L'intervento

19 lug 2026
Mostra Boccaccio

Eventi, la riflessione di Burgazzi apre il confronto. Laura Carlino: "Cremona città della musica, ma negli anni '80 aveva i numeri per diventare città dell'arte"

Il recente intervento che l'assessore Luca Burgazzi ha affidato a Cremona Libera (lo trovate a questo link) ha avuto il merito di ampliare ulteriormente il confronto sui temi culturali che afferiscono alla città di Cremona.

Dagli eventi, dai festival e dalla musica, i temi toccati da Burgazzi, si passa a un secondo e più ampio livello: le politiche culturali della città. E' la cultura, in particolare le grandi mostre che da decenni Cremona non ospita più in modo significativo come un tempo, il fulcro dell'intervento inviato da Laura Carlino

Già consigliere comunale e candidato sindaco, Laura Carlino ha una solida esperienza in ambito culturale e artistico. Laureata e specializzata in Storia dell'Arte, docente per oltre 25 anni, collaboratirce sul fronte artistico, in passato, con il Comune, con il Ministero dei Beni Culturali, con l'Università di Firenze e con la Cattolica di Milano, Carlino alza l'asticella del confronto.

Peraltro, vivendo all'estero ormai da diversi anni, Carlino ha una visione disincantata di ciò che succede a Cremona, a cui resta comunque molto legata. Questa distanza, come si evince dall'intervento che pubblichiamo di seguito, le consente fra l'altro una buona dose di obiettività, poiché non più coinvolta in modo diretto con le attività e le decisioni che concernono Cremona.

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Caro Direttore, il contributo pubblicato dall'assessore Burgazzi in data 18 luglio mi ha fatto riflettere: in questo senso hai mille ragioni quando affermi che lo scopo che persegui con il giornale Cremona Libera è quello di promuovere uno spazio che sia luogo di libera espressione e di confronto, perché se ne sente profondamente il bisogno.

Va senz'altro riconosciuto all'assessore un ragionamento di fondo del tutto condivisibile: i cosiddetti "grandi eventi" musicali non devono fagocitare l'intero mondo della musica dal vivo, anche perché in genere si tratta di un rilevante impegno economico da parte di gruppi privati che propongono concerti di grido, ma senza alcuna relazione con il luogo in cui chiedono di rappresentarli, luogo scelto soltanto in ragione di spazio, accessibilità, capacità contenitiva e possibilità di effettivo ritorno economico - in sé nulla di male ovviamente, fermo restando che il ritorno non è mai sostanziale per la città ospitante ma solo per gli organizzatori, che proprio a questo devono la loro esistenza.

Condivido pienamente l'opinione di Burgazzi che avverte sulla vacuità, in fin dei conti, di questa "eventite", fenomeno che dura da diverse decine di anni visto che già nel 2008 il Vocabolario Treccani includeva fra i 'Neologismi' questa parola definendola una "propensione parossistica a trasformare ogni manifestazione, soprattutto in ambito culturale, in un evento di grande rilievo".

Dove il 'rilievo' è praticamente soltanto economico nella maggior parte dei casi, tanto che da parte di un'amministrazione non è lo stesso, a mio parere, destinare 100.000 euro (per dire) al Festival Monteverdi o ad un concertone del trapper del momento, in considerazione del radicamento storico-culturale dell'uno che non esiste nell'altro, del valore aggiunto di ordine culturale ed educativo del primo rispetto al secondo, mentre è evidente che il valore aggiunto economico è completamente a favore del secondo.

E a questo proposito si potrebbe notare come il Festival Monteverdi, che chiamiamo 'evento' per abitudine e per oggettivi limiti linguistici ormai radicati, in realtà non lo sia: è tutt'al più un "progetto", un grande progetto che ha 43 anni di vita e che ogni anno, dal 1984, viene "riprogettato" per contribuire alla conoscenza di Cremona nel mondo, obiettivo che nessun "concertone" da 20.000 biglietti sarà mai in grado di raggiungere.

