Natura
28 giu 2026
Perché nei nuovi boschi si piantano alberelli piccoli anziché grandi alberi? Le ragioni tecniche di una scelta che spesso viene contestata anche nelle città
Perché nei nuovi boschi si piantano alberelli piccoli invece di grandi alberi? Una delle reazioni più frequenti quando vengono messi a dimora nuovi alberi è più o meno questa: “Hanno abbattuto alberi enormi e li hanno sostituiti con quattro piantine insignificanti!”.
È una sensazione comprensibile. Un grande albero trasmette immediatamente ombra, presenza e senso di natura. Una giovane piantina, invece, appare fragile, quasi irrilevante.
Eppure, quando si realizzano nuovi boschi, siepi o filari, scegliere piante piccole non è quasi mai una scelta “al risparmio” fatta senza criterio. Al contrario, spesso rappresenta la soluzione tecnicamente più efficace e sostenibile nel lungo periodo.
Gli alberi piccoli si adattano meglio
Una giovane pianta, proprio come un bambino, ha una straordinaria capacità di adattarsi all’ambiente in cui cresce. Un piccolo albero messo a dimora in un nuovo terreno riesce generalmente a sviluppare il proprio apparato radicale in modo naturale, costruendo fin da subito un equilibrio con il clima, il suolo e le condizioni del luogo.
Al contrario, un grande albero adulto — e ancor più un esemplare già maturo — tende a soffrire molto di più i cambiamenti, proprio come accade alle persone anziane quando vengono improvvisamente spostate in un contesto nuovo.
Gli alberi “a pronto effetto”, infatti, sono stati trapiantati più volte in vivaio, subendo ripetuti tagli radicali necessari per poter essere movimentati. Questo comporta inevitabilmente uno stress importante e una riduzione dell’efficienza dell’apparato radicale.
Per questo motivo capita spesso che, dopo un primo impatto scenografico, gli alberi di grandi dimensioni rallentino fortemente la crescita, mentre le giovani piantine — una volta attecchite — sviluppano una crescita più vigorosa, stabile e resiliente.
Nel giro di pochi anni il divario iniziale tende quindi a ridursi rapidamente, fino in molti casi a essere completamente superato.
Un bosco non nasce “finito”
Quando si osserva un nuovo rimboschimento nei primi anni dopo l’impianto, può capitare di vedere erba alta, arbusti spontanei e anche qualche pianta morta.
Molti cittadini interpretano questa situazione come segno di abbandono o fallimento del progetto. In realtà, nella maggior parte dei casi, è semplicemente il modo naturale con cui un ecosistema giovane evolve.
L’erba spontanea, ad esempio, non è necessariamente un problema: spesso protegge il suolo dall’eccessivo riscaldamento e aiuta a mantenere umidità intorno alle giovani piante.
Anche la perdita di una parte degli alberelli nei primi anni è fisiologica. Per questo nei progetti forestali si prevedono normalmente controlli e reintegri delle fallanze.
La mia esperienza personale, maturata in circa venticinque anni di progettazione e realizzazione di boschi, mi porta a dire che nella stragrande maggioranza dei casi il bosco arriva. Occorre semplicemente avere la pazienza di lasciare che la natura segua i propri tempi.
“Ma la natura farebbe da sola”
È vero. In molti casi la vegetazione spontanea riuscirebbe comunque, col tempo, a ricolonizzare un’area.
Il punto, però, è che oggi gli ecosistemi non operano più in condizioni completamente naturali. La presenza sempre più diffusa di specie esotiche invasive comporta il rischio concreto che la competizione venga vinta proprio da queste specie, spesso molto aggressive e capaci di colonizzare rapidamente gli spazi disponibili.
Intervenire con rimboschimenti e rinfoltimenti significa quindi anche cercare di preservare la composizione genetica e la biodiversità tipica dei nostri territori, favorendo specie forestali autoctone che, nel tempo, sostengono intere reti ecologiche.
Ogni specie arborea, infatti, ospita e alimenta una moltitudine di organismi: insetti, uccelli, funghi, microrganismi e altre specie vegetali che nel corso dell’evoluzione si sono adattati a vivere insieme. Quando perdiamo queste relazioni ecologiche, non perdiamo soltanto alcuni alberi, ma pezzi interi di biodiversità.
