L'inchiesta

08 mag 2026
Padania Avvelenata

"Padania avvelenata"/2 - Nelle città vicine agli allevamenti l’ammoniaca è fino a quattro volte superiore rispetto a metropoli come Londra o Madrid

Pubblichiamo oggi la seconta parte della nostra inchiesta sulla qualità dell'aria in Pianura Padana, alla luce delle recenti dichiarazioni del ministro Francesco Lollobrigida e del report "Padania Avvelenata" diffuso due giorni fa da Greenpeace (qui la prima parte dell'inchiesta).

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I nostri allevamenti sono tra i più sostenibili al mondo, grazie a una filiera che coniuga innovazione, benessere animale e qualità delle produzioni. I dati ISPRA dimostrano che in meno di vent'anni (dal 2005 al 2023) le emissioni di ammoniaca sono diminuite del 18%”.

Lo ha dichiarato il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida il 29 aprile scorso, durante il convegno organizzato in Regione Lombardia sul tema “Zootecnia, ammoniaca e qualità dell’aria. Soluzioni e prospettive”.

Parole rassicuranti, molto rassicuranti. Quasi troppo. Perché poi capita di prendere in mano un report come "Padania avvelenata" — pubblicato da Greenpeace nel maggio 2026 con il contributo scientifico dell’Università di Siena — e all’improvviso torna in mente Giorgio Gaber: “C’è un’aria, un’aria… ma un’aria che manca l’aria”.

Il punto è esattamente questo. Perché c’è un’aria fatta di convegni, dichiarazioni, parole come “innovazione”, “eccellenza”, “sostenibilità”.

E poi c’è l’altra aria. Quella vera. Quella che si respira. E lì qualcosa non torna.

Il fact-check che rovina il clima del convegno

Partiamo dal famoso –18%. Il dato è vero? Sì. Ma raccontato così è come dire che il Titanic aveva ottimi lampadari. Perché quel dato è nazionale, copre quasi vent’anni e mette insieme territori completamente diversi.

Ma il problema delle emissioni non è distribuito in modo uniforme. È concentrato. Eccome se lo è. E infatti il report Greenpeace dice una cosa molto meno rassicurante: “Non si sono registrati miglioramenti sostanziali dal 2017 al 2023”.

Tradotto nei numeri: 162.700 tonnellate di ammoniaca all’anno; 12,7 milioni di tonnellate di gas serra; ammoniaca: –2,6%; gas serra: +6,5%; animali allevati: +7,7%.

Da 88,4 milioni a 95,2 milioni di capi. Cioè: più allevamenti, più animali, emissioni praticamente ferme.

Altro che “svolta”. Questa non è una transizione ecologica. È una gigantesca zona comfort con i liquami.

Cremona: quando il dato locale distrugge la narrazione nazionale

Poi ci sono i territori. E lì la retorica comincia a tossire. Perché Cremona non è un dettaglio statistico, è il cuore del problema. La provincia è seconda in tutta la Pianura Padana per emissioni di ammoniaca e seconda per emissioni di gas serra. Davanti c’è Brescia. Dietro Mantova.

Tre province lombarde che da sole concentrano una quota enorme dell’inquinamento zootecnico padano. Brescia da sola pesa circa il 15% delle emissioni.

Non è un sistema diffuso. È una concentrazione industriale travestita da tradizione rurale.

E qui viene il bello (si fa per dire). Perché mentre si parla di “allevamenti tra i più sostenibili al mondo”, il report ricorda che: oltre l’80% dei suini italiani e circa il 60% di bovini e avicoli si concentra proprio in Pianura Padana. Una delle aree con la peggiore qualità dell’aria d’Europa.

L’aria vera, quella senza microfoni

E infatti il problema non resta nei campi. Secondo gli studi citati nel report a Milano e nelle città vicine agli allevamenti l’ammoniaca è fino a 3-4 volte superiore rispetto a città come Londra o Madrid.

E attenzione al dettaglio fastidioso: la fonte principale non è il traffico. È la zootecnia. Ma questa parte nei convegni arriva sempre un po’ dopo. Molto dopo il buffet.

Il paradosso perfetto

C’è poi una cosa quasi poetica, nel suo assurdo. I bovini producono il 65% dell’ammoniaca e addirittura l’84% dei gas serra del comparto. Però gli allevamenti bovini restano in gran parte esclusi dalla direttiva europea sulle emissioni industriali.

Che è un po’ come scoprire che il principale sospettato non era nemmeno nella lista degli invitati.

E alla fine resta Gaber

Perché il problema, Ministro, non è avere citato un dato vero. Il problema è usarlo per raccontare una realtà che, nei territori più colpiti, appare completamente diversa.

E allora tornano in mente ancora le parole di Gaber: “E ogni avvenimento di fatto si traduce in tanti ‘sembrerebbe’, ‘si vocifera’, ‘si dice’…”.

Qui però non “si dice”. Qui i numeri parlano chiarissimo: emissioni enormi, allevamenti in aumento, nessun miglioramento sostanziale recente, aria tra le peggiori d’Europa.

E soprattutto una sensazione sempre più concreta: “C’è un’aria, un’aria… ma un’aria che manca l’aria.” Letteralmente.

Sul tavolo rimane un'ultima domanda al ministro

A tutto questo va aggiunto un ulteriore elemento "curioso". Nel suo report, Greenpeace annota: "Soprattutto però è necessario lavorare per fermare unʼulteriore espansione degli allevamenti. Per questo, Greenpeace ha presentato alla Camera dei Deputati una proposta di legge per cambiare il sistema degli allevamenti intensivi in Italia. La proposta è stata presentata insieme a ISDE – Medici per lʼambiente, Lipu, Terra! e WWF Italia in una conferenza stampa il 22 febbraio e depositata il 6 marzo".

La domanda è semplice: se tutte queste associazioni hanno ritenuto necessario presentare alla Camera una proposta di legge, come può il ministro venirci a raccontare che la situazionne ambientale è migliorata?

Non solo: perché non ha ritenuto opportuno informare il pubblico presente al convegno del 29 aprile dell'iniziativa promossa dalle associazioni? In fondo l'iniziativa è di quasi due mesi precedente il convegno e ha a che vedere con il tema trattato durante lo stesso convegno.

Ma forse, la risposta a queste domande se la sono data già gli esponenti di Greenpeace nel rapporto, laddove annotano: "Vogliamo gettare le basi per una riconversione del settore zootecnico che metta al centro le aziende agricole di piccole dimensioni che adottano metodo agroecologici e non più il sistema dei grandi allevamenti intensivi, con i loro impatti sullʼambiente, sulla nostra salute e sul benessere degli animali allevati. Il vero cambiamento non può che partire da un freno allʼulteriore crescita di queste attività, in particolare nelle zone che già da anni subiscono le conseguenze di un eccessivo carico zootecnico, proprio come la Pianura Padana".

FONTE

A questo link è possibile scaricare il pdf con il report di Greenpeace.

Federico Centenari e Marco Degli Angeli

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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