Il commento
02 lug 2026
Cremona oltre i 40 gradi: “abituarsi” non è una politica pubblica, specie in un territorio schiacciato da un modello produttivo e di consumo sfrenato
Cosa succede a un corpo umano quando lavora a 41 gradi? In un campo sotto il sole, sull’asfalto di un cantiere, tra le lamiere di un capannone?
A fine giugno, a Cremona, si sono superati i 40 gradi. A Spinadesco, in provincia, si è andati oltre i 41.
Non è soltanto una notizia meteo. Quando un territorio arriva a queste temperature, non stiamo parlando semplicemente di caldo. Stiamo parlando di persone che lavorano, di anziani, bambini, persone fragili, di case che non proteggono, di città che trattengono calore, di un territorio che diventa ogni anno più esposto.
E non stiamo parlando di un giorno storto. La crisi climatica rende eventi come questi più frequenti, più intensi, più normali di quanto dovrebbero essere.
In questo contesto, la frase di Ignazio La Russa sul fatto che “ci abitueremo al clima caraibico” non è solo una battuta infelice. Racconta un modo preciso di guardare il problema.
“Ci abitueremo” sposta tutto dalla politica pubblica alla capacità del singolo di resistere. Sposta il peso dalle città, dal lavoro, dalla salute, dalle case, dal territorio, al corpo delle persone. Come se la risposta fosse: sopportate un po’ di più.
Ma “ci abitueremo” non è una politica pubblica. È una frase comoda per chi può permettersi di proteggersi.
Perché chi è questo “noi”? Chi si abitua al caldo dall’ufficio climatizzato? E chi si abitua dal cantiere, dai campi, da un capannone, da una casa vecchia, non isolata, magari senza aria condizionata?
Non tutti attraversano lo stesso caldo. E anche la soluzione privata ha un paradosso evidente: abbiamo costruito un modello che alza le temperature, poi ci chiudiamo nei condizionatori per sopravvivere, e intanto scarichiamo altro calore fuori, nelle strade, nelle città, addosso a chi non può chiudersi dentro. Non è una colpa individuale. È un modo assurdo di gestire un problema collettivo.
Non a caso la Regione Lombardia ha dovuto firmare un’ordinanza che vieta il lavoro all’aperto dalle 12:30 alle 16:00 nei settori più esposti, quando il rischio caldo è alto: agricoltura, cantieri, cave, florovivaismo.
Questo dovrebbe bastare per chiarire che non stiamo parlando di fastidio. Stiamo parlando di salute, di sicurezza, di ore perse, di stipendio, di persone che, per lavorare, devono mettere il corpo dentro una crisi che altri liquidano con “ci abitueremo”.
Ed è qui che quel “noi” cade. Perché il caldo colpisce di più chi ha meno protezioni, meno possibilità, meno scelta.
Una politica seria non dovrebbe chiedere alle persone di resistere. Dovrebbe ridurre il rischio. Significa ripensare le città non per fare un favore all’ambiente, ma per proteggere le persone: più ombra, più alberi, meno cemento, suolo che assorbe, case che non diventino forni. Lo spazio pubblico deve tornare a proteggerci.
E Cremona, da questo punto di vista, non è un’eccezione. È parte della regola.
È un territorio schiacciato da un modello produttivo, di allevamento intensivo e di consumo sbagliato. Un modello che consuma acqua, suolo, risorse, e che continuiamo a difendere come se non avesse conseguenze.
Non si tratta di scaricare la colpa sul singolo agricoltore o sul singolo allevatore. Il problema è più profondo: è un assetto economico e produttivo che rende il territorio più fragile, più esposto, più vulnerabile.
E le conseguenze ci sono.
Su una cosa, paradossalmente, La Russa ha ragione quando dice: “chiedetelo alle specie estinte”. Appunto. Le specie estinte, per definizione, non si sono abituate.
La crisi climatica esiste. E non è democratica.
Non l’abbiamo prodotta tutti allo stesso modo. Non la subiamo tutti allo stesso modo. Chi ha meno protezioni paga prima. Chi lavora fuori paga prima. Chi vive in una casa non isolata paga prima. Chi non può scegliere paga prima.
Eppure il paradosso è che un modello costruito per arricchire pochi sta rendendo più fragile la vita di tutti. Solo che, come sempre, i primi a restare esposti sono quelli che hanno meno strumenti per difendersi.
Non basta dire “ci abitueremo”. Abituarsi non può essere la risposta.
Una politica seria dovrebbe ridurre le cause, proteggere chi è più esposto, cambiare città che trattengono calore e smettere di difendere modelli produttivi e di consumo che ci stanno portando dentro il problema.
Anzi, avrebbe dovuto iniziare a farlo trent’anni fa. Invece si è scelta quasi sempre la strada più comoda: rassegnarsi agli interessi economici e scaricare il costo sul corpo delle persone.
Il caldo estremo non chiede rassegnazione. E non chiede spirito di adattamento individuale.
Chiede città che proteggano. Lavoro che non uccida. Territori meno fragili. E una classe dirigente che smetta di dirci “abituatevi” a qualcosa che la scienza ci chiede da anni di affrontare seriamente.
(Immagine generata con Intelligenza Artificiale a scopo meramente illustrativo)
Paolo Losco
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