Il commento

06 lug 2026
Mappa Cremona e Luigi Lipara

I grandi nodi dell'urbanistica vengono al pettine. Luigi Lipara: "Siamo ostaggio di un modello di sviluppo vecchio e nella morsa della cementificazione"

In questi ultimi giorni la politica cremonese è stata costretta a destarsi dal torpore indotto dall'anomala ondata di calore estivo per occuparsi di alcune questioni urbanistiche tutt'altro che secondarie: prima la notizia della strada che si spiana in conferenza dei servizi per il polo commerciale Cardaminopsis; poi lo stop di Regione Lombardia al polo logistico di San Felice; infine, da ultimo, il via libera al mega polo logistico del colosso belga Katoen Natie in via Riglio.

A ben guardare, sembra che gli Enti Locali coinvolti ai vari livelli procedano come ipnotizzati da una visione dello sviluppo tutta produttivistica, sorda al contesto dei cambiamenti climatici e sociali in atto. Più che una contraddizione, se ne contano parecchie, condite da altrettante arrampicate sugli specchi.

E colpisce che nessuno, fin qui, abbia invocato un drastico adeguamento del sistema delle regole al quadro emergenziale che ormai ci sta davanti — come se il dramma dell'Emilia-Romagna non ci riguardasse, per fare solo l'esempio più recente nel tempo e più vicino nello spazio.

In un'intervista comparsa su Cremona Libera (a questo link; ndr), il sindaco di Cremona ha detto una cosa vera e non scontata: anche quando un'area è edificabile sulla carta, resta comunque suolo consumato, e per questo servirebbero procedure molto rigorose.

È, a mio avviso, il passaggio più importante e più condivisibile di tutta l'intervista. Ci si aspetterebbe che quel rigore, enunciato con tanta chiarezza, si traducesse in atti concreti.

Va detto, per onestà intellettuale, che non tutte le leve sono nelle mani del Comune: buona parte delle procedure autorizzative coinvolge anche Provincia e Regione, e alcune scelte normative — come la stessa Zona Logistica Semplificata di cui si dirà tra poco — non nascono solo da una decisione dell'amministrazione cittadina.

Ma proprio per questo, e non nonostante questo, sarebbe necessario da parte di chi governa la città uno slancio più concreto e meno rassegnato per invertire davvero la rotta, anziché rassegnarsi a gestire l'inevitabile.

E invece, poche righe più avanti, quelle stesse parole di buon senso vengono silenziosamente archiviate, schiacciate da una contraddizione che fa sobbalzare chi legge con attenzione: quando si arriva a parlare dell'insediamento di via Riglio — di dimensioni ben maggiori del precedente — il rigore invocato poco prima scompare, sostituito dall'idea che quell'area abbia "naturalmente" quella funzione perché ricade in una Zona Logistica Semplificata.

Come se la ZLS fosse un dato di natura, un fatto geografico, e non — come è — uno strumento normativo costruito apposta per accorciare i tempi e allentare i vincoli autorizzativi.

Ebbene, va detto con chiarezza: non solo il variegato mondo ambientalista cremonese, ma una larga parte dell'opinione pubblica che guarda con preoccupazione all'evoluzione delle politiche territoriali non è disposta ad accettare che scelte normative ben precise, e per questo discutibili, vengano spacciate per "vocazioni territoriali spontanee".

La domanda da porsi è semplice: un ampliamento di quella scala merita una valutazione ambientale piena, o può continuare a scivolare lungo il canale rapido pensato per inseguire il paradigma, sempre più insensato, della crescita infinita?

C'è poi un altro aspetto di cui, sistematicamente, non si parla — forse il più doloroso per chi si riconosce ancora nei valori di una sinistra che si oppone alla svendita dei beni comuni al turbocapitalismo imperante: la qualità del lavoro di cui questo modello di sviluppo si nutre.

Ogni volta che si citano le contropartite negoziate con chi realizza questi insediamenti, si parla di rotatorie, filari di alberi, opere viabilistiche.

Mai una parola sulle condizioni di chi, dentro quei capannoni, ci lavorerà davvero. Il dato degli 800 posti di lavoro viene agitato come un numero che dovrebbe bastare a rassicurare tutti, salvo essere prontamente derubricato a "uno degli elementi sulla bilancia" non appena diventa scomodo difenderlo fino in fondo.

Il punto non è se quei posti di lavoro esistano: è a quali condizioni. Il settore della logistica, in tutta la Pianura Padana, è documentato da anni per il ricorso a subappalti a catena, altissima rotazione del personale, salari e ritmi spesso al limite della dignità. Si negoziano venti miseri metri di filari verdi.

Il lavoro, quello no, non si negozia.

Manca, infine, del tutto, un ragionamento sul destino dei profitti generati da questi insediamenti. E qui non stiamo parlando dell'ampliamento di una realtà locale che genera utili, lavoro e fiscalità sul territorio: parliamo di gruppi multinazionali che operano attraverso strutture societarie pensate proprio per allocare gli utili in giurisdizioni fiscalmente più favorevoli, mentre il territorio si fa carico di tutti i costi — consumo di suolo, traffico pesante, impatto sulla salute, pressione sui servizi, condizioni di lavoro degli addetti.

Chi propone questi insediamenti dovrebbe rispondere chiaramente ad una domanda: quanto valore resta davvero sul territorio, in termini di occupazione stabile e di gettito fiscale reale, e quanto invece transita e se ne va altrove?

Finché questa domanda non verrà posta, ogni rivendicazione di "ricadute positive" resterà un atto di fede, non un dato di fatto.

Restiamo in attesa di un temporale fresco e mite, di quelli che risvegliano le comunità dal torpore e permettono di unire le forze per rimettere in discussione un assunto tutt'altro che scontato: che la crescita indefinita degli insediamenti logistici e degli insediamenti produttivi sia un destino ineluttabile, da gestire con rassegnazione anziché governare con visione, e non — come dovrebbe essere — una scelta politica, con altre strade percorribili.

Restiamo in attesa, nella speranza che i temporali freschi e miti non diventino, loro per primi, un ricordo da consegnare alla memoria nostalgica, in tempi di eventi estremi indotti dal cambiamento climatico.

Luigi Lipara

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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