Natura

02 ago 2026
Bosco

Le foreste italiane sono davvero in pericolo? Fra luoghi comuni, dati reali e una sfida spesso ignorata: gestire boschi che non sempre migliorano da soli

Disclaimer: sono consapevole che il tema forestale susciti spesso reazioni molto forti. Basta la fotografia di alcuni alberi abbattuti per scatenare accuse di scempio ambientale, interessi economici nascosti o presunti complotti ai danni della natura.

Come già scritto in altri articoli, non intendo sostenere che errori o cattive pratiche non esistano. Esistono e vanno denunciati quando si verificano.

Tuttavia, per comprendere davvero lo stato delle foreste italiane, è necessario partire dai dati e dalle conoscenze tecniche, non dalle impressioni.

Per questo articolo ho preso spunto da un recente documento dell'Accademia Italiana di Scienze Forestali, una delle più autorevoli istituzioni scientifiche nazionali nel settore forestale.

Un dato che sorprende molti

Se chiedessimo a un gruppo di persone se l'Italia stia perdendo foreste, probabilmente la maggioranza risponderebbe di sì. In realtà accade il contrario.

Da diversi decenni la superficie forestale italiana è in costante aumento. L'abbandono di molte attività agricole e pastorali nelle aree collinari e montane ha consentito al bosco di riconquistare ampie porzioni di territorio che un tempo erano coltivate o pascolate.

Molti versanti che i nostri nonni ricordavano come prati o campi oggi sono ricoperti da alberi.

Questo fenomeno rappresenta certamente una buona notizia sotto molti aspetti: maggiore copertura forestale significa generalmente più capacità di assorbire anidride carbonica, maggiore protezione del suolo e più habitat per numerose specie.

Ma, come spesso accade in ecologia, la realtà è più complessa di quanto possa apparire a prima vista.

Più bosco non significa automaticamente più biodiversità

L'espansione naturale del bosco ha infatti sottratto spazio, in alcuni territori, a prati stabili, pascoli, brughiere, radure e altri ambienti aperti che ospitavano specie vegetali e animali specializzate e oggi sempre più rare.

La biodiversità non dipende dalla presenza di un solo habitat, ma dall'equilibrio tra ecosistemi diversi.

Un territorio ricco di boschi, prati, zone umide, corsi d'acqua e ambienti agricoli tradizionali ospita generalmente una maggiore varietà di specie rispetto a un paesaggio dominato da un unico ambiente come potrebbe essere la foresta.

In altre parole, non basta avere più alberi per avere automaticamente più natura.

Il vero problema: boschi che crescono senza essere gestiti

Quando si parla di gestione forestale, molte persone immaginano immediatamente motoseghe e alberi abbattuti. Eppure, il principale problema di molte foreste italiane oggi è spesso l'opposto: la mancanza di gestione.

Molti boschi derivano dall'abbandono di terreni agricoli o pascoli e si sono sviluppati spontaneamente senza alcuna pianificazione. In altri casi si tratta di popolamenti che per decenni non hanno ricevuto alcun intervento.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, un bosco abbandonato non è automaticamente un bosco sano.

Come qualsiasi ecosistema, anche una foresta evolve nel tempo e può beneficiare di interventi capaci di aumentarne la stabilità, la biodiversità e la resilienza ai cambiamenti climatici.

L'obiettivo della moderna gestione forestale non è "controllare" la natura, ma accompagnarne i processi evolutivi.

Gestire non significa distruggere

Come ho già accennato in precedenti interventi, uno degli equivoci più diffusi riguarda la differenza tra utilizzazione forestale e disboscamento. Nel linguaggio comune si tende spesso a definire "deforestazione" qualsiasi taglio di alberi. 

Dal punto di vista tecnico non è così. L'utilizzazione forestale consiste nel prelievo di alberi all'interno di un bosco che continua a rimanere tale. Dopo il taglio il bosco si rinnova naturalmente oppure attraverso specifici interventi di gestione che accelerano le dinamiche naturali.

Il disboscamento, invece, avviene quando il terreno perde definitivamente la propria destinazione forestale per lasciare spazio a edifici, infrastrutture, coltivazioni o altre attività.

Confondere questi due concetti equivale a considerare identiche la raccolta del grano e la cementificazione di un campo agricolo.

Come si controlla la gestione di un bosco?

Una domanda che emerge spesso nel dibattito pubblico è: chi controlla chi taglia gli alberi? La risposta, in realtà, è meno banale di quanto si possa pensare.

In Italia la gestione forestale non avviene in un vuoto normativo. Il riferimento principale è il Testo Unico in materia di Foreste e Filiere forestali (TUFF), approvato con il D.Lgs. 34/2018.

Questo provvedimento riconosce la gestione forestale sostenibile come uno strumento fondamentale per tutelare, conservare e valorizzare il patrimonio forestale nazionale.

