Natura
19 lug 2026
La foresta che scompare senza che ce ne accorgiamo. Ecco come le nostre scelte quotidiane possono contribuire alla deforestazione dall'altra parte del mondo
Quando sentiamo parlare di deforestazione, la mente corre immediatamente alle immagini della foresta amazzonica in fiamme o alle ruspe che abbattono alberi nelle regioni tropicali del pianeta.
Sono immagini forti, che suscitano indignazione e preoccupazione.
Eppure, esiste una forma di deforestazione molto meno visibile, ma altrettanto reale: quella che si nasconde nei prodotti che acquistiamo e consumiamo ogni giorno.
Gli esperti la chiamano "deforestazione incorporata". Un'espressione poco intuitiva che descrive un concetto semplice: quando acquistiamo un prodotto ottenuto grazie alla conversione di una foresta in un campo agricolo, un pascolo o una piantagione, stiamo indirettamente contribuendo anche noi a quel processo di trasformazione del territorio.
In altre parole, la deforestazione può avvenire a migliaia di chilometri da casa nostra, ma essere collegata alle nostre scelte di consumo.
Quanta deforestazione c'è nei consumi italiani?
Uno studio recentemente pubblicato da Etifor e dall'Università di Padova ha provato a quantificare questo fenomeno.
I risultati fanno riflettere.
Tra il 2005 e il 2023 i consumi italiani di olio di palma, prodotti bovini, soia, legno, cacao, caffè e gomma naturale hanno messo a rischio circa 594.000 ettari di foresta, una superficie equivalente all'intera provincia di Roma.
L'Italia risulta il ventesimo Paese al mondo e il terzo nell'Unione Europea per rischio di deforestazione incorporata nei consumi.
Tradotto su scala individuale, significa circa 100 metri quadrati di foresta associati ai consumi di ogni cittadino italiano nel periodo considerato.
Naturalmente questo non significa che ogni acquisto provochi direttamente la distruzione di una foresta. Significa però che esiste un legame tra la domanda di determinati prodotti e la pressione esercitata sugli ecosistemi naturali in molte aree del pianeta.
Dove si nasconde la deforestazione?
Spesso immaginiamo che il problema riguardi soltanto il legno. In realtà il principale motore della deforestazione globale non è l'utilizzazione forestale, bensì l'espansione agricola.
Le foreste vengono convertite in pascoli o terreni coltivati per produrre beni che utilizziamo quotidianamente.
Tra i prodotti maggiormente coinvolti troviamo olio di palma, carne e pelli bovine, soia, cacao, caffè, gomma naturale, legno e prodotti derivati.
Secondo lo studio, oltre metà del rischio di deforestazione associato ai consumi italiani si concentra in due sole categorie: olio di palma e prodotti bovini.
Pensiamo a una tavoletta di cioccolato, a una tazza di caffè, a un paio di scarpe in pelle, agli pneumatici della nostra automobile o ai mangimi utilizzati per allevare gli animali da cui deriva parte della carne che consumiamo.
Oggetti apparentemente lontani dalle foreste possono invece avere un collegamento diretto con esse.
Utilizzazione forestale e deforestazione non sono la stessa cosa
A questo punto è importante chiarire un aspetto che spesso genera confusione. Nel linguaggio comune si tende a definire "deforestazione" qualsiasi taglio di alberi. Dal punto di vista tecnico, però, non è così.
La deforestazione avviene quando una foresta viene eliminata per fare posto a un altro uso del suolo: agricoltura, allevamento, urbanizzazione, infrastrutture o attività estrattive.
Se invece un bosco viene gestito attraverso utilizzazioni forestali sostenibili e continua a rimanere bosco, non si parla di deforestazione.
Anzi, in molti Paesi europei, Italia compresa, la normativa forestale impone che il bosco si rinnovi e continui a svolgere le proprie funzioni ecologiche, paesaggistiche e produttive.
Questo non significa che ogni intervento sia perfetto o che non possano esistere errori. Significa però che è importante distinguere tra una gestione forestale sostenibile e la conversione definitiva di una foresta in qualcos'altro.
Il rischio di spostare il problema altrove
Esiste poi un paradosso che merita una riflessione. Spesso ci indigniamo quando vediamo un intervento forestale vicino a casa nostra, ma prestiamo poca attenzione agli impatti ambientali generati in altre parti del mondo per sostenere i nostri consumi.
Naturalmente è giusto vigilare sulla gestione del territorio locale. Ma sarebbe un errore pensare che rinunciare a utilizzare le risorse forestali europee significhi automaticamente ridurre la pressione sulle foreste globali.
In alcuni casi il rischio è addirittura quello di spostare la produzione verso Paesi con normative ambientali meno rigorose e sistemi di controllo meno efficaci.
La sostenibilità non consiste nel non utilizzare le risorse naturali, ma nel farlo in modo responsabile, trasparente e compatibile con la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi.
Cosa possiamo fare come consumatori?
La buona notizia è che le nostre scelte contano. Nessuno può risolvere da solo un problema globale, ma ciascuno può contribuire a ridurne l'impatto.
Informarsi sull'origine dei prodotti, privilegiare filiere certificate e trasparenti, ridurre gli sprechi alimentari, evitare consumi superflui e premiare le aziende che investono seriamente nella sostenibilità sono tutti comportamenti che possono fare la differenza.
Perché la deforestazione incorporata ci ricorda una verità semplice: il confine tra ciò che accade qui e ciò che accade dall'altra parte del mondo è molto più sottile di quanto immaginiamo.
Ogni acquisto è anche una scelta sul tipo di territorio, di economia e di futuro che vogliamo sostenere.
Per approfondire
Chi fosse interessato ad approfondire il tema può scaricare gratuitamente il rapporto "Deforestation Made in Italy – Le responsabilità delle imprese e dei consumatori italiani nella deforestazione globale", realizzato da Etifor e dall'Università di Padova, disponibile sul sito di Etifor.
L'autore
Fabrizio Malaggi è dottore forestale e si occupa da oltre vent’anni di gestione del territorio, conservazione della biodiversità e progettazione di interventi di riqualificazione ambientale. Opera da lungo tempo nel Parco Regionale Oglio Sud e collabora con Etifor, spin-off dell’Università degli Studi di Padova, nello sviluppo di soluzioni basate sulla natura per la tutela di foreste, fiumi e zone umide.
Fabrizio Malaggi
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