Il commento

08 mag 2026
Cartabia

La visita della giurista Marta Cartabia a Crema? Non un confronto pubblico, ma un rito di autocelebrazione dell’establishment italiano

Quello andato in scena a Crema attorno a Marta Cartabia (mercoledì 6 maggio; ndr) non è stato un confronto pubblico sulla democrazia costituzionale. È sembrato piuttosto un rito di autocelebrazione dell’establishment italiano: amministratori, Rotary, autorità ecclesiastiche, stampa locale, pubblico selezionato, studenti chiamati, mercoledì a Crema, più ad ascoltare che a interrogare. 

Un coro unanimista, educato, impeccabile nelle forme — e proprio per questo politicamente significativo.

Perché il problema non è Marta Cartabia come persona. Il problema è l’assenza quasi totale di senso critico verso una figura che viene presentata come custode dei valori costituzionali senza che venga mai affrontata la più grande contraddizione della sua esperienza pubblica: la riforma della giustizia che porta il suo nome.

Una costituzionalista che parla di “riconquistare ogni giorno la Repubblica”, del limite al potere, della centralità della Costituzione, della democrazia come bene comune, dovrebbe essere inevitabilmente interrogata anche sul rapporto tra quei principi e gli effetti concreti della riforma della giustizia che porta il suo nome.

Invece nulla. Solo applausi, deferenza e parole astratte.

Eppure proprio quella riforma, varata sotto il governo Draghi,  ha introdotto meccanismi che molti magistrati antimafia — non populisti da talk show, ma figure come Nino Di Matteo e Nicola Gratteri — hanno considerato un indebolimento strutturale della capacità dello Stato di arrivare alla verità processuale.

Qui sta il nodo rimosso.

Per anni ci è stato ripetuto che la Costituzione è il presidio dei diritti, il luogo dell’equilibrio tra i poteri, la garanzia dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Poi però si accetta quasi senza discussione una riforma che, nei fatti, rischia di rendere l’esito dei processi dipendente dalla velocità degli uffici giudiziari. Non dalla verità. Non dal merito. Non dalla giustizia sostanziale. Ma dal cronometro.

È difficile non vedere una contraddizione profonda.

Perché se un processo per mafia, corruzione o criminalità economica si arena per limiti temporali, il messaggio che passa ai cittadini è devastante: lo Stato non è più in grado di garantire fino in fondo l’accertamento della responsabilità. E quando la giustizia rinuncia ad arrivare a sentenza non si limita a “efficientare” il sistema: incrina la credibilità stessa del patto costituzionale.

Naturalmente i difensori della riforma rispondono che la durata infinita dei processi è anch’essa una violazione dei diritti. Vero. Ma il punto è un altro: si è scelto di affrontare il collasso della macchina giudiziaria non rafforzando radicalmente strutture, personale e organizzazione, bensì introducendo meccanismi estintivi.

È una differenza enorme, politica prima ancora che tecnica.

Ed è qui che la retorica ascoltata a Crema diventa stucchevole.

Parole come “radici”, “valori condivisi”, “democrazia costituzionale”, “unità del popolo”, “limite al potere” rischiano di trasformarsi in una liturgia civile innocua quando non vengono mai messe alla prova delle contraddizioni reali del presente. La Costituzione viene evocata come simbolo morale astratto, quasi sacrale, ma depoliticizzata: separata dai conflitti concreti sul funzionamento dello Stato, sulla giustizia sociale, sull’effettività della legge.

Il risultato è una melassa istituzionale dove tutto diventa inattaccabile: la Costituzione come reliquia, l’Europa come dogma, la tecnica come neutralità, le élite come custodi naturali della democrazia.

E chi prova a porre domande viene subito percepito come disturbatore, populista o “nemico delle istituzioni”.

Ma una democrazia viva non ha bisogno di liturgie unanimiste. Ha bisogno di conflitto critico, memoria e responsabilità. Anche — e soprattutto — verso figure prestigiose come Cartabia.

Altrimenti il rischio è che la “difesa della Costituzione” diventi soltanto un linguaggio di legittimazione del potere esistente: elegante, colto, rassicurante. Ma incapace di guardare davvero alle fratture che attraversano il Paese e alla crescente sfiducia dei cittadini verso la giustizia e le istituzioni repubblicane.

Marco Degli Angeli

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