Il commento

03 giu 2026
Soldi e giornali AI

Quando la notizia è confezionata per alimentare la narrazione consolidata. Lo zar, i 500 mila morti e i milioni pubblici all'editoria: chi paga la propaganda?

Recentemente scrivevo di come, dall'inizio del conflitto russo-ucraino, una parte dell'informazione italiana abbia progressivamente smesso di raccontare i fatti per dedicarsi alla costruzione di una narrazione. Nemmeno il tempo di pubblicare quelle riflessioni che arriva l'ennesimo esempio da manuale.

La Repubblica dedica infatti un intero articolo a quello che viene presentato come il piano di Putin per diventare "eterno". Il titolo sembra uscito da una sceneggiatura hollywoodiana: "Russia, il piano di Putin l'eterno: una terapia genica di Stato per non invecchiare".

Nel pezzo si parte da programmi di ricerca sulla longevità, sulla medicina rigenerativa e sulle biotecnologie per costruire un racconto nel quale il presidente russo diventa una sorta di sovrano ossessionato dall'immortalità, deciso a utilizzare la scienza per prolungare la propria vita e quindi il proprio regno.

Non stiamo parlando di una rubrica satirica. Non stiamo parlando di un romanzo distopico. Stiamo parlando di uno dei principali quotidiani italiani.

E il problema non è discutere delle ricerche sulla longevità, che esistono in Russia come negli Stati Uniti, in Cina, in Europa e nelle grandi aziende private occidentali. Il problema è il modo in cui una notizia viene confezionata per trasformarsi nell'ennesimo tassello di una narrazione ormai consolidata.

Prima Putin era malato terminale. Poi era isolato. Poi era senza missili. Poi era senza armi. Poi era senza economia. Poi era senza esercito. Poi era il leader prossimo alla caduta.

Adesso vuole diventare immortale. 

Sembra quasi una serie televisiva a puntate.

E mentre si costruisce il personaggio dello "zar eterno", nell'articolo compare anche un altro elemento ricorrente: la cifra di 500 mila soldati russi morti in Ucraina, riportata come dato acquisito, senza spiegare che si tratta di stime controverse e senza alcuna contestualizzazione del dibattito esistente tra gli analisti militari.

Il punto non è stabilire se il numero sia corretto o meno. Il punto è il metodo. Perché da quattro anni assistiamo alla stessa dinamica.

I russi combattono con le pale. Le scorte di missili sono finite. L'economia è al collasso. L'esercito è allo sbando. La sconfitta è imminente.

Poi passano mesi, passano anni, la realtà prende una direzione diversa e la narrazione semplicemente si aggiorna. Senza autocritica. Senza spiegazioni. Senza ammettere gli errori precedenti. E la pale, diventano missili ipersonici pronti a distruggere l'Europa. 

Lo stesso schema l'abbiamo visto pochi giorni fa con il drone precipitato in Romania. Prima ancora che fossero chiarite le circostanze dell'accaduto è partito il coro della stampa e del partito unico delle armi.

"Atto gravissimo."
"Escalation intollerabile."
"Violazione inaccettabile."
"Sicurezza europea a rischio."

Meloni, Schlein, Crosetto, Tajani. Quattro voci, un solo pensiero. Come se fossimo già di fronte a un attacco deliberato contro un Paese della NATO.

Poi sono arrivate le dichiarazioni delle autorità romene, molto più prudenti, che hanno distinto tra un'aggressione intenzionale e un incidente avvenuto nel contesto delle operazioni militari.

Ma quella parte della storia ha avuto molta meno visibilità. Perché il fatto interessa fino a quando serve a confermare una tesi già scritta.

Ed è qui che il tema non riguarda più la Russia. Riguarda noi. Riguarda il giornalismo. Riguarda il rapporto tra informazione, politica e denaro pubblico. Perché questi giornali non vivono soltanto delle copie vendute.

Li paghiamo anche noi, con le nostre tasse. Ogni anno il sistema dell'editoria beneficia di decine e decine di milioni di euro di sostegno pubblico. Ai contributi ordinari si dà ormai 4 anni  misure straordinarie.

Nel 2025 il Governo ha incrementato il Fondo per il pluralismo con ulteriori 50 milioni di euro e ha previsto fino a 65 milioni di contributi straordinari legati alle copie cartacee vendute.

Tra i beneficiari troviamo praticamente tutti i grandi gruppi editoriali nazionali.

GEDI, editrice di Repubblica e La Stampa, ha ricevuto quasi 6,8 milioni di euro.

RCS, editrice del Corriere della Sera, oltre 11,7 milioni.

Cairo Editore, oltre 5,5 milioni.

Mondadori, media oltre 3,3 milioni.

Il Sole 24 Ore, oltre 1,5 milioni.

In totale oltre 61 milioni di euro distribuiti in un solo provvedimento straordinario.

E allora una domanda diventa inevitabile. Se lo Stato decide di sostenere economicamente il sistema dell'informazione in nome del pluralismo, non dovrebbe pretendere almeno standard più elevati di rigore, verifica e indipendenza?

Perché il problema non è che Repubblica critichi Putin. È legittimo. Il problema è quando il giornalismo smette di raccontare la realtà e inizia a prenderci per i fondelli.

Ogni stagione ha il suo copione. Ogni settimana il suo mostro. Ogni mese la sua emergenza.

Nel frattempo il cittadino viene accompagnato verso conclusioni preconfezionate che coincidono quasi sempre con le esigenze politiche del momento: più riarmo, più contrapposizione, più emergenza, più paura.

La cosa più curiosa è che questi gruppi editoriali vengono regolarmente presentati come esempi di informazione indipendente. Indipendente da chi? Dal lettore, forse. Non certo dai contributi pubblici. Non certo dai grandi gruppi economici che li controllano. Non certo dagli interessi industriali e finanziari che gravitano attorno al sistema mediatico.

Il vero scandalo non è che esistano aiuti pubblici all'editoria. Il vero scandalo è che si continui a chiamare informazione indipendente un sistema che vive contemporaneamente di sussidi pubblici, grandi gruppi industriali e narrazioni perfettamente allineate al clima politico dominante.

Alla fine il cittadino paga due volte. La prima con le tasse. La seconda con la qualità dell'informazione che riceve.

 

(La foto in alto è stata generata con Intelligenza Artificiale a scopo meramente dimostrativo).

Marco Degli Angeli

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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