Il commento
18 apr 2026
"Governo italiano campione dell'antimafia? Per la macchina della propaganda, forse, ma i fatti raccontano una storia ben diversa"
La macchina della propaganda disegna il trionfalismo antimafia del governo Meloni. E lo fa, guarda caso, proprio mentre esplodono i fatti che toccano Fratelli d’Italia: il caso Delmastro, l’inchiesta Hydra, le dichiarazioni di Gioacchino Amico che aprono sugli interessi del clan Senese e i rapporti con ambienti di Fratelli d’Italia.
Insomma, la solita operazione studiata ad arte: non rispondere alle domande, ribaltare il discorso, cambiare il campo di gioco.
Ma è davvero così? Allora rimettiamo in fila le idee e i fatti.
I risultati che il governo si intesta a colpi di post e propaganda raccontano innanzitutto una cosa: il lavoro enorme delle forze dell’ordine e soprattutto della magistratura. Già, la stessa magistratura che questa destra ha passato mesi ad attaccare, delegittimare, usare come bersaglio per eccitare l’indignazione e dividere il Paese.
E se c’è un nome che qui va citato, è quello di Nicola Gratteri. Perché Gratteri per questo governo è più un nemico da colpire che una voce da ascoltare. Eppure è una delle figure che più hanno rappresentato il salto di qualità nella lotta alle mafie.
I fatti ci dicono una cosa semplice: arresti e confische arrivano dalle indagini. Non dai selfie del governo.
E allora la domanda giusta non è quale ruolo abbia Meloni nelle operazioni antimafia. Nessuno. La domanda giusta è: il governo rafforza o indebolisce gli strumenti che servono a chi indaga?
E qui parlano ancora i fatti.
E il Governo ha limitato le intercettazioni, ha abolito l’abuso d’ufficio, ha ristretto il traffico di influenze e i reati-spia. Cioè ha ristretto proprio quel terreno in cui si intercettano i rapporti opachi tra potere, interessi privati e criminalità prima che esplodano in un’inchiesta da prima pagina.
Poi ci sono gli appalti. Più discrezionalità, meno controlli, affidamenti diretti più larghi. In altre parole: più zone d’ombra nella gestione del denaro pubblico.
E quando in un’opera enorme come il Ponte sullo Stretto si aprono domande su vincoli, documentazione e controlli, la risposta qual è? Attaccare la Corte dei Conti e ridurne il potere di controllo. Tutto molto coerente, se il tuo problema non sono le zone d'ombra ma chi prova a illuminarle.
Poi c’è il contante. Alzare il limite da 2.000 a 5.000 euro non aiuta certo chi combatte riciclaggio, sommerso e flussi opachi. Aiuta semmai chi ha tutto l’interesse a far circolare denaro meno tracciabile. E ce l’hanno venduto come la storia del regalo di Pasqua della nonna.
E poi ci sono i beni confiscati. E i progetti che li ridanno alla collettività con azioni sociali. E pure in questo caso il messaggio politico è chiarissimo. Prima dirotti i finanziamenti del PNRR destinati ai percorsi di valorizzazione di questi beni, poi, di fronte a chi denuncia la gravità della decisione, rimetti coperture più deboli, più diluite, più annacquate. E anche questi sono fatti, non post.
E volendo, potremmo aprire anche il capitolo immigrazione, sfruttamento, ricattabilità sociale. Dalla Bossi Fini a come le mafie intercettino le fragilità quando queste diventano clandestinità. Oppure quello del mercato del CBD colpito e reso illegale mentre le mafie continuano a incassare almeno 16 miliardi l'anno dal il grande mercato della cannabis. Ma di questo parleremo più avanti. Il quadro, già così, è abbastanza nitido.
Quindi quando il governo si racconta come campione dell’antimafia, conviene ricordarsi bene: le indagini le fanno i magistrati con le forze dell’ordine, spesso pagando prezzi altissimi. Il governo, invece, decide se lasciare in piedi o indebolire gli strumenti, i controlli e la tracciabilità che rendono possibile quel lavoro.
E se guardiamo ai fatti, non ai post, non ai titoli della stampa accondiscendente, non alla propaganda da Telemeloni, il disegno che emerge è ben diverso da quello che provano a venderci.
Paolo Losco
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