L'inchiesta

14 gen 2026
latte

L'altra faccia dell'allevamento intensivo: il latte che non trova sbocco, i prezzi in caduta e le deroghe per contenere l'impatto ambientale

La Lombardia continua a essere raccontata come il motore del latte italiano. Quasi la metà della produzione nazionale nasce nelle sue stalle e la filiera viene spesso indicata come un modello di efficienza e competitività.

Anche di recente, l’assessore regionale all’Agricoltura Fabio Beduschi ha elogiato il peso strategico del settore lattiero-caseario lombardo, richiamando i grandi numeri produttivi come segno di forza dell’agroalimentare regionale.

Eppure, proprio quei numeri stanno diventando il principale fattore di instabilità. La crisi che attraversa oggi il comparto riguarda  la quantità: se ne produce più di quanto il mercato, l’ambiente e il territorio riescano a sostenere.

Il primo nodo: una sovrapproduzione strutturale

La produzione italiana di latte vaccino si colloca stabilmente oltre i 13 milioni di tonnellate all’anno, mentre i consumi interni continuano a ridursi. Il consumo di latte alimentare è in calo da oltre un decennio e oggi risulta inferiore di circa un quarto rispetto ai primi anni Duemila. La trasformazione industriale e l’export compensano solo in parte questo squilibrio.

In questo quadro, la Lombardia pesa in modo decisivo: con circa 6,3 milioni di tonnellate di latte prodotte ogni anno, la regione concentra quasi il 46% dell’intera produzione nazionale. Un sistema così concentrato è estremamente sensibile a ogni variazione della domanda. Basta un rallentamento dell’export, una contrazione degli acquisti industriali o un picco stagionale di produzione perché l’equilibrio si rompa.

Secondo stime di operatori di filiera e associazioni di categoria, negli ultimi mesi l’offerta ha superato la capacità di assorbimento del mercato di diverse centinaia di migliaia di tonnellate su base annua. Un surplus che non resta teorico, ma che produce effetti immediati e concreti.

Quando il latte non trova sbocco

Il segnale più evidente della sovrapproduzione è quello di cui si parla meno: una parte del latte non trova collocazione commerciale. In diverse aree del Nord Italia si sono verificati casi di latte non ritirato, ritirato a prezzi fortemente penalizzanti oppure destinato a usi non alimentari. Nei momenti più critici, una quota del prodotto è stata avviata a smaltimento, perché eccedente rispetto alle necessità del mercato.

Non si tratta di singoli episodi isolati, ma di un fenomeno legato ai picchi produttivi e alla saturazione della domanda. Il risultato è paradossale: un alimento di base, prodotto in grandi quantità, che perde valore nel giro di poche ore e diventa un costo anziché una risorsa. Il latte escluso dal circuito alimentare non genera reddito, ma lascia comunque dietro di sé costi economici, energetici e ambientali.

Prezzi compressi e allevatori esposti

La presenza di latte in eccesso esercita una pressione diretta sul prezzo alla stalla. In un mercato saturo, il latte diventa facilmente sostituibile e il potere contrattuale si sposta verso l’industria di trasformazione. Le quotazioni scendono rapidamente e gli allevatori, soprattutto quelli più indebitati o con costi di produzione elevati, vedono assottigliarsi i margini.

Per molti, la risposta obbligata è produrre di più per compensare il minor prezzo unitario. Ma questa reazione individuale alimenta una spirale collettiva: più produzione genera ulteriore surplus, che a sua volta spinge i prezzi ancora più in basso. Un meccanismo che rende il sistema sempre più fragile.

Mercati esteri incerti e nuove barriere

A complicare ulteriormente il quadro intervengono le tensioni commerciali internazionali. I recenti dazi introdotti dalla Cina sui prodotti lattiero-caseari europei rischiano di ridurre uno degli sbocchi considerati strategici per il settore. In una fase di sovrapproduzione, anche una parziale chiusura dei mercati esteri contribuisce a trattenere ulteriori volumi all’interno dell’Unione europea, aumentando la pressione su prezzi e stoccaggi.

Dal latte ai reflui: quando il territorio non regge più

Ogni litro di latte prodotto comporta un carico ambientale: alimentazione degli animali, consumo di risorse e produzione di reflui zootecnici. Quando il latte non viene venduto, i reflui restano comunque. In territori ad alta densità di allevamenti, la capacità di stoccaggio delle vasche aziendali viene rapidamente saturata.

È in questo contesto che vanno lette le ordinanze comunali di deroga allo spandimento invernale dei reflui, sempre più frequenti nei nostri comuni. Provvedimenti nati per gestire situazioni eccezionali (vasche di raccolta sature) diventano sempre più la normalità, segnalando che il carico zootecnico ha superato la soglia di gestione ordinaria del territorio.

Cremona al centro, Brescia e Mantova sotto pressione

La provincia di Cremona rappresenta uno dei casi più emblematici. Con oltre 1,6 milioni di tonnellate di latte conferite ogni anno, anche una minima percentuale di surplus si traduce in decine di migliaia di tonnellate senza collocazione certa. Qui la dimensione media degli allevamenti è elevata e la pressione ambientale è costante. 

Situazioni analoghe, seppur con caratteristiche diverse, si riscontrano anche a Brescia e Mantova, altre due colonne portanti della produzione lattiera lombarda. In questi territori, il sistema regge solo finché mercato, industria e ambiente riescono ad assorbire l’impatto dei volumi prodotti.

Una crisi di sistema, non di singoli attori

Il latte che non trova sbocco, i prezzi in caduta e le deroghe ambientali non sono anomalie temporanee. Sono il sintomo di una crisi strutturale. Non è il fallimento degli allevatori, ma di un modello che ha incentivato la crescita quantitativa senza dotarsi di strumenti efficaci di governo dell’offerta e del territorio.

E’ l’altra faccia dell’allevamento intensivo.

Finché il successo verrà misurato principalmente in tonnellate prodotte, senza interrogarsi sulla capacità del mercato e dell’ambiente di assorbirle, il rischio è che l’eccellenza produttiva si trasformi in una instabilità permanente.

E che il latte, simbolo di prosperità agricola, continui a essere prodotto in quantità tali da diventare, paradossalmente, un problema.

Marco Degli Angeli

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