua assenza ha per altro creato un vuoto profondo. Resta inoltre il fatto che questo partito «ha fatto di questo Paese uno dei più grandi paesi del mondo», firmando passaggi epocali come la riforma agraria – che chiuse definitivamente l'era del feudalesimo –, il piano casa e la Cassa del Mezzogiorno.
«Non immaginiamo che la DC possa essere risuscitata – ha concluso il Presidente – ma abbiamo il dovere di fare storia, perché le cose dette non siano semplici opinioni, ma diventino coscienza di ciò che la DC è stata davvero e oggi noi desideriamo dare onore e omaggio a questa storia».
Antonio Agazzi
© RIPRODUZIONE RISERVATA