L'inchiesta
20 lug 2026
Confermato il divieto al fotovoltaico direttamente su suolo agricolo, ma nel Cremonese manca una regia che privilegi tetti, capannoni e aree compromesse
La Corte costituzionale ha stabilito che vietare l’installazione di pannelli fotovoltaici direttamente sul terreno nelle aree agricole non è contrario alla Costituzione né agli obiettivi europei sulle energie rinnovabili.
La sentenza numero 127 del 2026, depositata pochi giorni fa, il 16 luglio, respinge le contestazioni sollevate dal Tar del Lazio e riconosce che il legislatore può limitare alcune tipologie di impianti per difendere il suolo agricolo, la continuità delle coltivazioni e il paesaggio rurale.
La decisione, tuttavia, non introduce un divieto generale del fotovoltaico nelle campagne. La limitazione riguarda i moduli collocati direttamente a terra. Rimangono ammessi gli impianti agrivoltaici con pannelli adeguatamente sopraelevati, purché consentano la prosecuzione dell’attività agricola o pastorale.
È una distinzione importante, ma non risolve il problema che si sta manifestando nella Pianura Padana e, in particolare, nella provincia di Cremona.
La questione non è più soltanto stabilire se un progetto possa essere definito formalmente “agrivoltaico”. Il vero interrogativo è capire quanti impianti possa sostenere uno stesso territorio, dove debbano essere collocati, quali trasformazioni cumulative producano e quale agricoltura rimanga realmente possibile dopo la loro installazione.
Una transizione decisa pratica per pratica
In provincia di Cremona, ma anche in Lombardia e su territorio nazionale, non esiste ancora una vera programmazione territoriale capace di indicare preventivamente le zone da privilegiare, quelle da tutelare e i limiti alla concentrazione degli impianti.
Le richieste arrivano una alla volta. Ogni progetto viene esaminato come se fosse un episodio isolato. Ma il paesaggio non viene trasformato una pratica amministrativa alla volta: cambia per la somma di tutte le autorizzazioni.
Dieci impianti formalmente compatibili, collocati a pochi chilometri l’uno dall’altro, possono produrre un effetto complessivo molto diverso da quello rappresentato nelle singole relazioni progettuali. Si moltiplicano recinzioni, cabine elettriche, strade di servizio, cavidotti, strutture metalliche, sistemi di illuminazione e opere di connessione.
Un progetto può apparire limitato sulla carta e diventare parte di una trasformazione territoriale assai più vasta.
Il rischio è che il futuro paesaggio della provincia venga deciso non da una scelta pubblica consapevole, ma dalla successione casuale delle richieste presentate dagli operatori energetici.
Comuni piccoli davanti a progetti enormi
Molti Comuni della provincia hanno poche centinaia o poche migliaia di abitanti e uffici tecnici con personale ridotto. Eppure devono esaminare progetti composti da centinaia di elaborati, relazioni agronomiche, simulazioni paesaggistiche, studi idraulici, documenti energetici e valutazioni giuridiche.
Dall’altra parte del tavolo siedono società dotate di tecnici, progettisti, agronomi e studi legali specializzati.
Non si tratta di mettere in discussione la professionalità dei dipendenti comunali. Il problema è la sproporzione delle forze e delle competenze disponibili.
Spesso, inoltre, la decisione finale appartiene alla Regione o al ministero, mentre ai Comuni rimangono tempi stretti per presentare osservazioni, chiedere integrazioni e segnalare criticità.
In queste condizioni il Comune rischia di limitarsi a reagire, senza avere gli strumenti per governare realmente il fenomeno. Anche il confronto pubblico arriva frequentemente quando il procedimento è già avanzato e le possibilità di incidere si sono ridotte.
La debolezza tecnica e amministrativa, tuttavia, non può diventare un alibi.
Informare i cittadini, convocare il Consiglio comunale e costruire una posizione politica sul futuro del territorio non richiede soltanto competenze specialistiche: richiede soprattutto volontà.
Da Sesto ed Uniti a Campagnola Cremasca
Il progetto più imponente attualmente in discussione nel territorio cremonese è quello previsto a Sesto ed Uniti, in località Cascina Pandolfa (qui il nostro primo articolo).
