Il commento

15 lug 2026
Parlamento Foto di Marco Oriolesi su Unsplash

Preferenze, ma non troppo: il teatrino dei nominati. Meloni ha perso la faccia, il PD la memoria. Gli italiani, ancora una volta, hanno perso il diritto di scegliere

La grande rivoluzione elettorale di Giorgia Meloni è durata meno di un emendamento. La presidente del Consiglio, che delle preferenze aveva fatto una bandiera, è riuscita nell’impresa di farsi bocciare la propria proposta anche grazie ai voti della propria maggioranza.

Non un agguato delle opposizioni, non un complotto dei giudici, non una manovra di Bruxelles: una figuraccia fatta in casa.

E già questo basterebbe.

Perché quando un capo del governo mette la faccia su una riforma, la presenta come decisiva e poi non riesce neppure a convincere i suoi parlamentari, il problema non è tecnico. È politico. E pure piuttosto comico.

L’emendamento, peraltro, era una piccola opera d’arte dell’ipocrisia: capilista bloccati, cioè nominati dai partiti, e preferenze per tutti gli altri.

Traduzione: i posti sicuri li decidiamo noi; voi elettori potete divertirvi con quelli rimasti.

Una specie di ristorante democratico in cui il menù lo sceglie il cameriere, il conto lo paga il cliente e poi gli spiegano che ha avuto libertà di scelta perché poteva decidere tra acqua naturale e frizzante.

Meloni aveva promesso di restituire ai cittadini il diritto di scegliere i parlamentari. Poi ha proposto di farli scegliere, sì, ma non tutti. Infine non è riuscita ad approvare neppure quello.

Una promessa mantenuta a metà sarebbe già poco. Una promessa annacquata e poi bocciata è quasi un talento.

Naturalmente il Partito Democratico ha subito indossato l’elmetto della difesa costituzionale. Il sistema con preferenze e capilista bloccati, ha spiegato, sarebbe stato inaccettabile.

Peccato che fosse praticamente lo stesso principio dell’Italicum voluto da Matteo Renzi e approvato dal PD nel 2015.

All’epoca era una riforma moderna. Oggi è una truffa.

Evidentemente le leggi elettorali, come certi vini, cambiano sapore a seconda di chi le serve.

I democratici possono certamente cambiare idea. Ma almeno potrebbero avvertire il pubblico. Magari con una nota a piè di pagina: “Il meccanismo che oggi consideriamo scandaloso è lo stesso che ieri definivamo indispensabile”.

Invece niente. Tutti smemorati. Tutti indignati. Tutti vergini al primo emendamento.

La verità, molto meno nobile, è che le preferenze autentiche non le vuole quasi nessuno.

Non le vuole la destra, che preferisce parlamentari riconoscenti al capo.

Non le vuole il centrosinistra, che quando governa nomina e quando è all’opposizione denuncia i nominati.

Non le vogliono le segreterie, perché un parlamentare scelto dagli elettori risponde agli elettori. Uno piazzato in lista risponde a chi ce l’ha piazzato.

Le preferenze vere hanno un difetto imperdonabile: permettono ai cittadini di scegliere.

Molto più sicuro consentire loro di votare un simbolo e poi lasciare ai partiti il compito di stabilire chi verrà eletto.

È la sovranità popolare in versione condominiale: il popolo è sovrano, ma l’amministratore decide tutto.

Per un territorio come quello cremonese, il problema è ancora più evidente. Un parlamentare eletto con migliaia di preferenze dovrebbe rispondere ai cittadini, alle imprese, agli agricoltori, ai lavoratori e agli amministratori locali.

Un parlamentare nominato deve soprattutto ricordarsi chi lo ha messo in lista. E possibilmente non contraddirlo.

Poi c’è il capitolo delle dimissioni.

La figuraccia di Meloni è enorme e non va minimizzata. Un governo che perde una votazione simbolica anche per le divisioni interne offre un’immagine disastrosa.

Ma sentire le opposizioni chiedere la caduta dell’esecutivo proprio su questo episodio produce un certo effetto.

Perché sulle questioni davvero decisive — guerra e pace, invio di armi, sanzioni, energia, bollette, politica industriale e rapporti internazionali — la presunta opposizione è spesso assai meno oppositiva.

Quando il governo continua a sostenere militarmente l’Ucraina, le dimissioni non vengono chieste con la stessa foga. Quando le sanzioni contro la Russia contribuiscono ad aggravare i costi energetici per famiglie e imprese, non si vedono barricate altrettanto solenni.

Quando l’Italia si accoda alle strategie decise a Washington e a Bruxelles, il Parlamento riscopre improvvisamente il senso di responsabilità. Quando davanti alla tragedia di Gaza il governo mantiene una linea ambigua e subalterna, le grida si abbassano di parecchi decibel.

Poi salta un emendamento e tutti scoprono la crisi democratica.

È la strana graduatoria della politica italiana: sulle guerre si può soprassedere, sulle bollette si può discutere, sulle fabbriche che chiudono si può aprire un tavolo. Ma su una votazione parlamentare persa male bisogna convocare subito il Quirinale.

Si può certamente sostenere che Meloni abbia subito una sconfitta gravissima. È vero. 

Si può dire che abbia tradito la promessa di restituire agli italiani il diritto di scegliere gli eletti. Verissimo.

Si può perfino osservare che una premier incapace di tenere unita la propria maggioranza su una sua bandiera politica esca indebolita. Ovvio.

Ma trasformare questa vicenda nella madre di tutte le battaglie, dopo aver condiviso con il governo gran parte delle scelte economiche, militari e internazionali, è un’altra forma di teatro.

La maggioranza recita la parte di chi vuole le preferenze e non riesce ad approvarle. Il PD recita la parte di chi combatte un sistema identico a quello che aveva approvato. Le opposizioni recitano la parte degli inflessibili proprio sul terreno in cui costa meno esserlo.

E gli elettori recitano, come sempre, la parte del pubblico pagante.

Alla fine non cambierà nulla.

I partiti continueranno a nominare i parlamentari. I parlamentari continueranno a ringraziare i partiti. I leader continueranno a promettere che restituiranno il potere ai cittadini.

Possibilmente dalla prossima legislatura.

Meloni ha perso la faccia. Il PD ha perso la memoria. Gli italiani, ancora una volta, hanno perso il diritto di scegliere.

Marco Degli Angeli

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