L'inchiesta

07 apr 2026
Allevamento intensivo

La fabbrica dell'aria malata/5 - Conosciamo le fonti dell'inquinamento da agricoltura e allevamento: le soluzioni ci sono, ma non si vogliono applicare

A questo punto dell’inchiesta, il quadro è chiaro (in questa sezione del sito trovate le altre 4 puntate dell'inchiesta). Le fonti si conoscono. I meccanismi sono stati ricostruiti. La scala del fenomeno non lascia più spazio a dubbi.

Ed è proprio qui che la missione valutativa del Consiglio regionale della Lombardia, realizzata con il contributo scientifico dell’Università degli Studi di Milano, compie il passaggio più delicato. Quello che di solito resta fuori dal dibattito. Perché il report lo dice, senza enfasi ma senza ambiguità: le tecnologie sono necessarie, ma non sufficienti.

Il primo livello di intervento è quello più intuitivo. Quello su cui si è concentrata per anni la politica agricola e ambientale: le misure tecniche. Il documento le elenca con precisione. Non sono ipotesi.

Sono strumenti già noti, in parte già obbligatori:

- l’interramento rapido dei liquami entro poche ore dallo spandimento,
- l’uso di tecniche a bassa emissione, come barre o iniezione diretta nel suolo,
- la copertura delle vasche di stoccaggio,
- il miglioramento delle strutture di stabulazione,
- una gestione più efficiente dell’azoto nei fertilizzanti.

Sono interventi concreti. E funzionano. La letteratura tecnica richiamata nella missione valutativa indica che, nelle singole fasi operative, queste misure possono ridurre le emissioni anche del 30–70%.

Ma è qui che il discorso cambia. Perché queste riduzioni non si sommano in modo lineare. E soprattutto non toccano il punto centrale: la quantità totale di azoto che entra nel sistema.

Il limite, infatti, non è solo tecnologico. È strutturale. Il report lo ricostruisce con estrema chiarezza.

Le emissioni di ammoniaca dipendono da tre fattori:

- il numero di capi allevati,
- la quantità di azoto contenuta nei reflui,
- le modalità con cui questi reflui vengono gestiti.

Le tecnologie intervengono sul terzo punto. Ma i primi due restano invariati. E questo significa che, anche applicando le migliori tecniche disponibili, in un sistema ad alta densità come quello della Pianura Padana, una quota rilevante di emissioni resta inevitabile.

È qui che entra il concetto chiave della missione valutativa, con un concetto poco discusso, ma decisivo: la densità zootecnica per unità di superficie.

Nelle aree della pianura centrale – Cremona, Brescia, Mantova – la concentrazione di animali è tra le più elevate d’Europa. E questo ha conseguenze dirette in quanto  significa surplus di azoto nei suoli, difficoltà di assorbimento agronomico e maggiore dispersione in atmosfera.

Il report parla esplicitamente di rischio di saturazione territoriale. In termini più semplici: il territorio non riesce più ad assorbire tutto l’azoto che viene prodotto.

A questo punto il documento cambia tono e non parla più misure tecniche, ma  di opzioni di sistema. Non slogan. Ma direzioni possibili.

La prima riguarda la distribuzione degli allevamenti.

Ridurre la pressione nelle aree più dense, riequilibrare la presenza sul territorio, introdurre limiti alla concentrazione. Non necessariamente diminuire ovunque, ma intervenire dove la saturazione è più evidente. È la leva più diretta. E anche la più difficile.

La seconda riguarda il ciclo dell’azoto.

Il report insiste su un punto: oggi, in molte aree, l’azoto in ingresso – attraverso mangimi e fertilizzanti – supera quello che il sistema agricolo è in grado di riassorbire.

Da qui derivano:
- emissioni in atmosfera,
- perdite nei suoli,
- impatti sulle acque.

La soluzione, in teoria, è semplice: riallineare il bilancio. Nella pratica, significa ripensare profondamente il funzionamento delle aziende.

Poi c’è il tema delle coltivazioni. Il modello attuale è costruito intorno a poche specie: mais, foraggi, colture funzionali agli allevamenti. Un sistema efficiente, ma fragile.

La missione valutativa sottolinea come questa specializzazione riduca la biodiversità agricola, aumenti la dipendenza dal sistema zootecnico e renda il territorio meno resiliente. Per questo suggerisce una direzione chiara: diversificare. Non abbandonare, ma riequilibrare.

Infine, il passaggio più delicato. Quello che il report non trasforma in slogan, ma che emerge in modo inequivocabile.

Se il sistema produttivo ha queste dimensioni, è perché esiste una domanda. E allora ridurre l’impatto complessivo significa, inevitabilmente, intervenire su uno dei due lati.

Diversi studi richiamati nel quadro scientifico indicano che una riduzione significativa delle emissioni, su larga scala, è difficilmente ottenibile senza una progressiva riduzione del consumo di proteine animali o senza l’introduzione di fonti proteiche alternative.

Non è una posizione ideologica. È una conseguenza dei numeri.

Il report, a quel punto, non propone scorciatoie. Non parla di chiusure. Non parla di azzeramenti. Individua piuttosto un equilibrio difficile:  mantenere la capacità produttiva,  riducendo l’intensità ambientale

Il problema è che, oltre una certa soglia, queste due condizioni entrano in tensione.

Ed è qui che la questione cambia natura. Non è più solo tecnica. Diventa una scelta  di sistema.

Fino a che punto è possibile ridurre le emissioni senza ridurre i capi, senza cambiare l’uso del suolo, senza intervenire sui consumi?

La missione valutativa non dà una risposta politica. Ma definisce con precisione il perimetro del problema che, una volta tracciato, ignorarlo diventa molto più difficile.

(L'inchiesta prosegue la prossima settimana)

Marco Degli Angeli

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