Il commento

08 lug 2026
Regione e Marco Degli Angeli

"L’impegno dimenticato. Cinque anni fa la Regione ha approvato all'unanimità un mio ordine del giorno sugli studi epidemiologici. Ad oggi, nulla è stato fatto"

Ci sono decisioni che fanno rumore il giorno in cui vengono approvate e poi scompaiono. Non vengono abrogate, non vengono smentite, non vengono nemmeno spiegate. Semplicemente finiscono ai margini dell'agenda politica, mentre il tempo continua a scorrere e la realtà, fuori dai palazzi, continua a cambiare.

Il 27 luglio 2021 il Consiglio regionale della Lombardia approvò all'unanimità un ordine del giorno sulla promozione degli studi epidemiologici.

Cinquantasette consiglieri votarono a favore, nessuno contro. Un fatto raro. Ancora più raro quando il tema riguarda la prevenzione sanitaria, l'inquinamento e la necessità di investire nella conoscenza prima ancora che nelle cure.

Quell'atto era nato da una mia proposta, depositata il 20 luglio 2021 durante l'XI legislatura regionale, della quale fui il primo firmatario. Dopo giorni di confronto tra gruppi consiliari, modifiche e mediazioni, arrivò in Aula e fu approvato da tutto il Consiglio. Alla guida della Regione c'era Attilio Fontana, che ricopre ancora oggi quell'incarico, mentre l'assessorato al Welfare era affidato a Letizia Moratti.

L'obiettivo era semplice solo in apparenza: costruire una vera infrastruttura della conoscenza sanitaria. L'ordine del giorno impegnava la Giunta a istituire un registro regionale delle malformazioni congenite e a promuovere uno studio epidemiologico dell'intera popolazione lombarda, capace di integrare ricoveri, mortalità, registro tumori, patologie croniche, dati sulle nascite e informazioni ambientali.

Non una ricerca occasionale, ma una base permanente su cui costruire prevenzione, programmazione sanitaria e politiche ambientali.

L'epidemiologia, in fondo, serve a questo. Non a spiegare il passato, ma a prendere decisioni migliori per il futuro.

Sapere dove aumentano le malattie respiratorie, come evolve la mortalità, quali territori presentano criticità, dove si concentrano le malformazioni congenite o gli eventi avversi della gravidanza significa decidere meglio come distribuire risorse, quali servizi rafforzare, quali fattori ambientali approfondire e quali rischi prevenire.

Senza dati affidabili e raccolti nel tempo, la sanità finisce inevitabilmente per rincorrere le emergenze invece di anticiparle.

Il testo originario dell'ordine del giorno era più ampio di quello poi approvato. Richiamava i livelli di inquinamento della Lombardia, il consumo di suolo, gli effetti sanitari del particolato, gli studi internazionali disponibili e i dati epidemiologici che già allora descrivevano situazioni preoccupanti in diversi territori, compreso il Cremonese.

Ricordava, ad esempio, gli incrementi delle ospedalizzazioni per malattie respiratorie, della mortalità per tumore del polmone e dell'incidenza delle leucemie emersi dagli studi disponibili.

C'era poi un tema quasi assente dal dibattito pubblico, ma centrale per chi si occupa di salute ambientale: le malformazioni congenite.

Nel solo distretto di Crema i dati disponibili riportavano 720 aborti spontanei, 27 nati morti, 474 bambini con basso peso alla nascita e 434 nascite pretermine.

Numeri che, da soli, non dimostrano alcun rapporto di causa-effetto con l'ambiente, ma che proprio per questo richiedono strumenti epidemiologici solidi, continui e omogenei.

La scienza non procede per intuizioni: procede raccogliendo dati, confrontandoli, verificandoli e seguendone l'evoluzione nel tempo.

L'ordine del giorno nasceva anche da una contraddizione evidente. In Lombardia esisteva già un'esperienza riconosciuta a livello europeo: il Registro delle malformazioni congenite della ex ASL di Mantova, frutto del lavoro della dottoressa Vanda Pironi e del dottor Paolo Ricci.

