Il commento
01 ago 2026
Il malato, le medicine e lo stomaco per la guerra. Quando le armi diventano una cura e i cittadini europei dei pazienti da preparare psicologicamente
Prima le medicine. Poi lo stomaco. Nel giro di pochi giorni, due esponenti autorevoli dell’establishment politico e strategico europeo hanno utilizzato il linguaggio della medicina e della psicologia per parlare della guerra in Ucraina.
Qualche giorno fa Elly Schlein, la maggiore azionista del campo delle opposizioni aveva invece spiegato che anche con un nuovo governo la musica non sarebbe cambiata perché il PD sostiene Senza se e senza ma il perdurante invio di armi a Kiev.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto paragona gli aiuti militari alle cure somministrate a un paziente ricoverato in ospedale. Nathalie Tocci arriva invece a sostenere che schierare soldati europei sul terreno potrebbe aiutare le nostre società a trovare «lo stomaco per la guerra» e ad acquisire una mentalità più adatta ad affrontarla.
Due ragionamenti diversi, naturalmente. Crosetto difende il sostegno militare a un Paese aggredito. Tocci ragiona sulla disponibilità degli europei a combattere e sulla credibilità della deterrenza.
Ma entrambi finiscono per raccontare la guerra come una specie di trattamento terapeutico.
Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci.
Il 28 luglio, durante un’audizione davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, Crosetto ha risposto a chi sostiene che l’invio delle armi contribuisca a prolungare il conflitto.
Il ministro ha paragonato l’Ucraina a un malato ricoverato: nessuno, ha osservato, sostiene che una trasfusione o un medicinale prolunghino la malattia. Smettere di curarlo significherebbe soltanto lasciarlo morire e liberare prima il letto.
Allo stesso modo, ha concluso, se l’Occidente interrompesse gli aiuti, l’Ucraina rischierebbe di scomparire. Il Governo italiano, ha ricordato Crosetto, ha finora approvato tredici pacchetti di sostegno, e ogni tipo di sanzioni alla Russia. Ovviamente tranne quelle sulle pellicce in ermellino ... Così se il gas costa caro ...
È una metafora efficace. Ed è proprio per questo che merita di essere analizzata.
Un malato non ha responsabilità nella propria malattia. La medicina possiede uno scopo preciso: curarlo. Il medico conosce la diagnosi, valuta gli effetti della terapia e, almeno in teoria, sa quale risultato vuole raggiungere.
La guerra non funziona così. In una guerra ci sono eserciti, governi, alleanze, interessi economici, territori contesi, obiettivi politici, rapporti di forza e avversari che reagiscono alle decisioni prese dall’altra parte. Un missile non è un antibiotico. Un carro armato non è una trasfusione. E una fornitura militare non produce necessariamente un effetto prevedibile o una guarigione.
Può consentire a chi è stato aggredito di difendersi. Può impedirne la capitolazione. Ma può anche alimentare un’escalation, spostare continuamente in avanti il momento del negoziato e aumentare il numero delle vittime.
Porsi queste domande non significa sostenere che l’Ucraina debba essere abbandonata. Significa rifiutare l’idea che esista una sola terapia possibile e che chiunque ne discuta voglia semplicemente lasciar morire il paziente.
La metafora di Crosetto contiene infatti una trappola politica. Se le armi sono medicine, chi si oppone al loro invio non propone una strategia diversa: diventa quello che vuole staccare la flebo. Se la guerra è una malattia, il Governo non deve più dimostrare che la cura funzioni, indicarne la durata o spiegare quale sia l’esito realistico atteso. Deve soltanto continuare a prescriverla.
Potenzialmente senza una scadenza. Con spreco di denari pubblici e tagli alle medicine. Quelle vere però, quelle che arrivano nei nostri, sempre più in difficoltà, ospedali.
Lo stomaco per la guerra
Ancora più esplicito è il ragionamento di Nathalie Tocci, già consigliera speciale degli Alti rappresentanti dell’Unione europea Federica Mogherini e Josep Borrell e oggi presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto Affari Internazionali.
Tocci non è una voce marginale. Ha lavorato alla Strategia globale dell’Unione europea ed è attualmente Professor of Practice alla Johns Hopkins SAIS, senior fellow all’Institute for European Policymaking della Bocconi e componente indipendente del consiglio di amministrazione di Acea.
In un intervento pubblicato dall’Economist il 16 luglio, Tocci ha sostenuto che mettere soldati europei sul terreno non aiuterebbe in maniera decisiva l’Ucraina, ma potrebbe aiutare l’Europa a trovare «lo stomaco per la guerra».