La proposta di Juwi Energie Rinnovabili prevede un impianto agrivoltaico da 39,9 MWp su circa 48 ettari. L’istanza è stata presentata nel luglio 2024 ed è sottoposta a valutazione ambientale nazionale presso il ministero dell’Ambiente. La consultazione pubblica si è conclusa il 25 dicembre 2024.
Quarantotto ettari non sono un dettaglio. Sono una porzione rilevante di territorio agricolo interessata da un’unica iniziativa industriale.
La Provincia ha inoltre ricordato che l’area ricade in un Ambito agricolo strategico del Piano territoriale di coordinamento provinciale: una classificazione che non rappresenta una semplice descrizione urbanistica, ma esprime la volontà pubblica di proteggere la funzione agricola di quel sistema territoriale.
Il progetto non può quindi essere giudicato soltanto attraverso il numero di megawatt prodotti. Occorre domandarsi quale attività agricola rimarrà concretamente possibile, con quali colture, quale redditività e quali controlli nel corso dei decenni.
Diverso per dimensioni, ma ancora più significativo sul piano politico, è il caso di Campagnola Cremasca. Qui il progetto da 2,87 MWp, previsto in parte lungo via Pianengo e all’ingresso orientale del paese, è già stato autorizzato dopo mesi di polemiche sulla procedura seguita e sull’impatto paesaggistico dell’intervento.
In questo caso, però, non basta richiamare la solitudine amministrativa dei piccoli Comuni. La responsabilità è anche politica. L’amministrazione comunale ha scelto di non coinvolgere pienamente la cittadinanza in una decisione destinata a modificare per decenni una parte rilevante del territorio.
Non è stata convocata alcuna assemblea pubblica prima che il procedimento arrivasse a uno stadio avanzato. Il Consiglio comunale è stato coinvolto tardivamente, quando i margini per incidere sulle scelte erano ormai fortemente ridotti.
Ai cittadini non è stato offerto un vero spazio preventivo di informazione, confronto e partecipazione.
Di fronte a un progetto di queste dimensioni, collocato alle porte di un paese di poche centinaia di abitanti, sarebbe stato necessario fare esattamente il contrario: rendere immediatamente pubblica tutta la documentazione, convocare la popolazione, discutere alternative e criticità in Consiglio comunale e costruire una posizione condivisa da portare ai tavoli autorizzativi.
L’impressione, invece, è stata quella di un’amministrazione troppo arrendevole, più preoccupata di accompagnare il procedimento che di esercitare fino in fondo il proprio ruolo di rappresentanza e tutela del territorio.
Campagnola dimostra così che il problema non è soltanto la debolezza tecnica dei piccoli Comuni. È anche il modo in cui gli amministratori scelgono di utilizzare — oppure di non utilizzare — gli strumenti politici a loro disposizione.
Un Comune può non avere il potere di bloccare da solo un impianto, ma ha certamente il dovere di informare, coinvolgere, discutere pubblicamente e difendere con determinazione l’interesse della propria comunità.
Il precedente del biogas
La corsa all’agrivoltaico ricorda, per diversi aspetti, quella al biogas iniziata quasi vent’anni fa. Anche allora la tecnologia veniva presentata come una risposta ambientale ed economica. Anche allora gli incentivi pubblici resero rapidamente redditizio investire nelle campagne.
Gli impianti si moltiplicarono prima che esistesse una programmazione capace di valutarne la concentrazione e gli effetti complessivi.
La provincia di Cremona è diventata uno dei territori con la maggiore presenza di impianti a biogas. Gli studi condotti nel Nord Italia hanno inoltre evidenziato il rapporto tra diffusione degli impianti incentivati, competizione per i terreni e aumento dei canoni di affitto agricolo.
Il biogas non è stato in sé un errore. L’errore è stato lasciare che la convenienza economica degli incentivi precedesse la pianificazione, favorendo in alcune zone una concentrazione eccessiva, la coltivazione di superfici destinate all’alimentazione dei digestori e una crescente competizione per il suolo.
Oggi rischiamo di ripetere lo stesso schema
L’agrivoltaico è sostenuto da un programma pubblico da circa 1,1 miliardi di euro. Il finanziamento pubblico è legittimo e può accelerare la transizione energetica, ma quando una tecnologia diventa particolarmente redditizia aumenta inevitabilmente la pressione sui territori.
