Il commento

18 mag 2026
Bandiera Europa Foto di jorono da Pixabay

La paura come strumento di governo e gli allarmismi per sfilare sovranità: il discorso di Draghi ad Aquisgrana inquadra questa Europa

Qualcuno di voi ha provato a leggere il testo di tutto il discorso fatto da Mario Draghi ad Aquisgrana? Oppure vi siete fermati ai soliti elogi e standing ovation riportate dai social media manager (travestiti da giornalisti) del potere finanziario e politico ? 

Io purtroppo le ho lette, e dentro quelle parole ho trovato di tutto: la diagnosi di molti problemi europei, la consapevolezza del declino, persino alcune verità che per anni erano considerate eresie. Ma manca una cosa fondamentale: il riconoscimento pieno delle responsabilità storiche di quella stessa classe dirigente europea di cui Draghi è stato uno dei simboli più potenti.

E poi c'è sempre quel solito trucchetto. Creare paure e allarmismi per sfilare sovranità.

Oggi Draghi dice che “l’Europa è sola”. Dice che il nostro continente è fragile, dipendente, frammentato. Dice che abbiamo lasciato incompiuto il mercato interno. Dice che abbiamo sacrificato crescita, investimenti e capacità industriale. Dice persino che “la crescita è la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare”.

La fotografia è a fuoco.

Ma allora qualcuno dovrebbe avere il coraggio di fare la domanda che nei salotti europei nessuno vuole mai fare: dov’erano tutti questi illuminati mentre venivano imposte austerità, compressione salariale, privatizzazioni, tagli, culto ossessivo del rigore e competizione interna fra Paesi europei?

Perché qui sta il punto politico decisivo: i problemi che oggi Draghi descrive come emergenze esterne sono anche il prodotto di decisioni interne.

Decisioni precise. Volute. Difese. Imposte. Decisioni anche sue.

Per anni l’Europa ha praticato una forma sofisticata di autolesionismo economico. E chi osava dirlo veniva trattato da irresponsabile.

Per anni ci hanno raccontato che il problema fosse il debito pubblico, non il crollo della domanda interna. Che il problema fossero i salari troppo alti, non la desertificazione industriale. Che il problema fosse “vivere al di sopra delle proprie possibilità”, non un modello economico che produceva precarietà, disuguaglianze e dipendenza esterna.

E oggi è lo stesso Draghi ad ammettere, tardivamente, ciò che milioni di europei hanno vissuto sulla propria pelle

Nel 2024 ha riconosciuto che le politiche europee hanno tollerato salari bassi e compressione della domanda interna per sostenere la competitività esterna, contribuendo però a indebolire strutturalmente l’Europa.

Tradotto in parole semplici: per anni abbiamo impoverito il lavoro per tenere in piedi un modello economico sbagliato.

Ma allora bisogna dirlo chiaramente: questa non è stata una disgrazia inevitabile. È stata una scelta politica. Una scelta difesa da governi, istituzioni europee, tecnocrazie finanziarie e grandi media. E chi osava contestarla veniva liquidato come populista, irresponsabile o anti-europeo.

Adesso che perfino Draghi riconosce che quel modello non era sostenibile, resta una domanda enorme sospesa sopra il dibattito pubblico: quanti danni sociali, industriali e democratici sono stati prodotti prima che le élite europee trovassero il coraggio di ammettere l’evidenza?

Non vi basta? Proviamo allora ad allenare la memoria.

Il caso della Grecia dovrebbe aver insegnato qualcosa a tutti.

Per anni austerità, tagli e sacrifici furono imposti come verità scientifiche indiscutibili. Poi arrivò perfino l’ammissione del Fondo Monetario Internazionale: avevano sbagliato i calcoli. Avevano sottovalutato gli effetti devastanti dell’austerità.

Ma mentre loro correggevano le formule, la Grecia affondava. Disoccupazione, malnutrizione, povertà, incremento della mortalità infantile, servizi sociali distrutti. Svendita totale di beni pubblici. Democrazia commissariata.
È la tecnocrazia europea bellezza ed il prezzo sociale lo pagano sempre i cittadini.

