Attualità
13 giu 2026
Cartellone pro vita, parla Virgilio: "Nessuna censura: un manifesto non può conoscere la storia di una donna e l'ospedale non è un luogo qualunque"
L'articolo pubblicato ieri in anteprima da Cremona Libera (a questo link), relativo alla rimozione di un cartellone "pro vita" di fronte all'ospedale, ha innsecato una quantità impressionante di commenti da parte dei cittadini, lettere, prese di posizione da parte di consiglieri comunali (in particolare da Fratelli d'Italia e da Forza Italia).
La cosa, naturalmente, non stupisce, considerata l'importanza e la delicatezza del tema, che va a toccare l'intima sensibilità e le legittime considerazioni di "coscienza" di ciascuno di noi.
Oggi, evidentemente dopo aver voluto che le "bocce si fermassero" almeno un poco, il sindaco Andrea Virgilio ha deciso di intervenire direttamente sulla vicenda con alcune sue riflessioni, che pubblichiamo integralmente di seguito.
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Certo che ho riflettuto su quel manifesto, sulle parole che contiene, sul luogo in cui è stato collocato e sulle sensibilità che attraversano un tema così profondo come la gravidanza, la maternità e l’interruzione volontaria di gravidanza.
So bene che su questi argomenti esistono convinzioni diverse, spesso radicate nella coscienza, nella fede, nell’esperienza personale.
Non considero queste posizioni nemiche del confronto democratico. Al contrario, penso che una comunità matura debba saperle ascoltare, anche quando sono distanti tra loro.
Ma proprio perché il tema è così delicato, credo che le parole vadano scelte con cura.
Il manifesto affisso in prossimità dell’ospedale non si limitava a offrire un aiuto. Dice: “Non rinunciare alla felicità”. Dice: “Fallo vivere, non abortire”. Sono parole forti, dirette, rivolte alla coscienza di una donna.
L’ospedale non è una piazza qualunque. È il luogo in cui si arriva per curarsi, per chiedere aiuto. In ospedale entrano donne che stanno vivendo momenti molto diversi: chi desidera un figlio, chi lo ha perso, chi ha ricevuto una notizia difficile, chi ha paura, chi ha subito violenza, chi non sa ancora cosa fare, chi ha già scelto e porta con sé il peso di quella scelta.
A tutte queste donne, come Istituzione, io sento di dover dire una cosa: non siete sole e non sarete giudicate entrando in un luogo di cura.
La felicità non può essere trasformata in un obbligo, la vostra felicità non può essere tratteggiata e dipinta da altri. Il coraggio non può essere definito da un manifesto. La maternità è una possibilità grande, talvolta desiderata con tutte le forze, talvolta inattesa, talvolta fragile, talvolta dolorosa.
Ma nessuna donna dovrebbe sentirsi colpevole, esposta o moralmente messa sotto accusa mentre accede a un servizio sanitario previsto dalla legge.
Questa valutazione non nasce soltanto da una sensibilità personale o politica. È coerente anche con un principio ormai chiarito dalla giurisprudenza amministrativa: la libertà di espressione è fondamentale, ma quando si esercita attraverso manifesti e impianti pubblicitari nello spazio pubblico, raggiungendo persone numerose e indifferenziate, deve rispettare limiti di continenza espressiva, prudenza e precauzione, proprio per evitare impatti indebiti sulla sensibilità dei destinatari e per proteggere i diritti altrui.
Vi è poi un principio ancora più vicino alla questione che abbiamo davanti: i messaggi di sensibilizzazione su temi sociali non possono ricorrere a richiami capaci di generare allarmismi, paura, grave turbamento, oppure di colpevolizzare e addossare responsabilità morali a chi non aderisce all’appello.
Questo è esattamente il confine che qui dobbiamo presidiare.
E qui il punto è ancora più delicato, perché non siamo soltanto davanti a un manifesto nello spazio urbano: siamo in prossimità di un ospedale. Questo rende più forte, non più debole, il dovere di cautela.
Questo non significa ignorare la complessità morale dell’aborto. Non significa banalizzare il tema della vita nascente, né tantomeno negare che attorno a una gravidanza ci siano responsabilità profonde, domande difficili, valori importanti.
Sarebbe sbagliato ridurre tutto a uno slogan, da qualunque parte lo slogan provenga.
Ma proprio perché siamo davanti a una materia così seria, credo che il compito dell’amministrazione sia quello di proteggere il luogo della cura da ogni forma di pressione.
Il sostegno alla maternità è importante e deve esserci. L’aiuto alle donne in difficoltà è necessario e va rafforzato. I servizi sociali, i consultori, le reti educative e sanitarie devono fare la loro parte, con più presenza e più ascolto.
Però l’aiuto è tale solo se non giudica. È aiuto se apre una porta, non se cerca di chiudere la coscienza di una donna dentro una colpa.
Per questo la rimozione del manifesto non è una censura di un’opinione. Non rimuoviamo una convinzione religiosa, morale o culturale. Non impediamo a nessuno di sostenere pubblicamente il valore della vita, della maternità o dell’accoglienza.
Rimuoviamo un messaggio che può diventare pressione psicologica su donne che stanno entrando in un ospedale.
Come Sindaco, ho il dovere di tenere insieme libertà diverse: la libertà di espressione, che resta fondamentale; la libertà di coscienza, che merita rispetto; e la libertà delle donne di accedere ai servizi sanitari senza sentirsi giudicate, colpevolizzate o esposte.
Questa decisione nasce da qui: dal rispetto per tutte le posizioni, ma prima ancora dal rispetto per le persone.
E, in particolare, per le donne che in quel luogo devono poter trovare cura, ascolto e riservatezza, non pressione, giudizio o paura.
Federico Centenari
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