Proprio per questo l’intervento pubblico non dovrebbe limitarsi a finanziare gli impianti. Dovrebbe anche finanziare la capacità degli enti locali di valutarli e governarli.
Diversamente, il rischio è che gli incentivi producano una nuova corsa all’accaparramento dei terreni: una competizione nella quale il valore agricolo, paesaggistico e sociale del suolo passa in secondo piano rispetto alla rendita energetica.
Prima i tetti, poi i campi
La contraddizione più evidente rimane sotto gli occhi di tutti: si cercano decine di ettari di terreno agricolo mentre moltissimi tetti di abitazioni, stalle, aziende e capannoni industriali restano inutilizzati.
Il fotovoltaico sui tetti non può, da solo, soddisfare ogni fabbisogno energetico e presenta costi e difficoltà tecniche. Ma non può nemmeno essere trattato come una soluzione marginale.
Prima di occupare nuovo suolo agricolo dovrebbero essere censiti e utilizzati sistematicamente i tetti degli edifici pubblici e privati, le coperture agricole e industriali, i parcheggi, le cave dismesse, le discariche chiuse, le aree produttive degradate, i margini delle infrastrutture e i terreni già compromessi.
Non significa vietare ogni impianto agrivoltaico. Significa stabilire una gerarchia pubblica delle priorità.
Oggi, invece, la scelta della localizzazione dipende spesso dalla facilità con cui una società riesce a ottenere la disponibilità di un terreno, dalla possibilità di collegarsi alla rete e dalla redditività dell’operazione. Non necessariamente dall’interesse generale del territorio.
Mentre i campi vengono interessati da progetti sempre più estesi, migliaia di metri quadrati di coperture industriali e agricole rimangono inutilizzati.
È una contraddizione che una politica energetica seria dovrebbe affrontare prima di autorizzare nuove trasformazioni del paesaggio rurale.
Serve una regia provinciale
La provincia di Cremona e le aree omogenee dovrebbero costruire rapidamente una mappa pubblica di tutti gli impianti esistenti, autorizzati e in istruttoria.
Occorre valutare gli effetti cumulativi, fissare criteri paesaggistici, individuare le aree agricole strategiche da proteggere e creare una struttura tecnica sovracomunale che assista gratuitamente i piccoli Comuni.
Dovrebbero inoltre essere pubblicati, in un formato facilmente consultabile, i progetti, le osservazioni degli enti, le controdeduzioni delle società, le compensazioni concordate e i risultati dei controlli sulla continuità agricola.
Perché una relazione agronomica presentata prima dell’autorizzazione non basta. Bisogna verificare, anno dopo anno, cosa venga realmente coltivato, quanta produzione agricola sia ottenuta e se l’attività nei campi sia sostanziale oppure serva soltanto a conservare formalmente l’etichetta di “agrivoltaico”.
Anche le compensazioni economiche devono essere considerate con prudenza. Possono mitigare alcuni effetti, ma non possono trasformarsi nel prezzo con cui si acquista il consenso di un Comune.
Il valore del paesaggio e del suolo agricolo non può essere ridotto al finanziamento di qualche opera pubblica o della manutenzione del verde.
La transizione energetica è necessaria. Ma proprio perché è necessaria non può essere abbandonata al mercato, agli incentivi e alla capacità contrattuale dei singoli proprietari.
La sentenza della Corte costituzionale ricorda che la produzione di energia rinnovabile non è l’unico interesse costituzionalmente rilevante. Esistono anche la tutela del suolo, dell’agricoltura, della biodiversità e del paesaggio.
Non dobbiamo scegliere tra energia pulita e campagne. Dobbiamo scegliere se governare il cambiamento oppure subirlo.
Il rischio, altrimenti, è accorgerci tra vent’anni di avere ripetuto l’esperienza del biogas: molti impianti, molti incentivi, molti profitti privati e una trasformazione del territorio che nessuno aveva realmente deciso.
(L'immagine in alto è stata realizzata a scopo meramente esemplificativo usando l'Intelligenza Artficiale)
Marco Degli Angeli
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