Il commento
15 gen 2026
Un libro per uno spritz, un abito per un calice di prosecco: troppi negozi cedono il passo ai bar, ma così Cremona si spegne. La giunta affronti la crisi del commercio
“Ne resterà soltanto uno” è la frase che ha reso celebre il film “Highlander”, uscito nell'86. E dall'aria che tira, la frase si potrebbe declinare in chiave cremonese legando a quell'uno il comparto dei pubblici esercizi. Sì perché avanti di questo passo Cremona sarà città unicamente di bar e locali pubblici.
Il “valzer” dei negozi che in questa città chiudono e aprono affolla le cronache dei giornali locali, ma tracciando un sommario bilancio, pare che a chiudere siano quasi sempre negozi di abbigliamento, negozi di oggettistica, d'artigianato e librerie. Ad aprire (e magari chiudere dopo qualche mese) sono sempre bar. Piccoli o grandi, caffetterie o locali per aperitivi, ma sempre e solo bar.
E' notizia di questa mattina, riportata dal quotidiano online Cremona Sera, che anche il punto vendita Giunti – un colosso nazionale dell'editoria – situato in corso Campi, getta la spugna.
“Da domenica vetrine spente alla Libreria Giunti di corso Campi – scrive Cremona Sera –. Dopo soli tre anni (l'apertura era avvenuta il 12 gennaio 2023), la catena ha deciso di dare addio al cuore di Cremona ma di rimanere nei due centri commerciali vicini: al CremonaPo e al Cremona2 di Gadesco. La ragione pare sia per l'affitto troppo oneroso ma anche per un afflusso di clienti minore rispetto alle previsioni”.
Altra tegola per il commercio, altra perdita per la città. Altro buco vuoto in pieno centro, nella via che un tempo si definiva “dello shopping”.
La spia, l'ennesima, di un sistema che non regge e che vede la città impoverirsi ogni giorno di più. Attenzione, se Cremona piange non è che il resto del Paese rida: le dinamiche sono purtroppo comuni a moltissime altre città e derivano da un mutamento sociale in atto da anni e in piena corsa.
Globalizzazione, centri commerciali, l'espandersi dell'online a dismisura (mai notato quanti corrieri sfreccino per la città in questi ultimi anni?). Meno voglia di uscire, meno voglia di socializzare se non attraverso uno schermo.
E' la modernità liquida, bellezza.
Ma così si perde non solo in socialità. Si perde il colore delle città. Tutto sfuma, tutto si assomiglia. Ci si trova a vagare per vie e piazze sempre più vuote. Vie e piazze che si animano all'ora del caffè e dell'aperitivo. Perché sono i bar a resistere. Quantomeno, è il comparto dei pubblici esercizi ad alzare le serrande. Gli altri comparti le abbassano.
E la notizia della chiusura del punto vendita Giunti è doppiamente triste. Perché le librerie – anche le catene, sebbene le indipendenti lo siano ancor di più – sono luoghi di cultura, luoghi d'incontro.
E così scambiamo un pezzo di cultura con uno spritz. Il consiglio d'un libraio con la carta dei vini. Barattiamo un negozio d'abbigliamento, un negozio di oggettistica, una bottega artigianale con un calice di prosecco.
Godiamo della sacrosanta socialità che si accende davanti a un aperitivo ma non ci accorgiamo del vuoto che ci si sta allargando attorno. Un vuoto che si fa sentire quando l'aperitivo è finito e magari viene voglia di fare due passi. O di andare in un cinema che però non c'è più, perché tanto, a casa, si accende la smart-tv e ci si fionda su una serie di Netflix.
Dunque: Cremona capitale della Cultura. Benissimo. Giochiamoci tutte le carte possibili, ma chiediamoci cosa davvero connoterà la Cremona del futuro.
Luoghi di cultura ristretti, ambienti quasi autoreferenziali, circoli culturali privati, iniziative ed eventi? Quella è la maschera. E' il volto della città dopo il maquillage. E prima del trucco e parrucco?
Vie deserte, piazze vuote, serrande abbassate. Una quantità di banche e di bar impressionante e poi? Poi il nulla, se il trend è questo.
E allora va bene giocarsi ogni carta per promuovere Cremona città della Cultura, ma occorre che al traguardo – se mai ci arriverà – la città ci arrivi viva. Perché l'ambizione di essere città della cultura non deve poi concretizzarsi in un attestato da esporre e mostrare urbi et orbi, deve essere sostanza.
E la vitalità di un tessuto sociale passa anche attraverso il commercio, attraverso l'offerta che una città sa proporre ai suoi abitanti così come ai turisti.
La vitalità di un tessuto sociale non è uno spritz, che quando l'hai finito ne puoi ordinare un altro, ma poi, prima o poi, la serata si conclude. Vitalità è una città attiva, attraente, con un'offerta costante. Una città che non ti chieda soltanto di accomodarti al tavolino di un bar, ma che ti incoraggi a percorrerne le strade fianco a fianco con altri cittadini o con turisti.
Attenzione allora al commercio. La giunta affronti questo decennale nodo. Con gli strumenti che ha a disposizione, certo. Non con una bacchetta magica che sappiamo non esistere. Ma non esiti l'amministrazione, non si limiti a scorrere le cronache quotidiane, allargando le braccia di fronte a un fenomeno globale.
Sfida oltremodo difficile, ma da affrontare con decisione prima che sia troppo tardi. Perché ne va dell'identità stessa di Cremona, altrimenti destinata all'oblio delle città dormitorio. Lavoro, aperitivo e tutti a nanna.
No, la città deve vivere anche nelle ore diurne. Deve mostrare vetrine aperte, tornare luogo di socialità diffusa. E il commercio, in tutto questo, è fondamentale.
Federico Centenari
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