Il commento

11 lug 2026
Data center e Laura Carlino

"Il ritardo di Cremona sui datacenter? Tema cruciale con forte impatto sui cittadini. A2A non sta a guardare e le istituzioni dovono iniziare a interrogarsi"

Caro Direttore, l'articolo sui datacenter pubblicato su Cremona Libera (qui l'articolo; ndr) ha attirato la mia attenzione perché è un tema non solo di grande attualità, ma estremamente delicato per tutti noi cittadini.

Non dovremmo lasciare che solo gli "addetti ai lavori" se ne occupino, ma dovremmo seguirne attentamente gli sviluppi, come dimostra di fare questo giornale, perché le conseguenze di queste enormi installazioni ci coinvolgono tutti, nessuno escluso. Anzi, qualcuno verrà purtroppo coinvolto più di altri. 

Quello dei datacenter non è semplicemente un tema tecnologico o di "progresso" dal momento che si tratta di strutture di grande impatto innanzi tutto ambientale. 

La recente legge di Regione Lombardia (per altro promulgata in assenza di una strategia specifica a livello nazionale, quindi con possibili criticità in prospettiva) promuove l'utilizzo di aree industriali dismesse e cerca (timidamente) di scoraggiare il consumo di suolo agricolo mediante la richiesta del 200% di oneri (davvero pensiamo che un simile ricarico farà paura ai giganti tecnologici interessati a simili progetti, specie di grandi dimensioni?).

Vieta inoltre di utilizzare acqua potabile per il raffreddamento (ma l'acqua rimane una criticità in una zona già sottoposta a grandi stress idrici), obbliga al recupero del calore per il teleriscaldamento e obbliga all'utilizzo di energie da fonti rinnovabili (ma su questo argomento personalmente nutro fortissime perplessità). 

In ogni caso la Lombardia una legge ce l'ha ed è importante per una regione che già oggi si pone come territorio privilegiato per questi centri, come ben evidenzia l'articolo di Cremona Libera.

Ciononostante, alcuni Enti hanno già avanzato critiche e dubbi, come la CIA in relazione al consumo di suolo e di energia e alcune associazioni di consumatori che si concentrano sulle ricadute sui contratti degli utenti.

Perché alla fine il vero, grande problema di questi centri è proprio quello della quantità di energia che essi divorano in continuazione.

Per capire meglio cosa ci aspetta possiamo osservare cosa succede là dove si concentra quasi il 50% dei datacenter mondiali: gli Stati Uniti. La diffusione nei diversi stati varia dai 3 del Vermont ai 665 della Virginia (dato dicembre 2025), con il Texas che supera i 400 più 140 in costruzione.

Bene. Anche negli USA il grande problema è l'energia e il suo costo, ma poiché costruire nuove centrali costa moltissimo, si stanno diffondendo "programmi volontari" (ovviamente presentati come "verdi") che coinvolgono sia grandi aziende che privati cittadini e che prevedono il distacco "volontario" della corrente quando particolari picchi di consumo lo richiedono per evitare blackout generalizzati (programmi "demand response").

Lasciamo da parte le aziende e vediamo cosa succede ai cittadini. Essi possono volontariamente iscriversi a questi programmi che implicano l'installazione di un dispositivo (intoccabile una volta installato) all'esterno della casa in prossimità degli elettrodomestici più energivori: condizionatori, asciugatrici, scaldabagno.

Quando l'azienda elettrica verifica la necessità, "spegne" a distanza l'elettrodomestico per qualche minuto o qualche ora per convogliare l'energia al datacenter, e ti sconta quel "risparmio" dalla bolletta.

In Texas le famiglie possono risparmiare fino a 100-150 $ all'anno. Naturalmente questi "programmi volontari" vengono proposti nei quartieri a basso reddito, generando di fatto una "disuguaglianza energetica" perché chi non ha bisogno di quei 150 $ non va incontro a limitazioni di sorta, mentre chi fatica a pagare le bollette si vede quasi "costretto" ad offrirsi volontario.

In teoria, il consumatore mantiene comunque il controllo sul dispositivo perché, se non vuole che l'energia venga sospesa nonostante la necessità, può intervenire mediante un'app e semplicemente perde lo sconto per quel giorno.

Il problema risiede nel fatto che comunque i dispositivi sono comandati a distanza e il passaggio dal "volontario" al "coercitivo" è estremamente semplice e tecnologicamente già disponibile, basta aggiornare il software o cambiare a monte le regole del gioco.

I precedenti di California (2020) e Texas (2021)  hanno dimostrato che in caso di crisi i primi a vedersi di fatto obbligati dalle autorità preposte a "staccare la spina" sono stati coloro che avevano installato i dispositivi.

È vero che nella UE e in Italia gli strumenti di tutela sono teoricamente maggiori, soprattutto per gli utenti vulnerabili, ma anche nel Vecchio Continente si stanno diffondendo queste "opzioni", e con le bollette alle stelle è ipotizzabile che le proposte in questo senso finiranno per dilagare.

La direttiva UE 2019/944 che trasforma il consumatore di energia in un "attore flessibile" (definizione di moda e di grande impatto, non c'è dubbio) è un tentativo di creare un mercato dell'energia più efficiente e più conveniente per l'utente che sceglie di parteciparvi, ma è uno strumento che potrebbe ritorcersi contro di lui e soprattutto contro le fasce più deboli, come già da tempo messo in luce da think tank non sospettabili di "complottismo antienergetico e antitecnologico" quale il britannico Energy Transitions Commission.

E visti i chiari di luna (geo)politici, crogiolarsi nel pensiero che "qui non è come in America" e "comunque è sempre un'adesione volontaria" temo che sia un atteggaimento estremamente superficiale, specie in presenza di colossi come A2A, uno dei principali operatori energetici nazionali e con chiare mire di espansione all'estero, che sta investendo pesantemente anche nel settore dei datacenter.

Se pensiamo che un datacenter di nuova generazione "costa" in termini di energia quanto una piccola centrale nucleare come quelle che il governo sogna di installare a piene mani (fra quanti anni?), cominciamo a renderci conto che fissarsi solo sugli ipotetici "rientri" in termini di occupazione e crescita economica del territorio è forse una prospettiva miope.

Anche perché è ancora fresco il ricordo della "bolla" della fibra ottica (2000), i cui "stratosferici ritorni economici" allora preventivati ancora si stanno aspettando...

Caro Direttore, la domanda con cui chiudi il tuo articolo, se cioè il "ritardo" di Cremona sulla partita dei datacenter sia un bene o un male, è cruciale.

Molto si muove, A2A non dorme, qualche ricaduta positiva in termini quanto meno economici e di occupazione ci sarebbe senz'altro.

Ma mi chiedo se davvero, per una zona già sovrasfruttata come Cremona, le valutazioni da fare non sarebbero di altro tenore.

E qui la palla è nelle mani delle amministrazioni comunali, come sottolineato un mese fa in occasione della riunione del Cantiere 5 "Azioni Energetiche" dell'ATS IoCiCredo.

Chissà se ci crederanno anche i cittadini, ai quali allora spetterà il compito di far valere la propria opinione, e alle associazioni del territorio, che spero non perderanno l'occasione di farsi sentire. 

Laura Carlino

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sostieni l’informazione indipendente

Abbiamo rinunciato alla convenienza.
Non alla verità.
SOSTIENICI

Iban SCRIPTORIA S.R.L. IT77I0200854731000107336374

Tutti gli articoli