Il commento
25 giu 2026
"Libertà di informazione? Tra occupazione degli spazi, marginalizzazione del dissenso, riduzione delle voci non allineate, i cittadini devo reagire"
Spesso mi sono confrontato con il direttore Centenari sulla necessità di tenere vivi, anche a livello locale, canali di informazione liberi e indipendenti dai poteri che condizionano il mainstream.
In un tempo in cui gli spazi si restringono e le voci critiche faticano a trovare ascolto nei grandi circuiti è fondamentale sostenere e difendere chi prova a mantenere un punto di vista indipendente, pluralista e non allineato.
È anche un modo concreto per ricordare che la libertà di informazione non è un principio astratto, ma qualcosa che vive – o si indebolisce – negli spazi reali in cui le idee circolano.
A mio avviso, affrontare questa problematica, che tocchiamo con mano quotidianamente nel dibattito pubblico locale, si fa ancora più urgente su scala nazionale in un contesto di progressiva riduzione del pluralismo nei palinsesti.
Se è vero che la televisione e ancor più la radio non sono più da anni gli unici media capaci di formare l’opinione pubblica, è chiaro che continuano a fare paura al potere.
Forse perché, soprattutto la radio, parla a un pubblico che ascolta, approfondisce, confronta fonti diverse prima di farsi un’idea. Un pubblico meno esposto agli slogan e più incline al pensiero critico.
Per questo la chiusura di ‘Riserva Indiana’ di Stefano Massini, quella di ‘Dilemmi’ di Gianrico Carofiglio e la cancellazione di Caterpillar, fino alla chiusura della sua pagina Facebook, non possono essere archiviate come semplici scelte di palinsesto.
Quando vengono allontanate voci autorevoli, critiche e indipendenti, quando il pluralismo culturale viene progressivamente ristretto, è difficile non cogliere un disegno coerente dietro quella che molti hanno ormai ribattezzato “Telemeloni”.
Non siamo di fronte a episodi isolati, ma a un metodo: occupazione degli spazi, marginalizzazione del dissenso, riduzione delle voci non allineate. Un metodo che appare tanto più inquietante quando colpisce programmi che hanno saputo coniugare qualità, ascolti e servizio pubblico.
E colpisce anche il modo in cui questo metodo viene praticato. Massimo Cirri, storico conduttore di Caterpillar in onda da decenni su Radio 2, racconta di richieste di chiarimento rimaste senza risposta da parte dei vertici Rai.
Un silenzio ostinato che egli definisce con amara ironia come possibile espressione di un potere che ritiene di non dover rendere conto delle proprie decisioni o, più semplicemente, una «cafonata». In entrambi i casi, il segno di una concezione proprietaria del servizio pubblico, incompatibile con la sua missione.
La Rai è servizio pubblico. Appartiene ai cittadini, non al governo di turno.
E quando il pluralismo viene ristretto, quando le voci critiche vengono allontanate, quando il dissenso viene considerato un problema da gestire anziché una risorsa democratica, il problema non riguarda soltanto alcuni programmi ma la qualità stessa della nostra democrazia.
«La libertà è sempre la libertà di chi dissente», scriveva Rosa Luxemburg.
Se non reagiamo quando viene colpita, presto scopriremo che non stavano spegnendo singole trasmissioni o indebolendo realtà indipendenti, ma stavano abbassando il volume della democrazia.
Luigi Lipara
© RIPRODUZIONE RISERVATA