Il commento
24 feb 2026
La propaganda del post-Olimpiadi copre i record negativi di costi, ritardi, cantieri, sfruttamento, turni massacranti e lavoratori sottopagati
Prima il governo. Sempre. L’autocelebrazione istituzionale è la vera cerimonia di chiusura dei Giochi. Non quella con le bandiere e le coreografie, ma quella con i comunicati stampa, i post social, le conferenze e la liturgia del “abbiamo dimostrato al mondo”. Edizione straordinaria, organizzazione impeccabile, il pianeta che guarda all’Italia come modello.
Un classico. La porta bandiera? Daniela Santanchè, ministro. Of course. Il leit motiv? 30 medaglie. L’Italia migliore di sempre.
In questi quindici giorni si è assistito a un fenomeno meteorologico curioso: precipitazioni continue di entusiasmo governativo, accompagnate da raffiche di patriottismo selettivo. Più che Olimpiadi, una maratona di post celebrativi, con politici da destra a sinistra pronti a rilanciare una medaglia, sempre utile per qualche like in più.
Si è passati dalle critiche per i privilegi e i costi eccessivi ai selfie da presenzialisti. In prima fila, gratis, grazie a quei privilegi tanto stigmatizzati.
Poi arrivano gli elenchi. I ringraziamenti. Le liste. La politica italiana ha una passione quasi affettiva per le enumerazioni solenni. Volontari, lavoratori, territori, organizzatori, istituzioni, forze dell’ordine, atleti, tecnici, spettatori, comunità locali. Tutti dentro, nessuno escluso. Il messaggio è semplice: se ringraziamo tutti, nessuno farà domande. Se poi lo facciamo per 15 giorni consecutivi con indosso una felpa — e con in tasca uno stipendio da ministro — ancora meglio. Ogni riferimento a Matteo Salvini è fortemente voluto.
La segreteria del PD si inserisce perfettamente nel copione, con il suo catalogo dell’orgoglio nazionale: passione, ospitalità, sacrificio, talento, vittorie, medaglie, eccellenza. Una narrazione emotiva in cui l’Italia diventa contemporaneamente protagonista, organizzatrice e pubblico entusiasta di sé stessa.
La politica che applaude allo specchio.
Nel frattempo, mentre si distribuiscono pacche sulle spalle e si moltiplicano le celebrazioni, parte già la fase due della propaganda: la candidatura successiva. Non si è ancora spento il braciere e già si parla del prossimo evento. Non ha perso tempo il sindaco Gualtieri. Olimpiadi a Roma, candidatura da costruire, entusiasmo da riaccendere. Da Abodi a Malagó, Roma 2040 un sogno possibile, titola la stampa.
Il riflesso pavloviano dei grandi eventi: prima si celebra, poi si rilancia, infine — forse — si fanno i conti.
Solo dopo questa onda lunga di autocelebrazione nazionale si scende di scala e si arriva al livello locale, dove la retorica diventa più calorosa ma non meno allineata. Anche a Crema si respira l’orgoglio dei Giochi, con il racconto di una comunità coinvolta, della fiamma accolta da migliaia di persone, dello sport come esempio di sacrificio, lealtà e normalità straordinaria.
Il sindaco sottolinea sui social la purezza degli atleti, la capacità del Paese di sentirsi unito, la bellezza di discipline che per qualche giorno escono dall’anonimato. E anche qui, il refrain: record di medaglie, l’Italia migliore di sempre.
Sia ben chiaro. Nessuno discute il valore umano e sportivo degli atleti. Nessuno mette in dubbio la fatica, la dedizione, l’abnegazione. Il punto è un altro: cosa succede quando quel racconto diventa l’unico consentito.
Perché sì, sono state Olimpiadi record. Record di medaglie, certo, però andrebbe contestualizzato. Ma anche record di costi, ritardi, cantieri rincorsi, deroghe e accelerazioni dell’ultimo minuto. Record di sfruttamento, di turni massacranti, di lavoratori sottopagati. Record di entusiasmo mediatico e di memoria corta.
A questo racconto manca quasi sempre l’eredità ambientale. Mentre la sostenibilità veniva ripetuta come slogan, nei territori restavano boschi sacrificati per nuove piste, impianti demoliti e ricostruiti più grandi, infrastrutture ampliate anche dove alternative esistevano già. Il simbolo è la sostituzione di aree naturali e strutture storiche con nuove colate di cemento, accompagnate da strade e parcheggi destinati a durare ben oltre i Giochi.
Poi c’è l’acqua: bacini artificiali e innevamento programmato in montagne sempre più calde, con risorse pompate dai fondovalle per garantire neve perfetta per poche settimane. Più che sostenibilità, una gestione tecnica dell’emergenza climatica trasformata in narrazione green.
La domanda proibita resta sempre la stessa: quanto è costato tutto questo? E soprattutto: chi paga davvero?
C’è chi ricorda i 120 milioni per una pista mentre una struttura già esistente restava inutilizzata. Chi parla di miliardi spesi per un evento che coinvolge pochi praticanti ma che viene presentato come patrimonio emotivo universale. Chi vede in questi appuntamenti una sospensione collettiva del principio di realtà, utile a trasformare la spesa in orgoglio e il debito in racconto epico.
E poi c’è il confronto storico usato come slogan. Il richiamo a Lillehammer funziona finché non si guardano i numeri: 61 eventi e 183 medaglie allora, 116 eventi e 348 oggi. Più gare, più podi, più possibilità di celebrare. La matematica che diventa propaganda.
Nel frattempo, i Giochi che dovrebbero unire riflettono le contraddizioni del mondo reale: esclusioni, tensioni geopolitiche, doppi standard difficili da ignorare. Lo sport evocato come spazio neutrale finisce per essere lo specchio della politica che finge di restarne fuori.
E mentre scorrono immagini di medaglie e lacrime di gioia, restano ai margini le storie meno televisive: proteste dei lavoratori, accuse di sfruttamento, costi sociali, territori trasformati in scenografie temporanee e poi restituiti alla quotidianità con conti permanenti.
Sia chiaro: gli atleti non c’entrano. Sono la parte più autentica, quella che non ha bisogno di slogan. Il problema nasce quando la loro fatica diventa copertura narrativa per qualsiasi scelta politica, economica o organizzativa.
Quando la medaglia diventa anestetico.
L’Italia sa essere eccellente senza bisogno di raccontarselo continuamente. Proprio per questo meriterebbe una narrazione più adulta: meno autocelebrazione e più trasparenza, meno retorica e più contesto.
Perché la propaganda funziona così: trasforma i risultati sportivi in certificati politici, le emozioni collettive in consenso e le domande scomode in rumore di fondo.
Tra poco arriverà il prossimo evento, il prossimo entusiasmo nazionale, la prossima candidatura. E la macchina ripartirà, puntuale.
L’Italia dei sacrifici esiste davvero. Ma raramente è quella che compare nelle conferenze stampa.
Marco Degli Angeli
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