Natura
27 lug 2026
Un fiume può avere dei diritti? Dall'Ecuador alla Nuova Zelanda, una nuova idea di rapporto tra uomo e natura. E in Italia? Qualcosa si sta muovendo...
Se qualcuno ci dicesse che un fiume ha dei diritti, probabilmente penseremmo a una provocazione. Dopotutto, i diritti non appartengono alle persone?
Come potrebbe un corso d'acqua avere un avvocato, presentare un ricorso o essere tutelato da un tribunale?
Eppure, è esattamente ciò che sta accadendo in diverse parti del mondo.
Negli ultimi anni alcuni Paesi hanno iniziato a riconoscere a fiumi, foreste ed ecosistemi una forma di personalità giuridica, aprendo un dibattito che fino a pochi decenni fa sarebbe sembrato fantascienza.
La natura: oggetto da proteggere o soggetto di diritto?
Tradizionalmente le leggi ambientali sono state costruite attorno a un principio molto semplice: la natura va protetta perché è utile alle persone.
Proteggiamo un bosco perché produce acqua pulita. Proteggiamo un fiume perché riduce il rischio di alluvioni. Proteggiamo una zona umida perché ospita biodiversità e migliora la qualità del paesaggio.
In questa visione la natura è un bene da conservare, ma rimane un oggetto della tutela.
Negli ultimi anni si è però affacciata un'idea diversa. E se la natura non fosse soltanto qualcosa da utilizzare o proteggere? E se alcuni ecosistemi avessero un valore intrinseco, indipendente dall'utilità che possono avere per l'uomo?
Da questa domanda nasce il concetto dei "diritti della natura".
Il caso dell'Ecuador
L'Ecuador è stato il primo Paese al mondo a inserire nella propria Costituzione il riconoscimento dei diritti della Natura, o Pachamama, come la chiamano le popolazioni andine.
Secondo questa impostazione, la natura non è soltanto un patrimonio da gestire, ma un soggetto titolare di diritti propri, tra cui il diritto a mantenere i propri cicli vitali e la propria capacità di rigenerarsi.
Nel novembre 2025 un referendum popolare ha ulteriormente rafforzato questo percorso, confermando il sostegno di una parte importante della società ecuadoriana a questa visione innovativa del rapporto tra uomo e ambiente.
Il fiume che è diventato una persona
Forse ancora più sorprendente è quanto accaduto in Nuova Zelanda. Nel 2017 il fiume Whanganui è diventato il primo corso d'acqua al mondo a vedersi riconosciuta una vera e propria personalità giuridica.
Per il popolo Māori il fiume non è mai stato semplicemente un corso d'acqua. È un antenato. Un essere vivente con cui esiste un rapporto di reciproca appartenenza.
Dopo oltre un secolo di rivendicazioni, questa visione culturale è stata riconosciuta anche dall'ordinamento giuridico neozelandese.
Naturalmente il fiume non può parlare da solo. Per questo la legge ha individuato dei rappresentanti incaricati di agire nel suo interesse, proprio come avviene per un minore o per altre realtà che non possono rappresentarsi autonomamente.
Una stranezza o una necessità?
A prima vista tutto questo può sembrare bizzarro. Eppure, se ci pensiamo bene, non sarebbe la prima volta che attribuiamo personalità giuridica a qualcosa che non è una persona. Anche una società, una fondazione o un'associazione possono possedere beni, stipulare contratti e comparire in tribunale pur non essendo esseri umani.
La domanda allora cambia. Non è più: "Come può un fiume avere dei diritti?" Diventa: "Perché non dovrebbe averli, se la sua sopravvivenza è essenziale per quella di intere comunità?"
E in Italia?
Nel nostro Paese il concetto di diritti della natura non è ancora entrato formalmente nell'ordinamento come avvenuto in Ecuador o in Nuova Zelanda.
Tuttavia, qualcosa si sta muovendo. La riforma dell'articolo 9 della Costituzione, approvata nel 2022, ha introdotto esplicitamente la tutela dell'ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell'interesse delle future generazioni.
Allo stesso tempo crescono l'attenzione verso i servizi ecosistemici, il ripristino degli habitat naturali e il riconoscimento del valore che ecosistemi sani producono per la società.
Una domanda per il futuro
Forse la questione più interessante non è stabilire se un fiume debba davvero avere un avvocato o una carta d'identità.
La vera domanda è un'altra.
Per secoli abbiamo considerato la natura come qualcosa di esterno a noi, una risorsa da utilizzare e gestire. Oggi stiamo iniziando a comprendere che la nostra salute, la nostra economia e la nostra stessa sicurezza dipendono dal buon funzionamento degli ecosistemi.
In fondo, quando riconosciamo un diritto alla natura, non stiamo soltanto proteggendo un fiume o una foresta. Stiamo riconoscendo una semplice verità: non viviamo accanto alla natura.
Viviamo dentro di essa e ne siamo parte.
(La foto in alto è di Mauro Gaimarri, che si ringrazia per la gentile concessione)
Fabrizio Malaggi
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