L'intervento
27 giu 2026
"Prima della fede, la ragione scopre la miopia di chi porta i protagonisti della gravidanza a un conflitto mortale, anche se il bimbo è concepito dopo violenza"
Cremona sorge in riva al grande fiume, il Po: la vita vi scorre come quelle acque, laboriosa e calma. Capitano, certo, alluvioni e secche, eppure la campagna non manca mai del ristoro che dà cibo a uomini e animali. Nella calura di questi giorni, però, sembra diventata rara un’acqua altrettanto preziosa, quella che sgorga dal buon cuore.
Per anni, presso l’ospedale cittadino, un manifesto “pro-vita” ha offerto aiuto gratuito a tutte le donne che desiderassero sostegno dinnanzi alla dolorosa possibilità di abortire.
Quel cartello è ora scomparso: tolto per volere del sindaco, prontamente sostenuto da quanti hanno lodato la mossa chiedendo che “l’ospedale sia libero da qualsiasi ideologia”. Questa voce merita particolare attenzione, perché dice qualcosa di vero, benché sotto mentite spoglie.
Dietro quelle parole, infatti, sta una visione della vita umana, dell’etica e del diritto che va fatta emergere con onestà.
L’improvvisa rimozione dell’immagine di una donna col bambino in grembo porta a riflettere su un’esperienza comune: mentre osservano un quadro, il pittore, il turista e il critico d’arte guardano la stessa cosa, con prospettive proprie. Ciascuno vede ciò che considera, ma il moltiplicarsi degli sguardi non aumenta la quantità dei dipinti: il quadro resta uno solo.
È proprio giusto, dunque, liberare i nostri occhi dalle ideologie che offuscano la vista: chi non vede che noi tutti siamo figli e figlie? Quale uomo ha scelto di nascere? O da chi, o come essere concepito?
In negativo, allora, tutti sappiamo che è impossibile praticare un aborto senza uccidere un essere umano. In positivo, quest’evidenza illumina la coscienza di ciascuno. I più vari motivi, fini e circostanze convergono sullo stesso evento: l’aborto implica la soppressione di una vita innocente. Si può appartenere a un partito o a un altro, professare un credo o non farlo, essere maschi o femmine, ma non possiamo non essere umani.
Rispetto a una logica tanto disarmata quanto disarmante, la cosa della quale si tratta ci interpella: l’aborto elimina il nascituro, che tutti noi siamo stati.
Riguardo poi all’etica, consideriamo l’espressione “pro-vita”: mai pensato che la vita cui ci si riferisce sia quella umana, di ciascuno, della madre e del bambino? L’ideologia non sta allora nel desiderio di aiutare entrambi, ma nel giudizio di chi chiama “materiale abortivo” la corporeità di donne e di uomini che mai vedranno la luce.
Allo stesso modo, la “zona di rispetto” attorno a ogni ospedale è quella che deve custodire chi è più povero, debole e piccolo tra tutti noi, non quella che vuole allontanare un soccorso gratuito da chi soffre o si trova nella difficoltà.
In terzo luogo, circa il diritto, ricordiamo purtroppo che una legge può normare le discriminazioni razziali, un’altra può chiamare diritto la soppressione di un innocente. Che lo dica la legge non rende le due cose né sensate né giuste.
Quanto alla fattispecie attuale, è dunque maldestro l’appello alla laicità dello Stato. La ragione, ben prima della fede, scopre la miopia di chi porta i protagonisti della gravidanza a un conflitto mortale (per uno dei due), anziché promuovere un umanesimo giusto e integrale, che onori sia la vita della donna sia quella di chi porta in grembo.
C’è qui un ultimo asserto che merita ascolto, tra quelli espressi proprio da chi pratica aborti in ospedale: “tutti vorremmo che non fosse più necessario eseguire un aborto”. La frase dimostra che sapevamo benissimo di chi stessimo parlando: di un essere umano che dovrà morire.
La coscienza della madre, del medico, del politico, di chiunque sa che non va fatto, anche quando il bambino è malato o è stato concepito in seguito a violenza. Difatti, che torto ne ha?
È forse meno umano per questi motivi? Perde con ciò il diritto di esistere?
Sono domande che non pone un prete, né un cristiano, ma un essere umano. E umani lo siamo tutti, anche quando non ce ne ricordiamo.
Anche quando neghiamo ai più piccoli questa dignità: proprio lì dove viene loro tolta, è urgente rimettere il quadro che alcuni non vogliono vedere. Eppure, nascendo, gli occhi li hanno aperti.
don Simone Duchi
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