L'inchiesta
18 feb 2026
Lavorare e restare poveri: a Cremona il record lombardo dei "working poor", il 16,1% dei full-time guadagna meno dei due terzi del salario mediano
Avere un lavoro non basta più per stare sopra la soglia della povertà. E a dirlo, numeri alla mano, è anche la provincia di Cremona, che in Lombardia registra l’incidenza più alta di lavoratori poveri tra gli occupati a tempo pieno.
Secondo il focus “Working poor” di PoliS-Lombardia, a Cremona il 16,1% dei lavoratori full-time guadagna meno dei due terzi del salario mediano: è la quota più alta tra le province lombarde. Un dato che supera la media regionale, dove nella maggior parte dei territori la percentuale si colloca attorno all’11-12%.
Il confronto è impietoso. A Monza e Brianza, provincia più virtuosa, l’incidenza dei working poor tra i full-time è del 9,6%. Cremona registra dunque uno scarto di oltre sei punti percentuali rispetto al territorio migliore. Non un dettaglio statistico, ma una distanza strutturale.
Se si guarda al salario orario – quindi al netto delle ore lavorate – Cremona resta in cima alla classifica regionale con il 18,9% di lavoratori poveri, dato persino leggermente superiore a quello della Città metropolitana di Milano (18,8%). Tra le province meno esposte figurano invece Lecco, Varese e Monza e Brianza.
Sul fronte del part-time, Monza e Brianza registra l’incidenza più alta (31,1%), mentre Lecco (23,5%) e Sondrio (24,8%) mostrano percentuali più contenute. Anche qui Cremona non brilla.
Le differenze provinciali non sono enormi, ma sono sufficienti per collocare Cremona nella fascia più critica, soprattutto se si guarda al lavoro a tempo pieno e alla retribuzione oraria: due parametri che, almeno in teoria, dovrebbero offrire una protezione economica minima.
Il paradosso della Lombardia ricca
Il dato cremonese si inserisce in un quadro che smonta una convinzione diffusa: anche in una delle regioni economicamente più forti d’Europa, il lavoro non garantisce automaticamente sicurezza economica.
In Lombardia, nel biennio 2021-2022, tra i lavoratori a tempo pieno la quota di working poor è scesa dal 13,26% al 12,27%. Ma le stime per il 2023 parlano già di una possibile risalita fino al 15%, con punte ipotizzate al 23%.
Ancora più fragile è la condizione dei part-time: nel 2022 il 30,36% dei lavoratori a tempo parziale risultava povero secondo la soglia considerata nello studio. Il nodo non è solo quanto si guadagna all’ora, ma quante ore si lavora e per quanti mesi l’anno. Il part-time involontario – accettato perché non si trova altro – diventa uno dei principali moltiplicatori di vulnerabilità.
Chi paga il prezzo più alto
Il lavoro povero non colpisce a caso. In Lombardia risultano più esposti: lavoratori con contratto a tempo determinato (oltre il 40% di working poor tra i full-time a termine); operai, soprattutto se part-time; occupati in microimprese (fino a 9 dipendenti), dove l’incidenza supera il 30% su base oraria; donne, stranieri, giovani e over 60, persone con basso titolo di studio.
È una fotografia che, per struttura economica e composizione del tessuto produttivo, non è lontana dalla realtà cremonese.
Non è solo una questione di stipendio
La povertà lavorativa non è solo un dato contabile. I working poor dichiarano livelli di soddisfazione inferiori su guadagno, stabilità e opportunità di carriera. Tra i part-time poveri quasi il 30% vorrebbe lavorare di più; la percentuale supera il 37% tra i part-time involontari.
Il rischio è che il lavoro povero non sia una fase di passaggio ma una trappola. Oltre la metà di chi entra in questa condizione vi resta anche negli anni successivi. Non un trampolino verso condizioni migliori, ma un circuito che si autoalimenta.
L’allarme Caritas: il disagio cresce anche al Nord
I dati del lavoro dialogano con quelli della povertà reale. Nel 2024 sono state quasi 278 mila le persone che si sono rivolte ai centri Caritas, il 3% in più rispetto all’anno precedente e il 62% in più rispetto a dieci anni fa.
Il dato più significativo riguarda il Nord Italia, dove le richieste sono aumentate del 77%. L’aiuto intercetta circa il 12% delle famiglie in povertà assoluta, che nel Paese coinvolge 5,7 milioni di individui. E cresce la cronicità: oltre un assistito su quattro vive una condizione di disagio stabile e prolungato.
Dietro molte di queste richieste non ci sono solo persone senza lavoro, ma persone che lavorano e che, nonostante questo, non riescono a sostenere affitti, bollette, spese essenziali.
Politica e responsabilità
Sul fondo resta la questione salariale italiana: dal 1999 al 2023 i salari reali sono diminuiti del 3,3%, un caso quasi unico tra i Paesi industrializzati.
In questo contesto, la scelta di abolire il reddito di cittadinanza – che in molti casi integrava stipendi insufficienti – e di respingere la proposta di un salario minimo legale, già presente nella maggior parte dei Paesi europei, assume un peso politico preciso.
I numeri di Cremona, della Lombardia e della Caritas raccontano una stessa storia: il lavoro non è più una garanzia contro la povertà. E quando questo accade, il problema non è individuale ma sistemico.
La domanda, allora, non è se il lavoro povero esista. La domanda è: quanto ancora può reggere un sistema in cui si lavora e si resta poveri?
Marco Degli Angeli
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