Il commento
04 mag 2026
Il potere di Arvedi sulla città. L'operazione "ex Provveditorato" scontenta diversi proprietari di case. Quando il privato è onnipotente e il pubblico debole
Dalla Cremonese fino al restauro dell'ultima delle parrocchie disperse tra la bruma e le campagne cremonesi, Giovanni Arvedì c'è. Constatarlo è un po' come additare il proverbiale elefante nella stanza tra la posticcia sorpresa degli astanti. Fatto è che la presenza dell'industriale si fa ogni giorno più ingombrante in questa città.
Arvedi arriva. Arvedi provvede. Arvedi affianca e sorpassa in scioltezza il pubblico, quasi ne fa le veci; anzi, fa molto di più: elargisce, costruisce, risana, aggiusta, regala, sistema, mette a punto.
Se serve, s'impone e scavalca il pubblico dipanando matasse delle quali la pubblica amministrazione non vede il bandolo: si veda alla voce "autosilo di piazza Marconi", qualche annetto addietro.
E se in tutto questo non c'è alcun male né alcuna illegittimità, qualche domanda comincia a sgorgare anche di qua dal Po, dove di domande ce ne siamo sempre poste poche e anche quando l'abbiamo fatto, abbiamo preferito non cercare le risposte.
Al netto dell'andreottiano adagio per il quale a pensar male si fa peccato ma spesso s'indovina, viene da chiedersi se l'imprenditore non stia proiettando la sua ombra oltre il limite dell'orizzonte. Fino a coprire ogni cantuccio, insomma, ogni anfratto, ma soprattutto ogni prospettiva di questa città.
Al punto che qualcuno comincia - Dio non voglia! - a pensare di testa sua e a farsi un paio di ragionamenti, fino a chiedersi se adesso non sia davvero troppo.
Un po' come la concittadina che ci ha contattato ponendoci qualche interrogativo che restituisce un sentimento non isolato.
Il “pretesto narrativo” è recente: il sopralluogo nell'ex Provveditorato di Cremona, che sarà trasformato in residenza per studenti universitari. Giusto pochi giorni fa, sul posto si sono recati l’architetto Andrea Carcereri (che sta lavorando sul progetto predisposto dal collega Ezio Gozzetti), Giovanni Arvedi, la moglie Luciana Buschini, il CEO del Gruppo, Mario Arvedi Caldonazzo, e financo il vescovo Antonio Napolioni.
Dell'intervento in atto si sa tutto: finanziato dall'onnipresente Fondazione Arvedi-Buschini, è volto a riqualificare il grande immobile per trasformarlo in uno studentato con una settantina di posti letto.
Nulla di nuovo. Operazioni del genere l'imprenditore ne ha portate a termine a iosa. Museo del Violino, casa di riposo La Pace, recupero del complesso di Santa Monica, Colonie Padane e avanti così ad libitum.
Stavolta, però, qualcuno comincia a storcere il naso. Perché l'interesse del privato prestato al bene pubblico cozza un filo con l'interesse del privato-privato.
“Sono molto dispiaciuta da questa iniziativa di destinare a studentato l'immobile dell'ex Provveditorato – confida la concittadina, una persona che ha avuto a che fare per lavoro, ad alti livelli, con la macchina amministrativa –. E come me sono sconfortati moltissimi cremonesi che avevano investito per ristrutturare immobili da affittare agli studenti. Ci chiediamo se la cultura debba essere fine a sé stessa o se debba invece avere ricadute positive anche sul territorio che la ospita. E a questo proposito ci domandiamo quanto rimarrà degli investimenti fatti in cultura, dal momento che la maggioranza degli studenti formatisi qui se ne andranno altrove a lavorare”.
Il punto, spiega la donna, è che “un sacco di persone hanno ristrutturato appartamenti in città da affittare a studenti. Adesso arriva Arvedi con il suo progetto per lo studentato e di fatto ammazza il mercato”.
“Ma l'università deve creare anche un indotto – annota la concittadina –. Il dato di fatto è che questi ragazzi si formeranno e andranno via da Cremona perché qui non c'è lavoro. Dunque qual è l'indotto creato dall'Università? Qual è il valore aggiunto? Aver formato persone che andranno via da qua? Oltretutto, persone ospitate non dai cremonesi, che potevano comunque avere un ritorno. Questi studenti, in altre parole, avrebbero potuto essere ospitati da privati di Cremona, che ora, con questo intervento che uccide il mercato, non avranno più alcun ritorno economico”.
Ma il tema è più ampio, come evidenzia la concittadina: “Tante persone non trovavano appartamenti disponibili perché la maggioranza di quelli liberi sul mercato erano stati riadattati per ospitare gli studenti. E questo è confermato anche dalla mia agenzia di riferimento, ma si vede anche dagli annunci: tantissime persone che cercano casa trovano a prezzi pazzeschi, anche perché le abitazioni che prima erano a disposizione sono state risistemate per ospitare gli studenti. Per fare questo, naturalmente, sono stati fatti investimenti da parte dei proprietari. Ora arriva Arvedi e stende il mercato”.
E non finisce qui, perché c'è un ultimo elemento da considerare. “Io, ma immagino chiunque, perché è una disposizione obbligatoria, affitto giustamente a prezzi calmierati – spiega la donna –, perché i prezzi che propongo ai miei studenti sono frutto dell'accordo tra il Comune e l'associazione dei proprietari immobiliari. Pertanto ho dovuto dare le metrature, le disposizioni delle stanze e quant'altro per farmi quantificare il massimo che avrei potuto richiedere agli studenti, e ogni volta che registro un contratto, oltre alle normali tasse di registrazione, devo pagare anche cento euro all'associazione. Nulla da eccepire, se non fosse che adesso è arrivato Arvedi e con settanta alloggi nell'ex Provveditorato metterà in difficoltà i cremonesi come me che affittavano agli studenti".
Anche perché, conclude la concittadina, "Lui ha mezzi dei quali nessun cremonese può disporre: per questo mi chiedo se tutta questa operazione, bella finché si vuole in linea di principio, sia positiva nei confronti dei proprietari di alloggi. Di certo, ne usciremo penalizzati in tanti”.
Ma l'imprenditore potrà vantare l'ennesimo intervento a beneficio di una città che si può di fatto definire “sua” e alla faccia di una politica debole, non in grado (e spesso e volentieri non intenzionata) d'interloquire con Arvedi su uno stesso piano di forza.
E' il pubblico che china la testa al privato. E, paradossalmente, in casi come questo chi ne fa le spese è un altro privato. Quello che non possiede enormi fabbriche, quello che non guida gruppi industriali che se la giocano sui campi internazionali.
No, il privato che sperava di tirare un po' il fiato affittando un appartamento comprato magari con i sacrifici di una vita (oppure legittimamente ereditato) e che ora rischia di vedersi mettere in un cantone da un gigante che comincia a debordare un po' da tutti gli angoli di questa città.
Federico Centenari
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