Lo schieramento prima di un eventuale cessate il fuoco potrebbe, secondo la sua tesi, incoraggiare i cittadini a sviluppare un’attitudine mentale più adatta alla possibilità di combattere.
Non siamo più soltanto davanti alla necessità di difendere un Paese aggredito.
Qui compare una funzione ulteriore: utilizzare la presenza dei soldati, e quindi la loro concreta esposizione al pericolo, per trasformare la mentalità delle popolazioni europee.
Mandare uomini e donne dentro un conflitto servirebbe anche a rendere la guerra più vicina, più reale e progressivamente più accettabile.
I militari diventerebbero così non soltanto uno strumento di deterrenza, ma anche uno strumento pedagogico. Il loro rischio personale dovrebbe contribuire a educare il resto della società.
È un rovesciamento impressionante.
In una democrazia dovrebbero essere i cittadini consapevoli a decidere, attraverso le istituzioni, quando e perché accettare il rischio di una guerra. Nel ragionamento di Tocci, invece, sono i cittadini a risultare inadeguati: non avrebbero ancora lo stomaco, la preparazione psicologica e la mentalità necessaria.
Bisognerebbe quindi aiutarli a cambiare. Non convincendoli attraverso un dibattito pubblico trasparente, ma avvicinando concretamente il conflitto alle loro vite.
Le loro parole appartengono allo stesso clima culturale dove le società europee assumono contemporaneamente il ruolo del medico, del paziente e del soggetto da rieducare.
E chi domanda quale sia l’obiettivo finale viene trattato come qualcuno che non comprende la diagnosi.
Eppure, dopo anni di guerra, le domande rimangono tutte sul tavolo.
Quale risultato militare realistico si vuole ottenere? Per quanto tempo dovranno continuare gli aiuti? Qual è la soglia oltre la quale il sostegno rischia di trasformarsi in coinvolgimento diretto? Quali iniziative diplomatiche vengono portate avanti parallelamente? Quali condizioni potrebbero rendere possibile un cessate il fuoco? Quali compromessi siamo disposti a prendere in considerazione?
Rispondere che interrompere le armi significherebbe lasciare morire l’Ucraina non basta. Come non basta sostenere che, per evitare la guerra, dobbiamo imparare ad averne meno paura.
In entrambi i discorsi manca quasi completamente una parola: diplomazia.
Non perché basti pronunciarla per fermare i bombardamenti. Non perché ogni trattativa conduca automaticamente alla pace. E nemmeno perché la responsabilità dell’invasione russa possa essere cancellata o relativizzata.
La diplomazia è necessaria proprio perché la guerra non è una malattia naturale.
È un conflitto politico che, salvo la capitolazione totale di una delle parti, può concludersi soltanto con una decisione politica.
Anche il negoziato più difficile richiede forza, sostegno agli aggrediti e capacità di deterrenza. Ma le armi dovrebbero essere uno strumento inserito dentro una strategia politica, non la strategia stessa.
Altrimenti la cura coincide con la prosecuzione indefinita della malattia. E ogni fallimento della terapia viene utilizzato per prescriverne una dose maggiore.
La questione finale resta sempre la stessa: chi dovrebbe trovare lo stomaco per la guerra?
I ministri che firmano i decreti? Gli analisti che scrivono gli editoriali? I dirigenti europei che partecipano ai vertici internazionali?
Oppure i giovani chiamati a indossare una divisa, le famiglie che li vedrebbero partire e i cittadini ai quali verrebbe chiesto di accettare nuove rinunce economiche e sociali?
È relativamente semplice invocare una mentalità di guerra quando la guerra rimane una costruzione teorica, osservata da un ufficio, da un’università, da un ministero o da uno studio televisivo.
Molto più difficile è spiegare chi dovrà combatterla, con quali obiettivi e fino a quando.
La politica dovrebbe trovare lo stomaco per dire la verità.
La verità è che sostenere militarmente un Paese aggredito può essere ritenuto necessario, ma non garantisce da solo una soluzione. Che la deterrenza può evitare una guerra, ma può anche fallire. Che la diplomazia comporta compromessi sgradevoli. Che nessuna strategia è priva di rischi. E che avvicinare truppe europee a un conflitto con una potenza nucleare non è un esperimento psicologico.
Soprattutto, la politica dovrebbe smettere di trattare i cittadini come pazienti da curare o come allievi da preparare mentalmente.
La guerra non è una medicina. E la paura della guerra non è una patologia da guarire.
Marco Degli Angeli
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