Il commento

13 giu 2026
Tasse euro

La patrimoniale che già esiste e quella "nascosta". L'ipotesi su Cremona: tassa sopra i 3 milioni per 2mila contribuenti? Il 99% dei cittadini non la pagherebbe

Ogni volta che in Italia qualcuno pronuncia la parola "patrimoniale" succede qualcosa di prevedibile. La destra grida all'esproprio. Una parte del centrosinistra si affretta a precisare che non è nel programma, non è il momento, bisogna essere prudenti. La discussione si chiude prima ancora di iniziare, e diventa semplice contrapposizione fatta di slogan.

Eppure c'è un dettaglio che viene sistematicamente ignorato: le patrimoniali in Italia esistono già.

L'Imu garantisce ogni anno circa 17 miliardi di euro. L'imposta di bollo sui conti correnti e sugli investimenti finanziari ne vale altri 9. L'imposta sulle successioni e sulle donazioni produce oltre un miliardo.

In totale, siamo intorno ai 27 miliardi annui di prelievo patrimoniale — senza che nessuno organizzi campagne politiche, parli di esproprio o consideri la cosa rivoluzionaria. Nessuno. Nemmeno quella parte politica che grida al pericolo comunista ogni volta che si pronuncia la parola tabù.

La reazione cambia soltanto quando il prelievo viene indirizzato verso i patrimoni più elevati.

Il vero dibattito, allora, non è tra chi vuole una patrimoniale e chi non la vuole. La domanda è più semplice: quale patrimonio deve essere tassato, e in quale misura?

Oggi il grosso delle entrate pubbliche grava su lavoro e consumi. L'Irpef produce circa 227 miliardi l'anno, quasi il 90% dai lavoratori dipendenti e dai pensionati.

Le imposte indirette — Iva e accise — ne aggiungono altri 270. Chi lavora, consuma e percepisce una pensione che sostiene l'architettura fiscale del Paese.

Le proposte che periodicamente emergono nel dibattito — e che scatenano reazioni furibonde — non riguardano la prima casa o i risparmi di una vita. Parliamo di patrimoni netti superiori ai 2, 3, 4 milioni di euro.

Una platea che, a seconda delle soglie, oscilla tra lo 0,1% e l'1% della popolazione adulta: da poche decine di migliaia a qualche centinaio di migliaia di contribuenti, in un Paese di quasi 60 milioni di abitanti.

Se ipotizzassimo una patrimoniale sopra i 3 milioni e assumessimo (basandoci su statistiche nazionali calate sulla nostra realtà) una platea di circa 2.000 contribuenti in tutta la provincia di Cremona, significherebbe che oltre il 99% dei cittadini cremonesi non la pagherebbe direttamente.

Ed è proprio questo che rende interessante il tema politico: una misura che potrebbe riguardare meno dell'1% della popolazione genera spesso un dibattito molto più acceso di imposte che ogni anno vengono pagate dal 100% dei lavoratori, dei pensionati e dei consumatori.

Viene da chiedersi perché una misura che riguarderebbe una minoranza così ristretta produca uno scontro molto più acceso di imposte che ogni anno colpiscono milioni di persone.

Le obiezioni sono note: i ricchi scapperanno, i capitali fuggiranno, il gettito deluderà, l'economia soffrirà. Sono questioni legittime, che meritano una discussione seria su soglie, esenzioni ed effetti collaterali.

Ma c'è una domanda preliminare che viene sempre saltata: perché qualsiasi ipotesi di contributo aggiuntivo sui patrimoni multimilionari viene considerata inaccettabile ancora prima di essere esaminata?

Da trent'anni il copione è lo stesso. Si chiedono sacrifici ai lavoratori, ai pensionati, ai giovani, alle famiglie, alle piccole imprese. La grande ricchezza, invece, sembra sottratta per principio al confronto.

Che la destra difenda questa posizione è comprensibile: è lo slogan che i suoi partiti hanno strategicamente sposato. Più difficile capire perché una parte del centrosinistra rinunci persino ad aprire la discussione, accettando il terreno di gioco dell'avversario prima ancora di scendere in campo.

Nessuno sostiene che una patrimoniale sui grandi patrimoni risolverebbe i problemi italiani. Non sostituirebbe una riforma fiscale organica, non eliminerebbe evasione ed elusione, non correggerebbe da sola le disuguaglianze.

Serve molto di più: ridare sostanza alla progressività sancita dall'articolo 53 della Costituzione, affrontare il nodo delle rendite finanziarie, contrastare l'evasione, ridurre il peso delle imposte indirette che colpiscono tutti nella stessa misura indipendentemente dal reddito.

Ma sostenere che prima bisogna risolvere tutto il resto significa, nei fatti, rinviare il tema all'infinito. Ed è esattamente quello che accade da decenni.

In Italia si può discutere di aumentare l'Iva, di alzare l'età pensionabile, di introdurre nuove accise, di tagliare servizi pubblici. Tutto rientra nel normale confronto politico.

Appena si nomina la grande ricchezza, però, il dibattito cambia natura: non si discute più dell'efficacia di una misura, si mette in discussione il principio stesso.

È una gerarchia implicita dei sacrifici accettabili. E romperla — anche solo provarci — ha un valore che va oltre il gettito fiscale.

Perché affermare che anche i grandi patrimoni possono essere oggetto di una scelta politica non è un atto rivoluzionario. È semplicemente ricordare che in una democrazia non dovrebbe esistere nessuna categoria economica immune, per principio, dalla discussione su come distribuire il carico fiscale.

Forse il vero tabù italiano non è la patrimoniale. È l'idea che la grande ricchezza possa essere chiamata a contribuire.

Marco Degli Angeli

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