Il commento
04 feb 2026
Non è “il caso Corona”, è il sistema dell’informazione italiana, tra pluralismo di facciata e dissenso che viene oscurato e isolato
Il dibattito di questi giorni sui contenuti rimossi, sui canali oscurati e sulle “intemperanze” di Fabrizio Corona è l’ennesima occasione persa. Ancora una volta si sceglie di parlare del personaggio — divisivo, eccessivo, mediaticamente tossico — invece che del meccanismo strutturale che rende possibile la censura selettiva, l’asimmetria informativa e il cortocircuito permanente tra potere politico, editoriale e tecnologico.
Perché il punto non è chi viene silenziato oggi. Il punto è chi decide, con quali criteri, in base a quali interessi e fuori da quale perimetro democratico.
La sovranità dell’informazione non è più nazionale
Oggi una quota decisiva del dibattito pubblico italiano non si svolge più nei giornali, né nelle televisioni, né nelle sedi istituzionali. Si svolge su piattaforme non italiane, non europee, governate da policy private, spesso opache e inappellabili.
Meta (Facebook, Instagram), Google (YouTube), X, TikTok stabiliscono cosa è visibile e cosa no, decidono chi può parlare e chi viene silenziato, applicano regole extragiuridiche, spesso più restrittive delle leggi italiane, non rispondono a nessuna autorità democratica nazionale
I numeri parlano chiaro.
Secondo AGCOM:
oltre l’80% degli under 35 si informa prevalentemente tramite social network;
più del 60% del traffico informativo online passa da piattaforme extra-UE;
la rimozione dei contenuti avviene senza contraddittorio, senza motivazione dettagliata, senza un reale diritto di ricorso.
Questa non è moderazione. È delega della sovranità informativa.
Editori “impuri” e pluralismo di facciata
Nel frattempo, il sistema mediatico tradizionale italiano è tutt’altro che indipendente. I principali gruppi editoriali: ricevono contributi pubblici diretti e indiretti, sono spesso controllati o influenzati da soggetti politicamente esposti, siedono contemporaneamente nei consigli di amministrazione, nei partiti, nei salotti televisivi.
Ogni anno lo Stato italiano destina centinaia di milioni di euro tra: contributi diretti all’editoria, fondi per l’innovazione, pubblicità istituzionale, convenzioni e agevolazioni fiscali.
Una quota rilevante di queste risorse finisce a testate: con proprietari parlamentari o ex parlamentari o con editori che intrattengono rapporti strutturali con il potere politico. Il conflitto di interessi non viene rimosso. Viene normalizzato. E ribattezzato “pluralismo”.
In qualsiasi altro paese europeo sarebbe uno scandalo sistemico. In Italia è prassi amministrativa.
La RAI: servizio pubblico solo di nome
La RAI è finanziata tramite un canone obbligatorio pagato da oltre 20 milioni di famiglie.
Eppure è:
- controllata dal Governo tramite il sistema delle nomine (riforma Renzi);
- spartita tra partiti secondo logiche di maggioranza;
- impermeabile a una reale indipendenza editoriale.
Il paradosso è evidente: un servizio pubblico pagato dai cittadini, utilizzato come strumento di legittimazione del potere mentre l’informazione scomoda viene marginalizzata, interrotta, ridicolizzata o confinata ai margini. Per i dubbiosi consiglio di vedere l'intervista di Bruno Vespa a Bonelli di due giorni fa sugli scontri di Torino. In due parole: bullismo mediatico.
Questo non è servizio pubblico. È televisione di Stato, nel senso peggiore del termine.
Il caso Berlusconi: un conflitto mai risolto
Il più grande conflitto di interessi della storia repubblicana non è mai stato risolto. È stato tramandato. Oggi la famiglia Berlusconi controlla Mediaset (Rete 4, Canale 5, Italia 1), esercita un’influenza decisiva su una quota enorme del mercato pubblicitario, mantiene un peso politico determinante sul secondo partito di governo.
Non è un residuo del passato. È un presente strutturale.
Un soggetto privato che controlla:
- informazione
- intrattenimento
- pubblicità
- influenza politica
In qualsiasi manuale di democrazia questo si chiama anomalia sistemica.
Dal fact checking alla gogna: il caso Barbero
Il passaggio più inquietante riguarda però il controllo delle opinioni. Il caso Alessandro Barbero è emblematico. Uno storico riconosciuto a livello internazionale viene messo alla gogna per aver espresso una posizione politica sul referendum. Non un dato falso. Non una fake news. Un’opinione.
Open interviene con un fact checking che confonde deliberatamente fatti e giudizi e attribuisce una patente di “disinformazione” a una valutazione politica. Tutto questo contribuisce a delegittimare pubblicamente il soggetto Solo in un secondo momento arriva la retromarcia, tardiva. Ma il danno è già fatto. Il punto non è l’errore. Il punto è il metodo.
Il fact checking, nato per verificare i fatti, viene usato come strumento di disciplinamento del discorso pubblico. Non si corregge una bugia. Si punisce una posizione. Il cortocircuito finale: Stato, lobby, piattaforme
Il quadro è completo:
- lo Stato finanzia editori impuri
- gli editori legittimano il potere
- le piattaforme straniere decidono cosa può circolare
- il cittadino non ha strumenti di verifica né di difesa
Il dissenso non viene vietato per legge. Viene demonetizzato, deindicizzato, oscurato, ridicolizzato e isolato. Una volta ti tagliavano fuori dalle fotografie, ora spengono il server. È una censura senza censori, molto più efficace. Non è una questione di personaggi. È una questione democratica.
Oggi può toccare a Corona. Domani a un giornalista indipendente. Dopodomani a un’intera area di pensiero.
Una democrazia in cui l’informazione è finanziata dal potere, controllata da interessi incrociati filtrata da algoritmi stranieri non è una democrazia matura. È una democrazia amministrata. E il silenzio su questo tema non è neutralità. È complicità.
Marco Degli Angeli
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