Un'eccellenza scientifica, ma confinata a una sola parte del territorio regionale. L'idea era semplice: trasformare quell'esperienza in un patrimonio di tutta la Lombardia.

Durante il confronto politico il testo cambiò. Molti passaggi furono sintetizzati, altri eliminati. Tra le richieste che rimasero fuori vi era anche la definizione di standard minimi di personale e risorse per gli osservatori epidemiologici provinciali.

Accettai quelle modifiche senza particolari esitazioni. Pensavo che fosse meglio ottenere un impegno condiviso piuttosto che difendere un testo più completo ma destinato a dividere l'Aula. Quando arrivò il voto unanime, ebbi la sensazione che il lavoro più difficile fosse finalmente concluso.

In realtà doveva ancora iniziare.

Cinque anni dopo, quell’impegno sembra essersi fermato proprio nel momento in cui avrebbe dovuto trasformarsi in atti amministrativi, investimenti e programmazione.

Ed è questo che, più del mancato seguito a una proposta, dovrebbe far riflettere.

Negli ultimi anni abbiamo imparato a considerare infrastrutture solo quelle che si vedono: un ponte, una tangenziale, un nuovo ospedale. Ma anche un registro epidemiologico è un'infrastruttura pubblica. Forse una delle più preziose. Perché un edificio si costruisce in pochi anni; vent'anni di dati sanitari raccolti con metodo, se non esistono, non possono essere ricreati.

La conoscenza ha una caratteristica particolare: accumula valore con il passare del tempo. Ogni anno di dati rende più prezioso quello precedente. Ogni anno in cui quei dati non vengono raccolti è un anno perso per sempre.

Eppure la politica sembra essersi progressivamente allontanata da questa logica. Si rincorrono emergenze, inaugurazioni, conferenze stampa, annunci, campagne di comunicazione. Tutto ciò che produce effetti nel lungo periodo — registri, osservatori, banche dati, monitoraggi epidemiologici — fatica invece a trovare spazio, perché non genera consenso immediato.

È un paradosso che dovrebbe interrogarci. Spendiamo miliardi per costruire strutture sanitarie che assomigliano sempre più a centri commerciali, ma molto meno per costruire la conoscenza che dovrebbe guidarne il funzionamento. Senza quella conoscenza, anche la migliore sanità rischia di decidere sulla base delle percezioni anziché delle evidenze.

Nel frattempo il contesto è cambiato, ma nella direzione opposta a quella dell'oblio.

Gli studi sulla qualità dell'aria della Pianura Padana si sono moltiplicati, il progetto SENTIERI dell'Istituto Superiore di Sanità ha continuato a documentare le criticità ambientali e sanitarie dei siti contaminati, l'Organizzazione mondiale della sanità ha abbassato ulteriormente i valori guida degli inquinanti atmosferici e il dibattito sull'epidemiologia territoriale è diventato ancora più attuale.

La realtà, insomma, ha rafforzato le ragioni che avevano portato a quel voto. E’ trascorso ormai un lustro.

Non è una questione di appartenenza politica, né di rivendicare la paternità di un'iniziativa. Dal momento in cui un atto viene approvato da un Consiglio regionale, non appartiene più al suo primo firmatario. Appartiene all'istituzione e, soprattutto, ai cittadini.

La domanda allora è un'altra: che valore hanno gli indirizzi votati all'unanimità da un'assemblea eletta se possono essere lasciati cadere nell'oblio senza che nessuno debba rendere conto della loro attuazione?

Le istituzioni non si indeboliscono soltanto quando prendono decisioni sbagliate. Si indeboliscono anche quando smettono di dare seguito a quelle giuste e condivise.

E forse una democrazia si misura anche da questo: dalla capacità di ricordare gli impegni che si assume e di trasformarli, con pazienza e continuità, in politiche pubbliche.

Perché inaugurare un'opera richiede un giorno. Costruire un patrimonio di consocenza richiede decenni. E ogni anno perso, semplicemente, non torna più.

Marco Degli Angeli

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