Diversi studi hanno dimostrato che interventi di rimboschimento o rinfoltimento possono accelerare significativamente la formazione di un ecosistema forestale, facendo guadagnare anche dieci o quindici anni rispetto all’evoluzione naturale spontanea.
Per la natura questo tempo non farebbe differenza. Per noi sì.
I boschi migliorano il microclima, assorbono anidride carbonica, aumentano la biodiversità, mitigano il rischio idrogeologico, migliorano il paesaggio e contribuiscono al benessere delle persone. Accelerarne la formazione significa ottenere prima questi benefici.
Anche l’economia conta
Le giovani piantine hanno inoltre un costo enormemente inferiore rispetto agli alberi di grandi dimensioni. Questo consente di realizzare interventi molto più estesi e, soprattutto, di sostituire facilmente eventuali fallanze senza costi proibitivi.
Al contrario, mettere a dimora alberi già adulti richiede investimenti molto elevati, maggiori cure irrigue e manutentive e comporta comunque un rischio di attecchimento non trascurabile.
Ma i costi di un rimboschimento non dipendono soltanto dalle piante utilizzate: anche il modo in cui vengono disposte sul terreno può fare una grande differenza.
Anche la disposizione delle piante è importante
Quando si realizza un nuovo bosco non conta soltanto quali specie si scelgono o quanto sono grandi le piante. Anche il modo in cui vengono disposte sul terreno ha una grande importanza.
Nei primi anni di vita, infatti, le manutenzioni rappresentano una delle voci di costo più rilevanti. Per garantire alle giovani piante le migliori possibilità di sopravvivenza è spesso necessario controllare la vegetazione concorrente e, nei periodi più siccitosi, effettuare irrigazioni di soccorso.
Per questo motivo i tecnici progettano spesso sesti d'impianto che consentano il passaggio agevole dei mezzi agricoli tra le file. In questo modo è possibile eseguire gran parte delle manutenzioni con trattori e attrezzature meccaniche, limitando gli interventi manuali alle sole rifiniture attorno alle singole piante.
A volte questa impostazione iniziale può dare l'impressione di un impianto troppo geometrico o artificiale. Per ridurre questo effetto, tuttavia, si ricorre spesso a file leggermente ondulate o ad andamenti sinuosi che mantengono la funzionalità necessaria alle manutenzioni senza creare schemi eccessivamente rigidi.
Del resto, basta attendere pochi anni perché la vegetazione inizi a svilupparsi e la percezione delle linee di impianto si perda progressivamente. Con il passare dei decenni, inoltre, i futuri interventi di diradamento accompagneranno l'evoluzione del bosco verso strutture sempre più naturali, complesse e stabili.
Anche dietro una semplice fila di alberelli, quindi, si nasconde spesso un ragionamento tecnico che cerca di conciliare efficienza gestionale, sostenibilità economica e qualità ecologica del futuro bosco.
Ma di come si gestisce un rimboschimento nei suoi primi anni di vita parleremo più approfonditamente in un prossimo articolo.
Quando ha senso usare alberi “a pronto effetto”
Questo non significa che gli alberi di grandi dimensioni non abbiano mai senso. In alcuni contesti – come giardini, piazze o alberature urbane – può essere importante ottenere rapidamente un effetto estetico e paesaggistico immediato. In questi casi si scelgono spesso esemplari già sviluppati, accettando però costi molto più elevati.
Anche in alcune forme di arboricoltura da legno, come i pioppeti tipici delle nostre golene fluviali, si utilizzano piante più grandi, come astoni di due o tre anni, proprio per accelerare il raggiungimento dell’obiettivo produttivo.
Un bosco richiede soprattutto pazienza
Siamo abituati a ragionare in tempi molto brevi: vogliamo vedere subito il risultato finale. Ma gli alberi seguono ritmi diversi dai nostri.
Chi oggi osserva una giovane piantina potrebbe faticare a immaginare il bosco che diventerà tra venti o trent’anni. Eppure, quasi tutti i grandi boschi che oggi consideriamo “naturali” sono passati esattamente da quella fase iniziale apparentemente fragile e insignificante.
In fondo, ogni grande albero che ammiriamo oggi è stato, un tempo, poco più di un piccolo alberello.
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Fabrizio Malaggi
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