Il commento

30 mag 2026
Reindustria

Reindustria e la favola del territorio unito: la società cremasca a capitale pubblico chiude perché nessuno è più riuscito a spiegare cosa fosse diventata davvero

Alla fine è arrivata la legge Madia. Comoda. Utilissima. Perfetta. Quando una storia politica non si ha il coraggio di raccontarla fino in fondo, serve sempre una norma da usare come spiegazione tecnica. Un vincolo. Un parametro. Una soglia di fatturato. Qualcosa che renda inevitabile una scelta che in realtà è anche profondamente politica.

Ed eccola lì allora: la legge Madia, trasformata improvvisamente nella principale responsabile della liquidazione di Reindustria.

Peccato che REI (Reindustria) fosse in difficoltà da anni.

Perché la realtà è molto meno lineare dei comunicati istituzionali pieni di “visione”, “sinergia”, “sviluppo territoriale” e citazioni di Churchill buone per chiudere con eleganza una stagione politica.

REI non chiude soltanto per un parametro ministeriale. Chiude perché, a un certo punto, nessuno è più riuscito a spiegare con chiarezza cosa fosse diventata davvero. E soprattutto perché è progressivamente emersa la difficoltà di costruire una reale strategia territoriale condivisa.

Negli anni Novanta REI aveva un senso chiarissimo. Nasce dopo il trauma Olivetti, dentro una crisi industriale vera, concreta, pesantissima. Migliaia di posti di lavoro persi, un’intera area produttiva da ricostruire, un territorio che rischiava di perdere identità economica.

Lì esisteva davvero una missione comune.

Enti pubblici, banche, sindacati, associazioni di categoria: tutti nella stessa direzione. E infatti i risultati arrivarono. Novanta milioni di investimenti, duecento imprese finanziate, centinaia di posti di lavoro creati. Non slogan. Economia reale.

Ma quella stagione, inevitabilmente, finisce. E da lì in avanti inizia il vero problema: ridefinire il ruolo di una struttura nata per affrontare un’emergenza storica precisa.

A quel punto REI diventa progressivamente altro: agenzia di sviluppo, incubatore, cabina di regia, marketing territoriale, tavoli competitività, progettazione europea, cluster, masterplan, ATS, networking istituzionale.

Una struttura sempre più trasversale, ma anche sempre più difficile da identificare con una missione concreta e immediatamente riconoscibile.

In tutto questo si è continuato a raccontare il territorio come un sistema compatto e integrato. Cremasco e Cremonese insieme, dentro una strategia comune di sviluppo provinciale.

Ma chi vive questi territori sa bene che le differenze sono sempre rimaste forti. Il cremasco ha storicamente relazioni economiche e culturali orientate verso Milano, Lodi, Bergamo e Brescia. Cremona ha invece mantenuto una visione più centrata sul proprio asse territoriale e spesso poco incline a riconoscere fino in fondo una reale autonomia strategica del cremasco. E viceversa.

REI è stata probabilmente il simbolo più evidente di questa ambiguità: prima profondamente cremasca, poi trasformata in struttura formalmente provinciale, ma sospesa tra territori che non hanno mai davvero sviluppato una visione comune fino in fondo.

Il problema è che invece di affrontare apertamente questa complessità, negli anni la politica locale ha progressivamente preferito rifugiarsi nelle governance, nei tavoli della competitività, nei coordinamenti, nei masterplan e nelle cabine di regia.

Sempre più strutture. Sempre meno direzione politica.

Col tempo le strategie territoriali sono state demandate sempre di più alle associazioni di categoria, ai consulenti, ai tavoli tecnici. La politica, più che guidare lo sviluppo, ha iniziato soprattutto a gestirne la rappresentazione pubblica.

Il progetto “Io ci CRedo”, l'associazione temporanea di scopo per l'attuazione del MasterPlan 3c, è forse l’esempio più evidente di tutto questo. Presentato nel 2022 al Ponchielli come grande piattaforma operativa per lo sviluppo della provincia, sostenuto da un’ottantina di comuni, dalla Provincia, dalla Camera di Commercio e dalle associazioni economiche, avrebbe dovuto trasformare le strategie elaborate con Ambrosetti in progetti concreti per il territorio.

Almeno sul piano pubblico, però, l’impressione è che quell’operazione abbia prodotto soprattutto una forte dimensione comunicativa.

Parliamo di circa 150 mila euro raccolti in due anni tra quote associative di enti pubblici, Camera di Commercio, associazioni e comuni del territorio. Risorse pubbliche e para-pubbliche che avrebbero dovuto sostenere progettualità operative e sviluppo territoriale.

Eppure, osservando dall’esterno, risulta difficile comprendere con chiarezza quali siano stati gli effettivi risultati prodotti. Qualche convocazione. Alcuni tavoli progettuali. Comunicati stampa. Una segreteria tecnica affidata ancora una volta a REI. Un bando per un responsabile operativo andato deserto. Un secondo bando concluso senza candidati ritenuti idonei.

Nel frattempo non è mai emersa una rendicontazione facilmente leggibile e accessibile ai cittadini sugli output concreti dei tavoli di lavoro o sull’impatto reale prodotto dall’associazione.

Ed è qui che emerge il punto più delicato della vicenda. Per anni si è costruita un’enorme architettura di parole: “innovazione”, “territorio”, “visione”, “sinergia”, “competitività”. Ma spesso è mancata la domanda più semplice: chi decide davvero? Con quali obiettivi? E soprattutto con quale idea concreta di sviluppo territoriale?

Alla fine REI è rimasta intrappolata proprio dentro questo cortocircuito: troppo pubblica per stare sul mercato, troppo tecnica per avere una propria forza politica autonoma, troppo territoriale per tenere insieme realtà che territorialmente continuavano a muoversi su direttrici differenti.

E quando i soci hanno iniziato lentamente a sfilarsi, tutta la narrazione del “fare sistema” ha mostrato le proprie fragilità.

Per questo oggi colpiscono certi toni autocelebrativi sulla “liquidazione ordinata”. Perché mentre la politica raccontava una chiusura composta e responsabile, sindacati e lavoratori descrivevano una realtà molto più incerta. Una realtà fatta di silenzi, preoccupazioni e assenza di garanzie chiare.

Il sindacato ha contestato apertamente la narrazione dei “ricollocamenti già avvenuti”, sostenendo che diversi lavoratori — incluso il direttore generale — abbiano trovato autonomamente una nuova occupazione senza un vero piano strutturato costruito dai soci pubblici.

Ed è probabilmente questo l’aspetto più amaro dell’intera vicenda.

Per anni REI è stata utilizzata come strumento operativo del territorio, accompagnando progetti, bandi, relazioni istituzionali e governance territoriali. Ma nel momento in cui il progetto politico si è progressivamente dissolto, il rischio è stato quello di lasciare proprio ai lavoratori il peso finale di anni di ambiguità strategiche e indecisioni politiche.

La legge Madia, allora, appare più come il certificato ufficiale di una crisi già esistente che come la vera causa della fine di REI.

Il vero nodo è probabilmente un altro. La difficoltà, mai realmente superata, di costruire una strategia territoriale condivisa e stabile tra Cremasco e Cremonese, al di là delle dichiarazioni di principio e delle rappresentazioni istituzionali.

Marco Degli Angeli

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