E oggi fa impressione leggere ad Aquisgrana parole che sembrano la critica esatta dell’Europa costruita negli ultimi vent’anni: “mercati frammentati”, “investimenti rinviati”, “dipendenze strategiche”, “regolamentazione eccessiva”, “vulnerabilità”. È quasi il processo politico di un’intera stagione europea.

Ma il vero nodo del discorso non è economico. È democratico.

Draghi usa un linguaggio elegante, sofisticato, pieno di formule accademiche. Ma il cuore politico del messaggio è chiarissimo: il mondo è troppo pericoloso per lasciare spazio alle lentezze della democrazia ordinaria.

Ed ecco allora il ritorno del metodo che l’Europa conosce benissimo: la paura come strumento di governo.

Paura della Russia.
Paura della Cina. 
Paura dell’instabilità americana.
Paura dei dazi. 
Paura dell’energia. 
Paura dell’intelligenza artificiale. 
Paura della guerra. 
Paura del declino.

Attenzione: molte di queste minacce sono reali. Sarebbe infantile negarlo. Ma il problema è un altro. Ogni volta che il potere costruisce una narrazione fondata sull’emergenza permanente, accade sempre la stessa cosa: la politica si restringe e la tecnocrazia avanza.

Prima si crea il senso dell’urgenza assoluta. Poi si dice che non c’è tempo per discutere. Poi si spostano le decisioni verso organismi tecnici, procedure, vincoli, automatismi. 

Infine il dissenso viene trattato come un lusso irresponsabile.

È successo durante la crisi del debito, durante la pandemia e sta succedendo oggi con la sicurezza, la difesa e la geopolitica.

E qui torna inevitabilmente alla mente una delle frasi più emblematiche pronunciate da Draghi durante la crisi energetica: “Preferite la pace o il condizionatore acceso?”. Una frase diventata simbolo di un modo preciso di fare politica: ridurre questioni enormi e complesse a ricatti morali elementari.

Come se chi chiedeva prudenza sulle sanzioni o sugli effetti economici della guerra fosse automaticamente contro la pace. Come se milioni di famiglie che temevano bollette insostenibili, chiusure aziendali o impoverimento fossero semplicemente cittadini egoisti da rieducare.

Chi invece si fa tatuaggi ideologici sull'avambraccio, allineati con la narrazione dominate  invece è considerato serio, preparato e affidabile

È esattamente questo il problema del linguaggio emergenziale: sposta il confronto democratico dal merito alla colpa morale. Non si discutono più strategie, costi, conseguenze. Si dividono i cittadini tra responsabili e irresponsabili. Tra maturi e populisti. Tra europeisti e nemici dell’Europa.

Ed è impressionante che Draghi ad Aquisgrana arrivi perfino a teorizzarlo apertamente quando afferma che “le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato”.

Tradotto: l’attuale equilibrio democratico rischia di essere un ostacolo.

È qui che bisogna fermarsi. Perché la questione non è tecnica. È enorme. È politica. È civile.

Ogni volta che una classe dirigente sostiene che le emergenze richiedono di superare i normali processi democratici, i cittadini dovrebbero drizzare le antenne. Sempre.

Perché nessun potere dice mai apertamente: vogliamo meno democrazia. Dice qualcosa di molto più raffinato: serve decidere più in fretta, con più efficienza e maggiore.

Signori! Serve responsabilità.

Ed ecco il “federalismo pragmatico” evocato da Draghi.

Un’espressione apparentemente innocua, quasi burocratica, ma in realtà potentissima. Perché significa una cosa precisa: creare gruppi di Paesi che avanzano insieme su difesa, energia, industria, debito, tecnologia, rendendo progressivamente irreversibili nuovi trasferimenti di sovranità.

Prima il fatto compiuto. Poi la normalizzazione. Poi l’irreversibilità.

È già successo con l’euro. Draghi lo dice apertamente: “Per le società che condividono l’euro, uscirne è diventato quasi impensabile”.

