Il commento

09 mag 2026
Peppino Impastato

Oggi, 9 maggio, ricordiamo Peppino Impastato, ma la legalità non è una parola da celebrare una volta all’anno, è una pratica quotidiana

“La mafia è una montagna di merda.” Peppino Impastato l’ha detto quando dirlo significava sfidare un potere vero, vicino, feroce. Non un mostro lontano, ma qualcosa che abitava le strade, le famiglie, gli affari, i silenzi.

Qualcosa che arrivava fin dentro la storia della casa in cui era cresciuto.

Peppino lo ha sfidato. Ed è morto anche per questo.

Ricordarlo oggi non può essere solo uno sfoggio di retorica. Perché le mafie non sono finite. Non sono un racconto da film. Non sono un passato distante, nello spazio o nel tempo. Hanno cambiato linguaggio, abiti, territori.

Al Nord, spesso senza sparare, investono, comprano, condizionano, ripuliscono nell’economia legale ciò che arriva da quella sommersa, costruiscono relazioni, approfittano di chi finge di non vedere.

Il processo Hydra, in Lombardia, ci ricorda proprio questo: la mafia non è un problema “degli altri”. È anche potere economico. È capacità di stare dove girano soldi, appalti, consenso, paura.

E quando le cronache raccontano di tessere di partito, selfie, passaggi nelle istituzioni, quando persone indicate nelle inchieste come vicine ai clan stringono rapporti con pezzi influenti della politica, non basta liquidare tutto come fango o coincidenze.

Bisogna pretendere chiarezza. Perché le mafie non bussano solo alle porte delle periferie. Cercano quelle dei luoghi dove si decide, si autorizza, si distribuisce potere. E ogni porta lasciata socchiusa diventa una zona grigia.

Ma il 9 maggio deve raccontare anche un’altra cosa. 

Ogni bene confiscato, ogni luogo sottratto all’illegalità e restituito alla collettività, è una sconfitta concreta della mafia e della cultura del privilegio criminale.

Dove prima c’erano dominio, ricatto, evasione, accumulo privato, possono nascere lavoro sociale, educazione, comunità, diritti, libertà.

La legalità non è una parola da celebrare una volta all’anno. È una pratica quotidiana.

È scegliere da che parte stare quando ci chiedono di pagare in nero.

È scegliere la strada più lunga quando la scorciatoia significa aggirare le regole.

È non voltarsi dall’altra parte quando un sopruso non ci riguarda direttamente.

La memoria di Peppino non è nostalgia. Non può essere solo un post. Non può essere solo retorica.

È una scelta.

Contro le mafie. Contro le zone grigie. Per la legalità. Per restituire alle persone ciò che il potere criminale ha rubato.

Perché alla fine, ancora oggi, la mafia resta una montagna di merda.

 

La foto è tratta dal sito Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato

Paolo Losco

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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