L'inchiesta
09 giu 2026
Ritorno al nucleare, manca il sì del Senato ma il Governo punta a chiudere la partita entro l'estate. "Arturo" a Caorso è in cima alla lista, pronto alla riattivazione
“Arturo” si prepara a tornare in pista? Presto per dirlo, ma i segnali ci sono tutti. Specie ora, che il dibattito sul ritorno al nucleare in Italia è ampiamente sdoganato e la centrale di Caorso, ferma dal 1990, compare sempre più spesso tra i siti potenzialmente riattivabili.
Di recente ne ha parlato anche il Corriere della Sera in un approfondimento pubblicato a seguito del passaggio del 4 giugno, quando “il Parlamento italiano si è espresso per la prima volta sul ritorno del nucleare in Italia deciso dal governo a ottobre 2025 con il disegno di legge delega”.
Tradotto in soldoni, la Camera ha approvato a maggioranza il disegno di legge per il ritorno al nucleare. Contrari i partiti di opposizione fatta eccezione per Italia Viva, che si è astenuta, e Azione che ha espresso parere favorevole.
Cosa significa questo passaggio? Si torna al nucleare? Non ancora. Manca un passaggio dirimente: il voto del Senato. Secondo quanto riporta il Corriere, “Il governo punta a concludere l’iter e avere la legge approvata prima della pausa estiva”.
Fatto salvo il voto del Senato, dunque, è utile ricordare che l'iter è piuttosto articolato e che la legge delega “fissa i principi e i criteri a cui deve attenersi il governo per disciplinare una determinata materia, in questo caso il «nucleare sostenibile». Poi dovrà anche approvare i decreti attuativi, che secondo il ministro Pichetto Fratin saranno pronti entro Natale”.
Al termine di questo percorso, ricorda il Corriere, “l’Italia dovrà avere una disciplina organica dell’intero ciclo di vita dell’energia nucleare, dalla progettazione all’autorizzazione alla gestione degli impianti ma anche lo stoccaggio dei rifiuti”.
LE TEMPISTICHE
Ed ecco che ci si avvicina al punto che più interessa il territorio cremonese, perché la prima domanda che sorge, a fronte di questo iter normativo, è se gli impianti saranno installati a breve e dove.
Per quanto riguarda le tempistiche, gli esperti stimano che serviranno almeno otto o nove anni, “perché, oltre alla normativa, dovrà essere messo in piedi il sistema delle autorizzazioni con l’Autorità deputata a farlo, e dovrà essere scelta la tecnologia”.
QUALE TIPOLOGIA DI IMPIANTO?
E questo conduce al tipo di impianto che si potrebbe realizzare. Annota in proposito il quotidiano milanese: “L’anno scorso è stata creata una società ad hoc, Nuclitalia (51% Enel, 39% Ansaldo e 10% Leonardo) che sta curando l’analisi delle tecnologie più adatte per il nostro Paese, anche in base alla compatibilità con il nostro sistema industriale di fornitura e in autunno presenterà lo studio al Mase. A ogni modo, il governo ha indicato che dovrà trattarsi di piccoli reattori come gli Smr e che non si tratterà di vere e proprie centrali”.
Nel dettaglio, gli Smr (Small modular reactor, ossia piccoli reattori modulari), sono impianti di dimensioni più contenute, che possono arrivare fino a 350 megawatt. E' utile tenere conto che i reattori che si installano oggi (quelli cosiddetti di terza generazione avanzata) hanno una potenza tra 1.100 MW e 1.650 MW.
DOVE VERRANNO INSTALLATI GLI IMPIANTI?
Ed eccoci alla domanda che interessa il territorio: dove verranno installati gli Small modular reactor?
Nel dossier del Corriere si legge testualmente: “Il governo non ha ancora scelto le località. Tra i luoghi adatti potrebbero esserci le vecchie centrali in via di disattivazione (come Trino, Caorso, Latina e Garigliano) gestite da Sogin”.