Il TUFF afferma un principio importante: il bosco non è soltanto una riserva di legname, ma un sistema multifunzionale che svolge funzioni ambientali, paesaggistiche, produttive, protettive e sociali.

La gestione forestale deve quindi contribuire alla conservazione della biodiversità, alla protezione del suolo, alla qualità delle acque, alla mitigazione dei cambiamenti climatici e allo sviluppo delle economie locali.

A seconda dei casi, gli interventi forestali possono inoltre essere soggetti a norme regionali, comunicazioni preventive, autorizzazioni, prescrizioni tecniche, vincoli paesaggistici, valutazioni ambientali e controlli da parte delle autorità competenti.

A questi strumenti si aggiunge il lavoro di professionisti qualificati, enti pubblici, Carabinieri Forestali e organismi di vigilanza che operano sul territorio.

FSC e PEFC: strumenti per la trasparenza

Esistono inoltre sistemi di certificazione forestale volontaria come FSC® e PEFC, diffusi in molti Paesi del mondo e sempre più presenti anche in Italia.

Questi sistemi prevedono standard elevati e regole specifiche per la tutela della biodiversità, la conservazione del suolo e delle acque, il rispetto delle funzioni ecologiche del bosco, la sicurezza dei lavoratori, la tracciabilità dei prodotti legnosi e il rispetto delle comunità e degli usi locali.

Le aziende e gli enti che aderiscono vengono sottoposti periodicamente a verifiche indipendenti da parte di organismi terzi. Naturalmente nessun sistema è perfetto e gli errori possono verificarsi. Tuttavia, le certificazioni rappresentano uno strumento importante per aumentare trasparenza, responsabilità e fiducia nella gestione forestale, offrendo ai cittadini e ai consumatori un riferimento concreto e verificabile.

In un mercato sempre più globale, le nostre scelte di acquisto possono avere effetti concreti sui territori. Scegliere prodotti certificati FSC® o PEFC significa premiare chi gestisce le foreste secondo criteri ambientali, sociali ed economici aggiuntivi rispetto alla normativa nazionale e regionale, e riconosciuti a livello internazionale.

Lasciare fare alla natura? Dipende

Spesso si sente dire che la soluzione migliore sarebbe semplicemente lasciare la natura a sé stessa. In alcuni contesti è certamente una scelta valida e utile.

Esistono aree nelle quali la libera evoluzione del bosco rappresenta il miglior approccio possibile e contribuisce ad aumentare la naturalità degli ecosistemi.

Ma esistono anche situazioni in cui un intervento attivo può favorire una maggiore biodiversità, migliorare la stabilità del bosco, ridurre alcuni rischi (come quello di incendi) o accelerare il recupero di ecosistemi degradati.

La domanda corretta, quindi, non è se intervenire sempre o non intervenire mai. La vera domanda è dove, come e perché intervenire.

Un paradosso italiano

Esiste poi un aspetto che raramente entra nel dibattito pubblico. L'Italia utilizza relativamente poco il legno prodotto dalle proprie foreste e continua a importare grandi quantità di materia prima dall'estero.

Questo significa che una parte degli impatti ambientali associati alla produzione di legno viene semplicemente trasferita altrove.

Non sempre i Paesi da cui importiamo possono contare sugli stessi livelli di pianificazione, tracciabilità, controlli e tutela ambientale che caratterizzano il sistema normativo italiano.

Naturalmente questo non significa che si debba tagliare di più ovunque e comunque. Significa però che la sostenibilità va valutata lungo l'intera filiera e non soltanto osservando ciò che accade nel bosco vicino a casa nostra.

Le foreste del futuro

La vera sfida non è scegliere tra tagliare tutto o non toccare nulla, ma è capire dove lasciare evolvere liberamente i boschi, dove proteggere integralmente le foreste, dove intervenire per aumentarne la qualità ecologica e come valorizzare in modo sostenibile le risorse che producono.

Le foreste italiane non hanno bisogno di slogan o contrapposizioni ideologiche. Hanno bisogno di conoscenza, pianificazione e gestione competente.

Perché un bosco può essere degradato sia da interventi sbagliati sia dall'abbandono. E la differenza fra le due situazioni non si comprende guardando una fotografia pubblicata sui social, ma studiando il contesto, gli obiettivi e i risultati nel lungo periodo.

Le nuove strategie europee e la crescente attenzione verso la gestione forestale sostenibile vanno proprio in questa direzione: foreste più resilienti, più ricche di biodiversità, più capaci di fornire servizi ecosistemici e di affrontare le sfide poste dal cambiamento climatico.

Perché il futuro delle nostre foreste non dipenderà soltanto da quanti alberi avremo. Dipenderà soprattutto dalla capacità di comprenderle, gestirle e accompagnarne l'evoluzione con competenza e visione di lungo periodo.

Fabrizio Malaggi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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