Il commento

13 feb 2026
Cartoni pizza Foto di Hans da Pixabay

L'inchiesta sui rider e il nuovo caporalato, fenomeno che tocca anche Cremona: quanto vale il lavoro e la vita di chi pedala sotto casa nostra?

Ci ha messo 48 minuti. Non per capire, non per studiare le carte, non per leggere un decreto della Procura. Ma per prendere posizione sull’ultima emergenza nazionale: il caso Pucci. Quarantotto minuti cronometrati per commentare l’auto-censura di un comico.

Sul commissariamento disposto dalla Procura di Milano nei confronti di Foodinho srl, la società che gestisce le consegne per Glovo, invece, silenzio. Nessuna diretta social, nessuna dichiarazione indignata, nessuna stories con la bandiera tricolore.

Si, il silenzio della premier Giorgia Meloni su un tema di dignità e legalità, meriterebbe maggior indignazione. 

Perché  parliamo di 40.000 rider in tutta Italia. Parliamo di retribuzioni fino all’80% sotto la soglia di povertà. Parliamo – parole del pm Paolo Storari – di “una situazione di vero e proprio sfruttamento lavorativo, perpetrato da anni ai danni di numerosissimi lavoratori”.

Il decreto è stato disposto d’urgenza perché “la situazione di sfruttamento dello stato di bisogno è in atto”. Non una polemica culturale, non una questione di palinsesto televisivo. Sfruttamento. Adesso. Qui. Parliamo di 2.7 euro all'ora. Senza diritti.

Il patriottismo delle stories

Il nuovo patriottismo 2.0 parla di eccellenze, di made in Italy, di orgoglio nazionale. Ma quando un’azienda straniera viene accusata dalla magistratura italiana di sfruttare lavoratori sul territorio nazionale, l’orgoglio evapora.

Perché intervenire significherebbe, inevitabilmente, riconoscere il lavoro della Procura di Milano. E magari – orrore – aprire una discussione seria sul salario minimo. Tema che in Italia resta sospeso, rimandato, neutralizzato.

Sono 40.000 i rider coinvolti nell’inchiesta a livello nazionale. Un numero che non sta in una battuta, che non entra in uno slogan. Un numero che pesa. E pesa anche a Cremona.

Cremona e i rider invisibili

Anche nella nostra città i rider sono ormai parte del paesaggio urbano. Li vediamo sfrecciare in bicicletta sotto i portici di corso Garibaldi, attraversare piazza Stradivari con lo zaino termico sulle spalle, pedalare sotto la pioggia lungo le vie della città.

Spesso sono giovani stranieri. Spesso parlano poco italiano. Spesso lavorano per più piattaforme contemporaneamente. E spesso guadagnano cifre che – secondo quanto emerge dall’inchiesta milanese – possono arrivare a 2,70 euro l’ora.

Due euro e settanta. Per consegnare cibo a domicilio. Per delle pizze ordinate con un click.

La Procura parla di “caporalato algoritmico”. Caporalato perché c’è sfruttamento dello stato di bisogno. Algoritmico perché a decidere turni, priorità e penalizzazioni è un sistema digitale che monitora i rider tramite GPS e li “punisce” in caso di ritardi o rifiuto delle consegne.

Non un capannone nelle campagne. Non un furgone carico di braccianti. Ma uno smartphone.

Il caporale 4.0

C’è poi un altro fenomeno, che andrebbe approfondito, la cessione delle credenziali. Chi è regolarmente iscritto a una piattaforma può registrarsi su più app e poi “cedere” l’account a lavoratori privi dei requisiti, spesso senza permesso di soggiorno.

Nasce così il caporale 4.0: non controlla campi, ma password. Non distribuisce pale, ma login. Una pratica illegale che danneggia le aziende regolari e moltiplica lo sfruttamento dei più vulnerabili.

A questo si aggiungono coperture assicurative minime rispetto ai rischi – incidenti stradali in primis – e l’assenza di reali limiti orari. Il risultato è una forza lavoro sempre connessa, sempre disponibile, sempre sostituibile.

Il tema che non si vuole aprire

Perché il silenzio politico su questa vicenda? Perché parlarne significherebbe entrare nel merito. E il merito porta dritto a una domanda: quanto vale un’ora di lavoro in Italia nel 2026?

Il salario minimo non è una parola esotica. È una soglia di civiltà. Ma aprire quel dossier significa scontentare qualcuno. Significa smettere di parlare di identità e iniziare a parlare di stipendi.

E così accade che per un comico si trovi il tempo di intervenire quasi in tempo reale, mentre per 40.000 lavoratori – molti dei quali vivono sotto la soglia di povertà – non arrivi una sillaba.

La pizza e la coscienza

A Cremona come a Milano, come a Roma, il modello è lo stesso: consegna rapida, costo basso, comodità alta. Ma qualcuno paga il conto. E non è il cliente.

L’inchiesta milanese ha acceso un faro su un sistema che, se confermato nei tribunali, racconta di migliaia di lavoratori poveri accanto a noi. Invisibili finché non suonano il campanello.

La politica può scegliere di commentare ciò che fa rumore mediatico. Oppure ciò che incide sulla vita reale delle persone. Lo ripeto nuovamente. 

Quarantotto minuti per una polemica. Zero parole per 40.000 lavoratori. 

Anche a Cremona, mentre attendiamo la prossima consegna, la domanda resta sospesa nell’aria: quanto vale davvero il lavoro e la vita di chi pedala sotto casa nostra?

Marco Degli Angeli

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tutti gli articoli