Caorso, dunque, è in prima linea. E d'altra parte è ormai da tempo che la centrale sul Piacentino viene “chiamata in causa”. Basti pensare alle dichiarazioni rilasciate alla fine del 2025 da Carlo Calenda, quando, dopo una visita all'impianto di Caorso, il leader di Azione ha dichiarato di essere favorevole al nucleare e alla riapertura proprio della centrale in questione.
IL CONFRONTO SUL PIACENTINO
Ma Calenda non è il solo a sostenere la riapertura di “Arturo” (come viene soprannominata da sempre la centrale caorsana). Sul Piacentino il dibattito è aperto da tempo e a favore della riapertura della centrale si è già espressa Confindustria Piacenza.
Tuttavia, come ricorda “PiacenzaSera”, “A dicembre scorso, l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna aveva approvato un ordine del giorno presentato dal consigliere piacentino Luca Quintavalla (Pd) e sostenuto da tutta la maggioranza di centrosinistra che chiedeva di escludere la centrale di Caorso dall’eventuale ritorno al nucleare in Italia”.
Per il consigliere piacentino, “un ritorno al nucleare a Caorso significherebbe contraddire gli impegni assunti sin qui con le istituzioni locali e la popolazione in termini di messa in sicurezza e valorizzazione del sito, comprese le compensazioni previste con progetti di riqualificazione dell’ambiente fluviale anche in ottica turistica”.
RIFLETTORI ACCESI, A CREMONA CHE SI DICE?
In sintesi, il dibattito è ormai aperto e il primo passo a livello governativo è stato compiuto. E sulla centrale di Caorso cominciano ad accendersi i riflettori.
Come la vede la politica cremonese? Qui, per ora, il dibattito è decisamente sottotraccia, ma c'è da scommettere che dopo l'estate, in caso di approvazione del ddl da parte del Senato, si aprirà il confronto anche sul nostro territorio.
LA STORIA DI “ARTURO”
Tratta dal sito ufficiale della SOGIN (la società che si occupa del “decommissioning” dell'impianto (lo smantellamento, detto in parole semplici), ecco la storia della centrale nucleare di Caorso.
La centrale nucleare di Caorso, la più grande d’Italia, con una potenza di 860 MW, è stata progettata e realizzata nei primi anni settanta dal raggruppamento Enel – Ansaldo Meccanica Nucleare – GETSCO.
La centrale, di tipo BWR (Boiling Water Reactor), appartiene alla seconda generazione di impianti nucleari. Il collegamento con la rete elettrica nazionale è avvenuto nel maggio del 1978, l’esercizio è iniziato nel dicembre 1981.
Nell’ottobre del 1986 l’impianto è stato fermato per la periodica ricarica del combustibile e non è stato più riavviato, anche a seguito dell’esito del referendum sul nucleare del 1987.
Nel 1990 è stato deciso di fermare definitivamente l’esercizio commerciale della centrale. Da allora è stato garantito il mantenimento in sicurezza delle strutture e degli impianti a tutela della popolazione e dell’ambiente.
L’impianto, nel suo pur breve periodo di esercizio, ha prodotto circa 29 miliardi di kWh.
Nel 1999 Sogin è divenuta proprietaria della centrale con l’obiettivo di realizzarne il decommissioning. Le attività propedeutiche allo smantellamento sono state avviate a seguito dell’emanazione del Decreto del Ministero dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato (ora Sviluppo Economico) del 2000, con cui è stata autorizzata la strategia di decommissioning accelerato della centrale.
Nel 2008 è stato ottenuto il Decreto di Compatibilità Ambientale (VIA) per il progetto di decommissioning della centrale.
Nel 2014 il Ministero dello Sviluppo Economico ha emesso il decreto per la disattivazione della centrale che consente, attraverso la predisposizione e l’autorizzazione dei singoli progetti, di terminare lo smantellamento dell’impianto.
La foto in alto è tratta dal sito ufficiale della SOGIN.
Federico Centenari
© RIPRODUZIONE RISERVATA