Il commento

02 apr 2026
Euro Europa

Energia, guerra e ipocrisie: per le famiglie e le imprese italiane i costi sono sempre più elevati, mentre il sistema produttivo perde competitività

C’è un dato politico che oggi appare difficilmente contestabile: sull’energia e sulla Russia, l’intero arco parlamentare italiano — con sfumature diverse — è sostanzialmente allineato. Nessuno vuole riaprire al gas russo.

Giorgia Meloni insiste: l’Italia continuerà a sostenere, in sede G7 e UE, la pressione economica sulla Russia.

Il vicepremier Antonio Tajani ribadisce la linea di Forza Italia e del governo: la pressione su Mosca va mantenuta “assolutamente”.

Elly Schlein avverte: riaprire i canali con Mosca significherebbe allontanarsi dall’Europa.

Giuseppe Conte chiude ogni spiraglio: niente acquisti finché durerà il conflitto.

Angelo Bonelli parla di scelta “irresponsabile”.

Nicola Fratoianni lega tutto a un cessate il fuoco.

Tutto chiaro. Tutti d’accordo. Ma allora la domanda è inevitabile: chi paga il conto?

Le bollette non si abbassano con le dichiarazioni politiche. Le famiglie e le imprese italiane continuano a sostenere costi energetici più elevati, mentre il sistema produttivo perde competitività.

Eppure, questa dimensione sembra sparire dal dibattito pubblico. Come se il prezzo economico fosse un effetto collaterale inevitabile — e quindi irrilevante.

Dopo anni di guerra e sanzioni, il bilancio è sotto gli occhi di tutti: il conflitto continua, la Russia non è stata piegata, e  l’Europa si è indebolita economicamente. E allora viene da chiedersi: si tratta ancora di una strategia o di un riflesso automatico?

C’è però un elemento ancora più profondo — e molto meno discusso — che rischia di amplificare la crisi: la fragilità delle rotte marittime globali.

Il commercio mondiale — e in particolare quello di energia e fertilizzanti — passa attraverso pochi snodi geografici:

- lo Stretto di Hormuz
- Bab el-Mandeb e il Canale di Suez
- lo Stretto di Malacca

Sono veri e propri colli di bottiglia. Se si bloccano, si blocca tutto.

I fertilizzanti non sono un dettaglio tecnico: sono la base della produzione agricola moderna. E dipendono da due fattori: energia (gas, soprattutto), logistica globale.

Se lo Stretto di Hormuz si chiude o rallenta aumenta il prezzo del gas e aumenta il costo di produzione dei fertilizzanti. Se Suez e Bab el-Mandeb diventano insicuri le forniture verso l’Europa si allungano e i costi di trasporto esplodono. Se tutto si sposta su Malacca la logistica globale si congestiona ed i ritardi diventano strutturali.

Il risultato è una catena semplice e brutale: meno fertilizzanti → agricoltura più debole → cibo più caro.

Chi ci guadagna (e chi no)

In questo scenario, non tutti perdono allo stesso modo. La Russia resta un attore chiave nei fertilizzanti e nell’energia. Il Nord America controlla grandi colossi del settore. La Cina protegge il proprio mercato interno.

E l’Europa? Dipende da tutti. E paga più di tutti

Agricoltura sotto pressione

I fertilizzanti incidono fino al 40% della resa agricola. Se i prezzi salgono o la disponibilità cala, l’impatto è immediato: produzione più bassa, margini ridotti per gli agricoltori, aumento dei prezzi alimentari.

E qui emerge una contraddizione evidente: si rifiuta il gas russo, ma si potrà fare lo stesso con i fertilizzanti russi quando diventeranno indispensabili?

Realismo o ideologia?

La politica energetica europea sembra oggi muoversi più sul piano simbolico che su quello pragmatico. Ma la realtà è concreta: bollette, inflazione, imprese in difficoltà, agricoltura sotto stress.

Ignorare questi effetti significa scaricare il peso delle scelte geopolitiche direttamente sui cittadini.

Una domanda che resta aperta

Si può davvero affrontare una crisi globale senza rimettere in discussione le proprie scelte? E soprattutto: quanto può reggere l’economia italiana in questo equilibrio?

Perché mentre la politica resta allineata, la realtà si sta già disallineando.

E il conto — come sempre — arriverà.

Marco Degli Angeli

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