Il commento
07 feb 2026
Il vicepremier, la giustizia e la realtà a intermittenza. E' bene chiarirsi le idee sul referendum, perché forse non serve nemmeno una legge
Quando un ministro commenta una decisione giudiziaria, le parole contano. Quando lo fa un vicepremier, contano di più. Quando quelle parole non coincidono con i fatti, il problema smette di essere politico e diventa istituzionale.
Dopo gli scontri di Torino, Matteo Salvini ha scritto che i responsabili sono “già a piede libero” e che votare “sì” al referendum sulla giustizia è un “dovere morale”. Il messaggio poi si fa semplice, diretto, facilmente spendibile: se il sistema funzionasse, quelle persone sarebbero in carcere.
E con il referendum lo sarebbero. Peccato che i fatti raccontino un’altra storia.
La procura aveva chiesto la custodia cautelare in carcere per tutti e tre. I giudici hanno deciso diversamente: arresti domiciliari per uno, obbligo di firma per gli altri due. Non è una stranezza. È il funzionamento ordinario della giustizia penale, dove l’accusa chiede e il giudice decide. Succede ogni giorno, anche quando non finisce sui social.
Confondere questi piani può servire alla polemica. Ma non aiuta a capire la realtà. Qui non si discute se la decisione del tribunale fosse giusta o sbagliata. Si discute del fatto che un membro del governo accrediti implicitamente l’idea di una magistratura “lassista”, attribuendole una scelta che non ha fatto. Senza dirlo apertamente. Lasciando che il messaggio faccia il suo lavoro.
E poi c’è la parte che raramente entra nel dibattito: la memoria. Nel 2022 la Lega, con Salvini tra i principali sostenitori, appoggiava un quesito referendario che mirava a limitare l’uso delle misure cautelari, riducendo il ricorso al carcere prima della sentenza definitiva. L’argomento era chiaro: evitare abusi, rafforzare la presunzione di innocenza, impedire che la custodia cautelare diventasse una pena anticipata.
Allora il carcere preventivo era un problema. Oggi la sua mancata applicazione diventa uno scandalo. Non è cambiata la legge. È cambiata la narrazione.
E non sarebbe nemmeno una novità. In Italia molte norme nascono per risolvere problemi “specifici”, spesso molto in alto (preservare politici e colletti bianchi), e poi producono effetti collaterali a cascata. Succede. È già successo. Non serve ricordare per chi.
Il paradosso, però, resta: nel tentativo di attaccare i giudici, si finisce per dimostrare che la separazione tra chi accusa e chi giudica esiste già ed è operativa. Esattamente ciò che, a parole, si sostiene di voler correggere. Ma questa complessità non entra negli slogan, né negli elenchi messi in fila per riempire il vuoto.
E senza slogan, oggi, la politica fatica a parlare.
Il tema, però, va oltre questo episodio. Riguarda il rapporto sempre più fragile tra politica e verità fattuale. In Italia una quota rilevante della disinformazione che circola in Europa passa dai nostri social: circa un terzo. Non è solo un problema di utenti. È anche un problema di chi quelle piattaforme le usa quotidianamente come megafono.
In questo contesto, vale la pena guardare con attenzione – e senza mitizzazioni – a ciò che sta discutendo il Galles. La proposta in esame non riguarda le opinioni politiche, né le promesse elettorali non mantenute. Su quel terreno, in Italia, esiste una lunga tradizione bipartisan: abolizioni annunciate, tasse che dovevano scendere, riforme “definitive” poi corrette, riscritte, dimenticate. Riguarda invece dichiarazioni deliberatamente false su fatti verificabili, pronunciate in campagna elettorale o nelle sedi istituzionali.
La valutazione sarebbe affidata a un organismo indipendente. Le sanzioni previste sarebbero di natura amministrativa e politica: sospensione temporanea dal mandato, ineleggibilità per un periodo, sanzioni economiche. Non il carcere. Non la censura preventiva. Non è una legge contro il dissenso. Non è un ministero della verità.
È un tentativo – discutibile, perfettibile – di introdurre un principio di responsabilità sulla parola pubblica.
Funzionerà? È presto per dirlo. I rischi esistono: l’uso strumentale contro gli avversari, il confine sottile tra fatto e interpretazione. Ma la domanda che pone resta legittima: è normale che in politica una falsità accertabile non produca mai conseguenze?
In Italia questa discussione sembra lontana. Qui le dichiarazioni smentite dai fatti si accumulano, le versioni cambiano, le promesse evaporano, le responsabilità si spostano. E tutto riparte. Come se nulla fosse. A bordo di una ruspa.
Forse non serve una legge. Forse serve solo riprendere un’idea elementare: che chi governa dovrebbe essere il primo a rispettare i fatti.
Perché senza fatti condivisi, il dibattito non è pluralismo. È rumore. E il rumore, alla lunga, logora le istituzioni. Ma, spesso, garantisce carriere politiche.
Marco Degli Angeli
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