L'inchiesta
21 lug 2026
Caldo, azoto alle stelle e allevamenti: tutti sanno tutto, compreso il business dei dispositivi di protezione, ma nessuno contrasta davvero l'inquinamento padano
Qui nella piatta Pianura Padana l’estate 2026 si sta imponendo come una tra le più impegnative degli ultimi decenni. Sotto ogni profilo.
Temperature record, scarsità d’acqua e una pressione ambientale crescente stanno mettendo in evidenza fragilità strutturali che da anni caratterizzano questa vasta area produttiva che comprende, naturalmente il nostro territorio, uno tra i più provati e stressati dal punto di vista ambientale in tutta Europa.
L'IMPATTO DEI REFLUI
Tra le tante fragilità strutturali spicca il rapporto tra allevamenti intensivi, gestione dei reflui e qualità delle risorse naturali.
Non che si tratti di una novità, per carità, perché chi segue da tempo le tematiche ambientali connesse agli allevamenti intensivi (che non sono l'unica causa di inquinamento, ribadiamolo sempre per evitare i soliti equivoci!) sa bene quanta parte abbia l'allevamento intensivo nella composizione dell'aria che respiriamo quotidianamente.
Ad ogni modo, nel Cremonese, così come annota un reportage pubblicato nei giorni scorsi da Il Corriere della Sera (titolato "Eccesso di azoto e di allevamenti animali: cosa sta succedendo in questa estate caldissima nella Pianura Padana?"), “tra un allevamento e l’altro, i campi sono coltivati quasi tutti a mais”, a testimonianza di un modello agricolo fortemente orientato alla massimizzazione produttiva.
ALTE CONCENTRAZIONI DI AZOTO
Il nodo centrale resta quello dell’azoto, Ebbene, la concentrazione di allevamenti in province come Cremona, Mantova e Brescia genera una quantità ingente di reflui zootecnici. Questi, una volta distribuiti sui terreni, rilasciano sostanze che possono trasformarsi in nitrati e raggiungere le falde.
Stando a quanto annota ancora il Corriere, “i nitrati sono altamente solubili” e possono contaminare sia le acque superficiali sia quelle destinate al consumo umano. Un tema che, oltre a essere ambientale, sfocia inevitabilmente nell'ambito sanitario.
Ora, nel territorio cremonese, la densità zootecnica è elevata, e anche questo è un dato di fatto noto a chiunque. In alcuni comuni si registra un numero di capi di gran lunga superiore a quello degli abitanti, con un impatto decisamente rilevante sul territorio.
Le criticità non riguardano solo il pessimo odore persistente che accompagna le giornate più calde, ma soprattutto la pressione esercitata su suolo e risorse idriche.
La Lombardia, non a caso, conta un numero crescente di aree classificate come vulnerabili ai nitrati.
BIOGAS E BIOMETANO A TUTTO SPIANO
A questo quadro si aggiunge il ruolo degli impianti di biogas e biometano, sempre più diffusi anche nel Cremonese, in particolare negli ultimi anni, da quando hanno cominciato a spuntare letteralmente come funghi nelle nostre terre.
Se da un lato questi impianti rappresentano una forma di valorizzazione energetica dei reflui, dall’altro non eliminano il carico di nutrienti: il digestato che ne deriva viene infatti reimpiegato come fertilizzante, contribuendo ulteriormente all’accumulo di azoto nei terreni.
IL CALDO AMPLIFICA I PROBLEMI
E si arriva al punto, al nocciolo della questione: la rovente estate in corso amplifica tutte queste dinamiche. Il caldo estremo, infatti, accelera i processi chimici, aumenta l’evaporazione e riduce la disponibilità d’acqua.
Il fiume Po mostra livelli di magra preoccupanti (anche oltre gli otto metri sotto lo zero idrometrico), con ampie porzioni di alveo in secca.
In queste condizioni, anche la gestione agronomica diventa più complessa: il mais, coltura particolarmente esigente dal punto di vista del fabbisogno idrico, entra in stress, richiedendo irrigazioni sempre più frequenti proprio quando l’acqua scarseggia.
Checché se ne dica, il cambiamento climatico (poi si può discutere sulle cause, per carità) non è più una prospettiva futura, ma una realtà che incide direttamente sulla sostenibilità del modello agricolo attuale.
Come evidenziato nel reportage del Corriere, eventi estremi che un tempo erano considerati eccezionali tendono a ripetersi con maggiore frequenza, mettendo sotto pressione sistemi già fragili.
OCCORRE PENSARE AL FUTURO
Di fronte a questo scenario, diventa necessario interrogarsi sul futuro, in particolare del nostro territorio.
E' un dato di fatto che la centralità economica della zootecnia non può essere ignorata, e nessun segnale politico va in direzione di un contenimento degli insediamenti agricoli. Tuttavia, appare sempre più pressante un riequilibrio che tenga conto dei limiti ambientali.
Ridurre la concentrazione degli allevamenti, migliorare la gestione dei reflui e diversificare le colture sono alcune delle possibili soluzioni, sebbene, come detto, al momento nessun provvedimento di questo tipo sia stato anche solo valutato nel Cremonese (a differenza di altre realtà, come in alcuni comuni del Pavese e del Mantovano).
La vera sfida, in sostanza, riguarda la capacità di coniugare produzione e tutela dell’ambiente. In un territorio come il nostro, dove agricoltura e identità sono profondamente intrecciate, la transizione verso modelli più sostenibili non è più solo un’opzione, ormai, ma una necessità sempre più evidente.
E prima ce ne renderemo conto, senza allarmismi, senza catastrofismi e senza polemiche urlate, meglio sarà per tutti. Perché da quel momento cominceremo a “mettere davvero la testa sul problema”.
I DPI CONTRO L'AMMONIACA: IL BUSINESS NEL BUSINESS
Nota di colore. Proprio in questi giorni moltissime aziende agricole stanno ricevendo una mail da un'importante azienda che opera nel settore della produzione dei DPI – Dispositivi di Protezione Individuale.
“Negli allevamenti intensivi della provincia di Cremona – si legge nella mail dalla quale abbiamo eliminato tutti i riferimenti dell'azienda per una questione di privacy –, la protezione dei vostri operatori dall'ammoniaca e dagli agenti nocivi è fondamentale per garantire sicurezza e salubrità nei luoghi di lavoro”.
Segue un elenco dei prodotti proposti, che vanno dalla “Semimaschera con filtri”, alle “Tute monouso”, alle “Mascherine”, fino ai “Guanti NBR leggeri”.
Una normale comunicazione commerciale. Ma quel passaggio iniziale è emblematico: sappiamo benissimo, e lo sappiamo ormai tutti, quanto siano pericolose le emissioni generate dagli allevamenti intensivi. E l'ammoniaca è e resta il vero “nemico”.
Al punto che è fondamentale e assolutamente “normale” produrre e vendere DPI a protezione di chi ha a che fare con reflui e digestato.
Federico Centenari
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