L'inchiesta
23 gen 2026
La Corte UE parla chiaro: salute prima della produzione, ma a Cremona si fa finta di non sentire anche se sappiamo che qui si muore d'inquinamento
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza del 25 giugno 2024 sul caso ILVA di Taranto, ha detto una cosa semplice semplice: la salute viene prima della produzione. Persino prima della produzione “strategica”. Traduzione: se un impianto fa male alle persone, non lo si autorizza, non lo si proroga, non lo si coccola. Si ferma. Punto.
Non è un’opinione. È diritto europeo. Ed è valido anche lontano da Taranto, in tutti i territori industrializzati d’Europa. Quindi, per dire, anche a Cremona.
Negli ultimi anni Cremona ha collezionato riconoscimenti che nessuna città vorrebbe appendere in bacheca: tra le più inquinate d’Europa, prima in Italia per PM10, provincia peggiore della Lombardia per qualità dell’aria.
Un filotto da far impallidire anche la Pianura Padana, che già di suo non è un salotto buono. E no, non è sfortuna. È un modello produttivo ad altissima intensità emissiva, stratificato nel tempo, mai messo davvero in discussione.
In provincia operano oltre 40 aziende industriali e più di 140 aziende zootecniche con Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). Tutte autorizzate. Tutte regolari. Tutte sommate. Peccato che nessuno le sommi davvero.
Il punto non è solo quante aziende ci siano, ma secondo quali principi vengano autorizzate. Nelle conferenze dei servizi – quelle dove si decide se un impianto può inquinare legalmente – non si riesce nemmeno a calcolare il flusso di massa complessivo e comulativo degli inquinanti di una specifica area. Tradotto: non si sa quanta roba nociva finisce nell’aria.
Intanto, lo studio “Inhale” (Fondazione Cariplo) indica chiaramente che il 95% dell’ammoniaca in atmosfera deriva da agricoltura e zootecnia, ed è uno dei principali precursori di PM10 e PM2,5. Ma nei procedimenti autorizzativi questo dato entra poco.
È come autorizzare un’auto senza sapere se ha i freni. Però poi stupirsi se investe qualcuno.
La Corte UE, invece, è stata chiarissima: prima si valuta il danno sanitario, poi si autorizza. Non il contrario. E se il danno è grave e accertato, si riduce o si sospende l’attività, anche se l’impianto è “strategico”. Strategico per chi, resta sempre una domanda interessante.
Secondo ATS Valpadana, tra il 2014 e il 2019 nel solo distretto di Cremona si registrano:
11.750 ricoveri per malattie respiratorie;
594 morti per patologie respiratorie;
632 morti per tumore al polmone.
Non sono slogan. Sono numeri ufficiali.
Se poi si guarda alle morti attribuibili alle polveri sottili, si arriva a 724 decessi considerando i limiti di legge, e a oltre 2.000 se si applicano i valori raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma tranquilli: è solo una media padana, ci viene spiegato. Come se una media potesse respirare al posto tuo.
Nel 2016 era partito uno studio epidemiologico ambizioso, affidato al professor Paolo Ricci. Doveva dire chi inquina, quanto, dove e con quali effetti sulla salute. Dopo sei anni e varie presentazioni pubbliche, manca ancora l’essenziale: attribuzione delle fonti; modelli di ricaduta; stima dei casi prevenibili.
In pratica, sappiamo che si muore di più, ma non possiamo dire ufficialmente per colpa di chi. Una specie di giallo sanitario senza colpevoli. Molto comodo.
Senza questi studi, ogni autorizzazione resta monca e ogni decisione politica debole.
Ed è qui che i decisori politici dovrebbero incidere: richiedere uno studio epidemiologico a tappeto a livello lombardo, con la caratterizzazione delle diverse aree a maggiore concentrazione produttiva.
La sentenza UE: fine degli alibi
La Corte europea dice una cosa che fa tremare le scrivanie: senza valutazioni cumulative e territoriali, il principio di precauzione è violato. E quando il principio di precauzione è violato, le autorizzazioni diventano illegittime.
I sindaci sono autorità sanitarie. Le Province e le Regioni devono integrare salute e ambiente. Lo Stato non può nascondersi dietro la parola “strategico”. Fine delle scuse.
Cremona non è Taranto. Ma sta giocando la stessa partita, con le stesse regole sbagliate. Solo che ora l’arbitro europeo ha fischiato.
Continuare a fare finta di niente non è più una scelta politica: è una responsabilità. Anche giuridica. Perché i numeri non sono opinioni. E non sono nemmeno statistiche: sono persone.
Marco Degli Angeli
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