Ed è proprio questo il punto. Qui non si sta costruendo semplicemente cooperazione europea. Si sta tentando di costruire un nuovo livello di potere politico continentale senza che esista ancora un vero popolo europeo.

Questa è la grande contraddizione che nessuno vuole affrontare.

Esistono popoli europei, storie nazionali, culture, interessi economici, sensibilità sociali e priorità completamente diverse.

Ma non esiste un demos europeo autentico. Non esiste un’opinione pubblica europea realmente condivisa. Non esiste una solidarietà politica spontanea tale da sostenere strutture federali sempre più invasive senza creare fratture democratiche gigantesche.

E allora il rischio è evidente: costruire un’Europa sempre più forte verso l’alto e sempre più debole verso il basso. Sempre più potente istituzionalmente e sempre più distante dai cittadini reali.

Per questo il problema dei diritti diventa centrale. Perché ogni fase storica dominata dalla paura produce inevitabilmente una compressione delle libertà. Magari non brutale. Magari non dichiarata. Ma progressiva.

La sicurezza energetica giustifica nuovi vincoli. La sicurezza finanziaria giustifica commissariamenti. La sicurezza sanitaria giustifica controlli eccezionali.  La sicurezza digitale giustifica sorveglianza. La sicurezza geopolitica giustifica riarmo e opacità decisionale.

È qui che il sistema mediatico svolge il suo ruolo più tossico. I grandi commentatori europei trattano ogni dissenso come un fastidio folkloristico. Il pluralismo viene tollerato solo entro confini molto stretti. I partiti litigano in televisione ma finiscono quasi sempre per convergere sulle grandi direttrici strategiche: più centralizzazione, più vincoli, più subordinazione geopolitica, più sacrifici sociali in nome delle emergenze del momento.

Centrodestra e centrosinistra cambiano lessico, non paradigma. E intanto il popolo reale sparisce.

Quello che non vive nei convegni internazionali ma nei supermercati. Quello che non parla di “catene del valore” ma di bollette. Quello che non discute di data center ma di mutui. Quello che non sogna il federalismo europeo mentre aspetta mesi per una visita medica.

Nel discorso di Draghi ci sono i mercati dei capitali. Ci sono i semiconduttori. Ci sono i corridoi energetici. Ci sono i data center. Ci sono gli investimenti strategici.

Ma non c’è quasi mai la vita concreta delle persone.

Mancano i salari. Mancano i giovani costretti ad andarsene. Mancano le famiglie che rinunciano ad avere figli. Mancano i lavoratori impoveriti. Mancano le periferie sociali. Mancano i cittadini che sentono di non contare più nulla.

Ed è questo il vuoto politico enorme dentro cui cresce la rabbia. Perché quando le persone percepiscono che tutto viene deciso altrove — dai mercati, dalle banche centrali, dagli organismi tecnici, dalle grandi strutture sovranazionali — la democrazia smette di essere sentita come propria.

Si vota ancora, certo, ma dentro confini sempre più stretti.

E allora bisogna avere il coraggio di dirlo: non basta “più Europa” se questa Europa continua a significare più tecnocrazia, più centralizzazione e meno controllo democratico.

L’Europa o torna popolare, sociale, democratica, costituzionale, oppure rischia di trasformarsi definitivamente in una gigantesca macchina amministrativa governata dall’alto e giustificata dalla paura permanente.

La vera sfida non è salvare le istituzioni europee. La vera sfida è salvare la democrazia europea.

Perché non esiste sicurezza che valga la perdita della libertà politica. Non esiste competitività che valga l’umiliazione sociale. Non esiste integrazione che valga lo svuotamento della sovranità popolare.

E soprattutto non esiste credibilità possibile per una classe dirigente che, dopo aver contribuito al problema, si presenta ancora una volta come unica soluzione disponibile.

I popoli europei hanno bisogno di qualcuno che dica finalmente una cosa semplice, quasi scandalosa nel clima attuale: i cittadini non sono un ostacolo da gestire. Sono i sovrani.

Marco Degli Angeli

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