Poi possiamo raccontarci favole sul "valore aggregativo" di un concertone, ma non fingiamo di credere che esista davvero: rinchiudere migliaia di persone in un luogo per un tempo determinato non ha "valore aggregativo" in senso sociologico, mentre ce l'ha molto di più riunirne venti o trenta in una serata dal vivo in un piccolo locale (anche se qui entrano in gioco altre questioni significative, che pure l'assessore rileva). 

A questo punto però il mio pensiero si sposta dall'ambito musicale a quello dell'arte

Perché è vero che Cremona è "la città della musica", ma negli anni '80 Cremona aveva tutti i numeri per trasformarsi anche nella "città dell'arte": il recupero dello spazio espositivo di Santa Maria della Pietà aveva reso possibili tre "mostre-evento" nel giro di pochi anni: quella sui fratelli Campi nel 1985, quella su Bartolomeo Manfredi e la Manfrediana Methodus nel 1987 e quella su Sofonisba e le sue sorelle nel 1994.

Era l'epoca in cui ovunque le mostre d'arte si stavano trasformando in grandi eventi culturali nel senso che non solo attraevano numeri importanti di visitatori, ma che producevano cataloghi destinati a diventare vere e proprie pietre miliari per gli studi successivi. 

"Eventi", quindi, in senso proprio, perché indimenticabili e ricche di ricadute culturali, legate fra l'altro al territorio perché dedicate al recupero di artisti di primo livello espressi proprio da Cremona.

Purtroppo quello che sembrava l'esordio (fra l'altro in non casuale concomitanza con la nascita del Festival Monteverdiano) di una grande tradizione espositiva si arenò in brevissimo tempo: le mostre che seguirono si orientarono prevalentemente verso altri obiettivi, meno scientifici e più "eventisti"

Ne ricordiamo alcune che ebbero grande successo di pubblico, certo che sì, ma che avevano un legame con il territorio nullo o molto meno stretto, o che costituiva semplicemente lo spunto, come "I segni dell'arte", che molti ricordano come "L'Arcimboldo", o "I cinque sensi nell'arte. Immagini del sentire", che ha lasciato un catalogo sontuoso ma scientificamente povero rispetto ai precedenti; e tante altre ormai dimenticate perché non hanno lasciato un segno tangibile.

"Eventite", appunto.

Recentemente abbiamo assistito a mostre di grande rilievo, come quella sul Genovesino del 2017 il cui catalogo costituisce il primo vero e proprio studio monografico sull'artista, o quella, molto più di nicchia ma affascinante, su Boccaccino dell'anno successivo.

Ma nel complesso, da metà degli anni '90 Cremona sembra essersi accodata alla moda delle mostre che, più che eventi culturali, sono eventi di pubblico, o almeno ci provano.

Si punta molto sul contemporaneo dedicando ampio spazio, soprattutto i media, ad "eventi" il cui spessore è spesso irrisorio, anche perché non sono che la riproposizione di idee - parola d'ordine "provocazione" - che si possono ritrovare identiche in qualunque città italiana o straniera e non lasciano dunque nulla dietro di sé.

È un fenomeno globale, e proprio in questo risiede il suo limite primario.

Ma sarebbe bene che qualcuno cominciasse a guardarsi intorno, magari con uno sguardo fuori dai patri confini: le "mostre-evento" intese come acchiappapubblico stanno lentamente evaporando. 

L'Italia è un po' in ritardo, ma anche qui si cominciano ad intravedere le crepe di questa "eventite" che funziona ancora nelle grandi città, dove i flussi turistici continuano ad essere sostenuti, ma assai meno laddove i visitatori devono essere attirati appositamente.

Ecco che allora ci si rivolge alla tecnologia proponendo non vere mostre ma "esperienze", cioè banalità emotive prive di senso e significato, destinate ad essere dimenticate un momento dopo averle "vissute" (o subite).

Mi sembra che Cremona non sia ancora caduta in questa trappola, ma mai dire mai.

 

(In alto, una foto dall'inaugurazione della mostra "Il Rinascimento di Boccaccio Boccaccino", al Museo Diocesano di Cremona. Immagine tratta dal sito ufficiale della Diocesi di Cremona)

Laura Carlino

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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