L'inchiesta
20 mar 2026
I miliardi nascosti nell'Italia a doppio binario: come lo Stato continua a finanziare l’inquinamento mentre promette la transizione ecologica
C’è una contraddizione che attraversa la politica energetica italiana e che raramente emerge nel dibattito pubblico. Da un lato, il governo ribadisce gli impegni sulla decarbonizzazione, la transizione energetica, la riduzione delle emissioni. Dall’altro, ogni anno, miliardi di euro continuano a sostenere attività che quelle emissioni le producono.
Nel 2024, secondo il rapporto di Legambiente “Stop sussidi ambientalmente dannosi 2026”, l’Italia ha destinato 48,3 miliardi di euro a sussidi ambientalmente dannosi: aiuti pubblici che favoriscono, direttamente o indirettamente, l’uso di combustibili fossili e attività ad alto impatto ambientale.
Negli ultimi quindici anni, la cifra supera i 436 miliardi. Quanta giustizia economica e sociale poteva essere alimentata con questa cifra?
Non è un’anomalia temporanea. È un sistema. Lo stesso sistema che obbliga il singolo cittadino a lasciare l’auto nei box nei giorni peggiori dal punto di vista dello smog o a cambiarla ogni due lustri.
Questi sussidi non sono sempre visibili. Non compaiono come “bonus alle fossili” nei bilanci pubblici. Si nascondono in una rete di agevolazioni fiscali, sconti sull’energia, prestiti pubblici, meccanismi regolatori.
Nel settore energetico, il più rilevante, lo Stato sostiene:
• agevolazioni IVA per miliardi di euro
• quote gratuite di emissioni nel sistema ETS
• garanzie e finanziamenti pubblici a infrastrutture fossili
Solo le quote gratuite di CO₂ valgono circa 2,9 miliardi di euro nel 2024. Il risultato è semplice: il prezzo reale dell’inquinamento viene abbassato.
L’industria che non può cambiare (o non vuole)
Nelle acciaierie e nelle grandi industrie energivore, questo sistema è particolarmente evidente. Queste imprese ricevono energia a prezzo ridotto, compensazioni per il rischio di delocalizzazione, quote gratuite di emissioni. Strumenti pensati per proteggerle in un mercato globale competitivo.
Ma con un effetto collaterale: riducono l’urgenza di cambiare. Pagare meno per emettere CO₂ significa avere meno incentivi a investire in tecnologie pulite. La transizione, così, rallenta. Lo Stato si trova in una posizione ambigua: regola il mercato, ma allo stesso tempo sostiene economicamente i settori più inquinanti.
Anche dove si parla di energia “verde”, i confini sono meno netti di quanto sembri. Biogas e biometano sono considerati strumenti chiave della transizione energetica. Ma nel rapporto vengono spesso classificati tra i sussidi ambientalmente incerti, una categoria da 26,4 miliardi di euro.
Il motivo è semplice: questi impianti possono ridurre le emissioni, ma anche rafforzare modelli produttivi ad alto impatto. Molti sono alimentati da reflui zootecnici o colture intensive. Più allevamenti, più reflui, più biogas, più incentivi. Un circuito che rischia di trasformare la transizione in una continuazione del sistema esistente con altri strumenti.
Il sostegno pubblico all’agricoltura è uno dei capitoli più difficili da leggere. Gli allevamenti intensivi non compaiono quasi mai come destinatari diretti di sussidi dannosi.
Ma ricevono risorse attraverso:
• fondi nazionali
• politiche europee (PAC)
• agevolazioni fiscali
• energia a prezzi ridotti
Secondo Legambiente, alcune di queste voci non sono nemmeno contabilizzate correttamente, per un totale di oltre 10 miliardi di euro mancanti. Eppure il settore è tra i principali responsabili di emissioni di metano, consumo di suolo e inquinamento delle acque. È uno dei punti ciechi del sistema.
Il problema non è solo quanto si spende, ma come lo si misura.
Nel catalogo ufficiale dei sussidi:
• 18 voci non sono quantificate
• 14 mancano del tutto
• alcune cifre non coincidono con i dati della Ragioneria dello Stato
• 26,4 miliardi rientrano in una categoria “incerta”
In pratica, lo Stato non ha un quadro completo e coerente della propria spesa. Un esempio emblematico riguarda le royalties sul gas: nel catalogo ufficiale restano ferme a 5 milioni di euro l’anno, anche quando produzione e prezzi cambiano. Un dato che non cambia quando tutto il resto cambia.
Una scelta, non un errore
Questo sistema non è il risultato di una svista contabile. È il prodotto di anni di politiche stratificate, compromessi economici, equilibri politici. Sostenere l’industria, contenere i costi energetici, proteggere l’agricoltura: ogni sussidio ha una sua giustificazione.
Ma messi insieme raccontano un’altra storia, quella di un Paese che continua a investire nel passato mentre prova a costruire il futuro.
Secondo il rapporto, circa 23 miliardi di euro potrebbero essere eliminati e altri 25 miliardi rimodulati entro il 2030.
Risorse che potrebbero finanziare:
• energie rinnovabili
• servizi pubblici
• innovazione
Ma che oggi sostengono, in gran parte, il sistema esistente.
La domanda non è solo economica, ma politica: chi decide dove vanno questi soldi — e chi ne beneficia davvero?
Marco Degli Angeli
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