L'inchiesta

28 mag 2026
Ex Ilva

Ex Ilva, Arvedi e il nuovo asse dell’acciaio: tra Taranto, Terni e il nodo energia, prende forma una strategia industriale nazionale. Quello che sappiamo

Il nome di Arvedi torna con forza nel dossier ex Ilva. E questa volta il tema non riguarda soltanto una possibile operazione industriale su Taranto, ma qualcosa di più ampio: la ridefinizione della siderurgia italiana tra transizione energetica, acciai speciali, autonomia produttiva e nuove tecnologie.

Le indiscrezioni emerse nelle ultime settimane — rilanciate anche da Il Sole 24 Ore — indicano che il governo italiano starebbe valutando un “piano B” nel caso di fallimento delle trattative con i gruppi internazionali interessati all’ex Ilva.

Tra le opzioni allo studio ci sarebbe proprio un possibile coinvolgimento di Arvedi, eventualmente affiancata da partner industriali e finanziari internazionali.

Sul piano concreto, il gruppo Arvedi ha già avviato una profonda evoluzione industriale che oggi viene osservata con attenzione anche a Roma. Il passaggio più significativo degli ultimi anni riguarda l'AST, controllata del gruppo Arvedi e destinata a diventare uno dei principali poli europei per gli acciai speciali.

All’inizio del 2026 è entrato ufficialmente in funzione il nuovo forno di riscaldo bramme di AST Terni, un investimento considerato strategico per l’ammodernamento della siderurgia italiana e per la riduzione dell’impatto energetico degli impianti.

L’intervento rappresenta, di fatto, un tassello centrale della politica industriale orientata alla riduzione delle emissioni e allo sviluppo della siderurgia elettrica.

Resta infatti centrale l’Accordo di Programma sottoscritto con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, un piano industriale da 557 milioni di euro che accompagnerà AST fino al 2028.

L’intesa prevede investimenti destinati alla produzione di acciaio inox da rottame, all’efficientamento energetico, all’innovazione tecnologica e allo sviluppo di produzioni siderurgiche a minore impatto ambientale.

A rafforzare ulteriormente il ruolo strategico del gruppo Arvedi c’è anche il recente via libera del Ministero delle Imprese e del Made in Italy al progetto “ARVES” per lo stabilimento di Cremona.

Attraverso il Contratto di sviluppo, il MIMIT potrà sostenere con agevolazioni pubbliche fino a 22,5 milioni di euro un investimento complessivo da 82,5 milioni destinato allo sviluppo di acciai magnetici per motori elettrici, all’innovazione impiantistica e alla ricerca su produzioni siderurgiche avanzate.

Il progetto si inserisce nella più ampia trasformazione della siderurgia europea tra elettrificazione, competitività energetica e innovazione tecnologica, confermando come Cremona stia assumendo un ruolo sempre più centrale nelle nuove filiere industriali legate agli acciai avanzati.

Parallelamente continua però ad aggravarsi il conto pubblico necessario per mantenere in funzione l’ex Ilva di Taranto.

È di pochi giorni fa la notizia del nuovo intervento approvato dal Consiglio dei ministri: il Governo ha autorizzato un ulteriore finanziamento fino a 100 milioni di euro a favore di  in amministrazione straordinaria, per garantire la continuità produttiva degli impianti durante la procedura di cessione.

Secondo quanto riportato dalla stampa nazionale, il prestito si aggiunge ai 149 milioni già concessi nei mesi precedenti e potrebbe essere seguito da un ulteriore intervento pubblico da 140 milioni entro l’estate.

Il dato politico ed economico è ormai evidente: l’ex Ilva continua a sopravvivere grazie a una crescente rete di sostegno pubblico, mentre la trattativa con i potenziali acquirenti —  e  — procede con estrema lentezza.

Nel frattempo restano aperti il nodo ambientale, la sostenibilità economica degli impianti, gli investimenti necessari per la conversione energetica e, soprattutto, la tutela occupazionale di circa 10 mila lavoratori.

Verso una filiera siderurgica nazionale integrata

È qui che Cremona, Terni e Taranto iniziano a intrecciarsi. Da un lato, Acciaieria Arvedi rappresenta il modello industriale sviluppato negli ultimi anni: produzione elettrica, innovazione tecnologica, riduzione dell’impatto ambientale e forte integrazione produttiva.

Dall’altro, Terni viene progressivamente trasformata nel polo italiano degli acciai speciali avanzati, destinati ai settori energetici, infrastrutturali e industriali ad alta complessità tecnologica.

Taranto resta invece il nodo strategico della grande capacità produttiva nazionale.

Per questo motivo, l’eventuale ingresso di Arvedi nel dossier ex Ilva viene letto da molti osservatori non come una semplice acquisizione, ma come il possibile tentativo di costruire una filiera siderurgica integrata:

- Taranto per la produzione primaria;
- Cremona per innovazione e trasformazione;
- Terni per gli acciai speciali e tecnologici.

Una catena industriale che consentirebbe all’Italia di mantenere una propria autonomia strategica in un settore considerato fondamentale anche a livello europeo.

Energia, competitività industriale e nucleare

C’è poi il nodo più delicato: l’energia. La siderurgia elettrica — modello sul quale Arvedi sta investendo in modo deciso — dipende fortemente dal costo dell’elettricità. Ed è proprio su questo fronte che negli ultimi anni si è riaperto anche in Italia il dibattito sul nucleare di nuova generazione.

Negli ambienti industriali il tema viene affrontato sempre più come una questione di competitività produttiva. In questo contesto Terni sta assumendo un ruolo particolarmente interessante. Negli ultimi mesi, proprio attorno al polo AST, si sono svolti incontri tecnici e convegni dedicati ai materiali avanzati per il nucleare, agli Small Modular Reactor (SMR) e alle nuove applicazioni metallurgiche per il settore energetico.

Qui occorre distinguere chiaramente: non esiste alcun progetto ufficiale che colleghi direttamente Arvedi a un futuro programma nucleare italiano. Tuttavia, gli investimenti sugli acciai speciali, la ricerca sui materiali avanzati e la crescente attenzione verso gli SMR mostrano come parte della siderurgia italiana stia cercando di anticipare i futuri scenari energetici europei.

Sul fondo resta una scelta politica e industriale di lungo periodo.

L’esecutivo sembra orientato a evitare la perdita della capacità siderurgica nazionale, soprattutto in una fase in cui Bruxelles parla sempre più apertamente di autonomia strategica europea, e Arvedi appare oggi uno dei pochi gruppi italiani con dimensione, tecnologia e solidità sufficienti per giocare una partita sistemica.

Resta però aperta la domanda decisiva: quanto sarà sostenibile una siderurgia europea schiacciata tra costi energetici elevati, transizione green e concorrenza globale?

È probabilmente su questa sfida — più ancora che sulle singole trattative — che si giocherà il futuro dell’acciaio italiano nei prossimi dieci anni.

Marco Degli Angeli

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