Il commento

25 gen 2026
Parlamento Foto di Marco Oriolesi su Unsplash

Tutto regolare, tutto trasparente, tutto a carico nostro: ecco come funziona davvero il finanziamento ai partiti e perché lo pagano i cittadini

91.266.834 euro. Novantuno milioni. Non rubati, non nascosti, non infilati in qualche paradiso fiscale esotico. No: versati regolarmente dai parlamentari e dai membri di governo ai rispettivi partiti d’appartenenza tra il 2018 e il 2022. Tutto lecito, tutto dichiarato, tutto trasparente. Tutto pubblicato sui siti ufficiali di Camera e Senato. 
 
E allora dov’è il problema?
 
Uno potrebbe dire: chissenefrega. Sono soldi loro. Se vogliono regalarli al partito per convinzione, gratitudine o semplice istinto di sopravvivenza politica, affari loro. Vero. Peccato che non finisca lì.
 
Perché quella generosità, così privata solo in apparenza, ricade ancora una volta sulle tasche dei contribuenti italiani. Gli stessi contribuenti che pagano gli stipendi dei parlamentari, i rimborsi, i benefit, le pensioni agevolate, e quel TFR da sogno che neanche un manager di multinazionale. Il giro è semplice, elegante, perfettamente legale. Ed è proprio questo il punto.
 
Funziona così: per ogni 1000 euro versati come erogazione liberale a un partito politico (fino ad un massimo di 30 mila euro annui), lo Stato ti restituisce 260 euro in fase di dichiarazione dei redditi. Un bel 26% di sconto. Vale per tutti i cittadini, certo. Ma quando a donare sono parlamentari che guadagnano grazie allo Stato e donano a partiti che spesso sono anche il loro datore di lavoro, la faccenda assume un sapore leggermente diverso.
 
Se tutti – o anche solo la maggior parte – dei parlamentari che hanno versato quei 91 milioni si sono avvalsi della detrazione fiscale, lo Stato ha dovuto sborsare altri 23 milioni di euro.
 
Ventitré milioni. Non per scuole, sanità o trasporti, ma per rimborsare le donazioni dei politici ai loro partiti. Un perfetto gioco delle tre carte: lo Stato (i cittadini) pagano il parlamentare, io dono al partito, lo Stato rimborsa me, e il conto lo paga Pantalone.
 
E non è finita. Perché questo fiume di denaro pubblico si somma a tutto il resto:
 
– il 2 per mille, che pesa più di 30 milioni l’anno;
– il finanziamento pubblico all’editoria, che tra contributi diretti, indiretti, prepensionamenti e il crac dell’Inpgi scaricato sull’Inps, arriva a mezzo miliardo l’anno. Mezzo miliardo. In un Paese dove molti di quei giornali sono, guarda caso, house organ di partito o megafoni politici travestiti da informazione indipendente.
 
Tutto legale, per carità. Tutto secondo le regole. Ma il punto non è la legalità: è l’ipocrisia.
 
Ci raccontano da anni che il finanziamento pubblico ai partiti è stato abolito. Falso. È stato solo smontato, spezzettato e mimetizzato. Oggi passa dai rimborsi fiscali, dai mille rivoli dell’editoria “amica”, dai contributi indiretti.
Un finanziamento pubblico che non ha il coraggio di chiamarsi col suo nome, ma continua a pesare – eccome se pesa – sulle casse dello Stato.
 
Il risultato? Partiti mantenuti dai cittadini senza che i cittadini possano davvero decidere. Politici lautamente pagati che “donano” soldi pubblicamente scontati. E un sistema che si autoalimenta, si autoassolve e si autodefinisce virtuoso.
 
Tutto regolare.
 
Tutto trasparente.
 
Tutto a carico nostro.

Marco Degli Angeli

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